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L' Economia
Socialista di Karl Marx e dei suoi seguaci
L'essenziale
delle lezioni tenute davanti a studenti della Harvard University
nell'Aprile del 1906
Thorstein
Veblen
[Testo originale disponibile qui: http://web.archive.org/web/20071008130309/http://de.geocities.com/veblenite/txt/soc_econ.txt]
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Le Teorie di Karl Marx
The Quarterly Journal of
Economics, vol. 20, N. 4 (Agosto 1906), pp. 575-595
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Il
tardo marxismo
The Quarterly Journal of
Economics, vol. 21, No. 2. (Febbraio, 1907), pp. 292-322.
Entrambi i testi in un unico pdf: Veblen: L'Economia socialista di Karl Marx e seguaci.
II. Il Tardo
Marxismo
Marx ha
elaborato il suo sistema teorico principalmente nel terzo
quarto del
diciannovesimo secolo. Il suo lavoro prende le mosse da un punto di
vista derivato dai suoi primi studi sul pensiero tedesco, quale quello
rappresentato dai più avanzati e rigorosi pensatori tedeschi della metà
del secolo. A questo punto di vista egli aggiunse le ulteriori premesse
che ricavò da un contatto straordinariamente stretto, basato su un
attenta osservazione, con la situazione inglese. Il risultato è che
egli apporta al suo lavoro teorico una duplice linea di premesse, o
meglio di presupposti. I suoi studi giovanili ne fanno un
neo-hegeliano, e da questa fonte tedesca egli deriva la sua peculiare
formulazione della Teoria materialistica della Storia. Esperienze
successive gli faranno acquisire il punto di vista della scuola
liberal-utilitarista che dominò il pensiero inglese per tutta la durata
della sua vita attiva. A questa esperienza egli (probabilmente) deve
quei presupposti, in modo abbastanza pronunciato individualistici, sui
quali è basata la dottrina dell'intero prodotto del lavoro e dello
sfruttamento. Queste due non completamente compatibili linee della
dottrina trovarono una loro comune strada nei principi del socialismo
scientifico, e conferirono le proprie
caratteristiche marxiane al corpo dell'economia socialista.
Quel
socialismo che ispira oggi speranze e timori è quello della scuola
di Marx. Nessuno si preoccupa seriamente di altri cosiddetti movimenti
socialisti, e nessuno si occupa seriamente di criticare o rifiutare le
dottrine proposte da altre scuole di "socialisti". Può essere che i
socialisti di osservanza marxista non siano sempre o su tutti i punti
in accordo con il corpo generalmente accettato della dottrina marxista.
Coloro che costituiscono il corpo del movimento possono non sempre
avere grande familiarità con i dettagli, e neppure con le linee
generali, dello schema dell'economia marxista; per quanto si riesca ad
osservarli in modo coerente, tuttavia, tutti i movimenti popolari
socialisti di tutti i paesi gravitano attorno alle posizioni teoriche
di un marxismo esplicito. Nella misura in cui un movimento in una data
comunità cresce a dimensioni di massa, in maturità e in consapevolezza
degli scopi, inevitabilmente prende una maggiore caratteristica
marxiana. Non è il marxismo di Marx, bensì il materialismo di Darwin
quello che i socialisti odierni hanno adottato. I socialisti marxisti
tedeschi sono alla testa, e i socialisti degli altri paesi prendono
indicazioni in grande misura dai leader tedeschi.
I veri
portavoce dell'attuale socialismo internazionale sono
esplicitamente marxisti. Le eccezioni a questa regola sono molto poche.
Nel complesso, tra le fila dei socialisti, la sostanziale validità
delle dottrine marxiste non viene seriamente messa in discussione,
anche se vi possono essere divergenze sensibili riguardo a quale sia la
autentica posizione marxista su questo o quel punto. La maggior parte,
e le più accese, delle controversie sono di questo tipo.
I sostenitori
delle dottrine socialiste sono abbastanza in accordo
sulle posizioni principali e sui principi generali. In effetti, così
solido è l'accordo generale sui principi generali che possono
svilupparsi accese controversie su questioni di dettaglio senza il
rischio di disturbare la posizione complessiva. Questa posizione
complessiva è esplicitamente il marxismo, ma non è esattamente la
posizione di Karl Marx. Questa è stata modernizzata, adattata,
sviluppata, in risposta a esigenze successive a quelle che hanno
condizionato la formulazione originale delle teorie. I seguaci di Marx,
ovviamente, non ammettono che sia avvenuto nessun cambiamento dalle
posizioni originali di Marx. Questi sono in un certo modo
orgogliosamente ortodossi, e poco tolleranti rispetto a suggerimenti di
"miglioramenti" della posizione marxista, come mostra l'animosità
attorno alla controversia "revisionista" di qualche anno fa. Ma le
orgogliose proteste dei seguaci di Marx non cambiano il fatto che il
marxismo ha subito alcune sostanziali modifiche da quando è caduto in
mani diverse da quelle del suo creatore. Di tanto in tanto un più o
meno coerente discepolo di Marx ammetterà la necessità di adattare le
dottrine ricevute a circostanze che sono intervenute dopo la
formulazione delle dottrine stesse; e di tanto in tanto, in vista di
questa necessità, sono stati proposti emendamenti, qualificazioni,
integrazioni. Cambiamenti più pervasivi che espliciti sono intervenuti
tuttavia nell'insegnamento del marxismo attraverso interpretazioni e
involontari spostamenti del punto di vista. Tutta la giovane
generazione di socialisti mostra un fenomeno del genere. Sarebbe
abbastanza futile fare delle citazioni personali.
Come
testimoniano i suoi amici e i suoi scritti, le posizioni teoriche
di Marx, sia relativamente al punto di vista, sia ai principi generali,
hanno acquisito la loro forma definitiva relativamente presto, e il suo
lavoro successivo è consistito essenzialmente in una elaborazione della
posizione assunta all'inizio della sua carriera. (2) Già
nella seconda metà, se non nel corso stesso, degli anni 40, Marx e
Engels avevano trovato quella visione della vita umana che servirà poi
come punto di partenza e guida per i loro successivi sviluppi della
teoria. E' questo il punto di vista sulla questione espresso da Engels
nel corso degli ultimi anni della sua vita. La
posizione presa dai due grandi leader, e da loro lasciata
sostanzialmente intatta, era una variante di neo-hegelismo, come
indicato nella prima parte di questo lavoro. (4) Il
neo-hegelismo avrà tuttavia, soprattutto se considerato come un punto
di partenza per una teoria scientifica, una vita piuttosto breve.
Tutta la
scuola romantica di pensiero, con il neo-hegelismo assieme al
resto, iniziò ad andare in pezzi molto presto, in quanto fattore di
sviluppo della conoscenza umana, dopo che raggiunse la sua maturità, e
la sua disintegrazione procedette con una velocità eccezionale,
giungendo virtualmente ai suoi esiti verso la fine del terzo quarto di
secolo. Nel campo della teoria, soprattutto naturalmente nelle scienze
materiali, la nuova era non appartiene alla filosofia romantica, ma
agli evoluzionisti della scuola di Darwin. Qualcuna delle grandi
figure, naturalmente, restò in piedi anche oltre, ma accadde che nel
seguito queste siano servite soprattutto per segnare la misura e il
grado con il quale la conoscenza scientifica le lasciò indietro. Così
accadde di Virchow e di Max Muller, ed anche, nella scienza economica, delle
grandi figure della Scuola storica, alla quale appartengono, in una
certa misura, anche Marx e Engels. L'ultima generazione di socialisti,
i portavoce e gli aderenti del Marxismo durante l'ultimo quarto di
secolo, appartengono alla nuova generazione, e guardano al fenomeno
della vita umana sotto una nuova luce. La concezione materialistica,
nelle loro mani, si colora delle sfumature dei tempi in cui vivevano,
anche quando conservano la terminologia della generazione che li aveva
preceduti. La differenza tra la scuola
romantica di pensiero, alla quale Marx apparteneva, e la scuola
evoluzionista, nelle cui mani il sistema cadde - o meglio, sta cadendo
- è piuttosto grande e pervasiva, anche se può non mostrare visibile
differenze su nessun punto, almeno fino ad oggi. La distanza tra i due
apparirà probabilmente più palpabile e ampia quando il nuovo metodo
della conoscenza sarà pienamente applicato in tutta la sua portata in
quel campo della conoscenza che una volta apparteneva al Marxismo
neo-hegeliano. L'uno sta lentamente e gentilmente soppiantando l'altro,
in modo largamente non esplicito, attraverso una specie di precessione
del punto di vista dal quale gli uomini guardano ai fatti e li riducono
ad un ordine intelligibile.
Il punto di
vista neo-hegeliano, romantico, marxiano, era completamente
personale, mentre il punto di vista evoluzionista - lo si potrebbe
chiamare Darwiniano - è completamente impersonale. La continuità
percepita nei fatti osservati e a loro imputata, nella scuola teorica
originale, era una continuità di tipo personale, una continuità della
ragione e dunque della logica. I fatti erano costruiti in modo tale da
prendere una strada che potesse essere stabilita con un appello alla
ragione tra uomini intelligenti ed equilibrati. Si supponeva dovessero
stare entro una sequenza logica consistente. La sequenza teorica
romantica (marxiana) è essenzialmente una sequenza intellettuale, ed è
dunque di carattere teleologico. Si può ragionare sulle sue tendenze
logiche. Si può dire: tende ad un obiettivo. Deve approdare ad uno
esito, un termine conclusivo. Nello schema di pensiero Darwiniano,
d'altra parte, la continuità vista nei, ed imputata, ai fatti è una
continuità di causa ed effetto. E' uno schema di causazione cumulativa
cieca, nella quale non c'è una tendenza, nessun esito finale, nessuno
scopo. La sequenza non è controllata da nient'altro che da una spinta
di causazione bruta, ed è essenzialmente meccanica.
Lo schema di
sviluppo neo-hegeliano (marxiano) è disegnato all'interno
di un'immagine dell'ambizioso spirito umano che lotta: quello
dell'evoluzione Darwiniana è un processo di natura meccanica.
Che differenza comporta ora il trasporto della concezione materialista
dai concetti romantici di Marx nei concetti meccanici di Darwin? Tutte
le caratteristiche del sistema vengono in una certa misura distorte, e
l'ombra del dubbio si proietta su tutte le conclusioni che una volta
sembravano sicure. Il primo principio dello
schema Marxiano è il concetto coperto dal termine "materialista", ed è
l'effetto del controllo che le esigenze della vita materiale esercitano
sulla condotta degli uomini entro l'intera società, e dunque
indefettibilmente guidano la crescita delle istituzioni e danno forma
ad ogni cangiante tratto della cultura umana.
Questo
controllo della vita della società da parte delle esigenze
materiali avviene attraverso ciò che l'uomo pensa dei vantaggi e
svantaggi (economici), e attraverso la scelta di ciò che produce la più
materiale delle misura della vita. Quando la concezione materialista
passa sotto la norma Darwiniana, ovvero la causazione cumulativa, quel
che accade è che, anzitutto, questo stesso principio fondamentale è
ridotto al rango di un'abitudine di pensiero indotta in colui che pensa
e che dipende dalle circostanze della sua vita, come le inclinazioni
ereditarie, le occupazioni, le tradizioni, l'educazione, il clima, il
procacciamento del cibo, e cose simili. Sotto la norma Darwiniana il
problema del se e come e quanto le esigenze materiali controllino la
condotta umana e la crescita culturale diventa una questione di quale
peso abbiano queste esigenze materiali nel formare le abitudini di
pensiero degli uomini, ovvero i loro ideali e le loro aspirazioni, il
loro senso della verità, del bello e del bene. Se e quanto questi
tratti della cultura umana e la struttura istituzionale costruita su di
essi siano la conseguenza di esigenze materiali (economiche) diventa
una questione di quale tipo e grado di efficacia appartenga alle
esigenze economiche tra il complesso di circostanze che conducono al
formazione dei costumi.
Non è più una
questione di come le esigenze materiali razionalmente
guidino i comportamenti umani, ma di come, per bruta causazione,
inducano negli uomini queste abitudini di pensiero come le
presuppongono le esigenze economiche, e come alla fine dei conti le
esigenze economiche siano le sole, direttamente o indirettamente, ad
essere in grado di plasmare le abitudini di pensiero dell'uomo.
Approssimativamente,
e tentativamente, è di una formulazione del genere
di quella adombrata nel paragrafo precedente che Bernstein e altri
"revisionisti" stavano alla ricerca in alcune loro speculazioni,
mentre, con aria austera e sufficiente, come da uno scoglio che resiste
alla corrente, Kautsky indirizzava loro ammonimenti e consigli da loro
non capiti. Il più intelligente ed
intraprendente dell'ala idealista - dove l'impresa intellettuale non è
un tratto così ovvio - stava lottando in favore del punto di vista per
il quale le forze dell'ambiente possono efficacemente raggiungere la
vita spirituale dell'uomo attraverso strade diverse dal calcolo della
maggiore probabilità, e che dunque queste possono condurre ad ideali e
aspirazioni indipendenti da, e probabilmente estranei, a questo calcolo.
Così, anche, riguardo la dottrina della lotta delle classi. Nello
schema marxiano dell'evoluzione dialettica lo sviluppo che è ritenuto
in questo modo essere controllato dalle esigenze materiali deve, si
ritiene, procedere secondo il metodo della lotta delle classi.
Questa lotta
delle classi è considerata inevitabile, ed è considerata
inevitabilmente condurre in ogni epoca rivoluzionaria ad un assetto più
efficiente dell'industria umana rispetto alle esigenze dell'uomo,
perché quando gran parte di una comunità si sente insoddisfatta degli
equilibri economici in vigore, si mette a pensare, si unisce, e opera
un riequilibrio più equo e più vantaggioso. Finché prevalgono
differenze di vantaggi economici, ci sarà una divergenza di interessi
tra i più avvantaggiati e i meno avvantaggiati. I membri della società
si schiereranno secondo la linea di divisione definita dai loro diversi
interessi economici. La solidarietà di classe nasce sulla base di
questi interessi di classe, ed avverrà una dura lotta delle due classi
l'una contro l'altra. Una lotta che, nella logica della situazione, può
solo finire quando la classe precedentemente meno fortunata prende il
sopravvento, e dunque la lotta delle classi deve procedere fino a
quando non ha messo fine a quella diversità di interessi economici
sulla quale la lotta stessa si basa.
Tutto questo è logicamente coerente e convincente, ma procede sulla
base di una condotta ragionata, di un calcolo dei vantaggi, non sulla
base di causa ed effetto. La lotta delle classi, così concepita, deve
sempre ed ovunque tendere inevitabilmente verso il fine socialista, ed
alla fine raggiungerà questo fine qualunque ostacolo o distoglimento
possa lungo la strada ritardare la sequenza di sviluppo. Questa ne è la
nozione così come incorporata nel sistema di Marx. Tuttavia tale non è
l'evidenza storica. Non tutte le nazioni o civilizzazioni hanno
avanzato inevitabilmente verso un fine socialista, nel quale tutte le
divergenze negli interessi economici sono finite o finiranno. Tutte le
nazioni e civilizzazioni che sono decadute o andate in rovina, come è
successo a quasi tutte le nazioni e civilizzazioni conosciute, mostrano
che, per quanto logico e ragionevole sia il progresso per mezzo della
lotta delle classi, esso non è affatto inevitabile.
Sotto la
norma Darwiniana si deve ritenere che il ragionamento degli
uomini è grandemente controllato da forze diverse da quelle della
logica e dell'intelletto; che le conclusioni raggiunte dalle opinioni
pubbliche o di classe sono anche, o di più, una questione di sentimenti
che di inferenza logica, e che i sentimenti che animano l'uomo, preso
singolarmente o collettivamente, sono il risultato di costumi e
propensioni innate invece che di un calcolo dell'interesse materiale.
Non c'è, ad esempio, nessuna certezza, nello schema Darwiniano, di
potere asserire a priori che l'interesse di classe della classe
lavoratrice la porti ad opporsi alla classe dei proprietari. Può
benissimo succedere che l'addestramento all'asservimento ai loro datori
di lavoro li porti a considerare equo ed eccellente il sistema
costituito di soggezione e di distribuzione ineguale delle ricchezze.
Nessuno, ancora una volta, può ad esempio dire quale sarà lo sbocco
della presente situazioni in Europa e in America. Può essere che le
classi lavoratrici seguano le linee degli ideali socialisti e difendano
una nuova via nella quale non ci saranno più né differenze di classe
economiche, né tensioni internazionali, ne politiche dinastiche.
Ma può
altrettanto succedere, per quel che si può prevedere, che la
classe dei lavoratori, con il resto della comunità in Germania,
Inghilterra o America, vengano prese dai costumi patriottici e dalle
loro propensioni da tifosi ad abbandonarsi entusiasticamente al gioco
di quelle politiche drastiche che sole i loro tifosi governanti
considerano valide. E' piuttosto impossibile su base Darwiniana
prevedere se il "proletariato" avanzerà verso la rivoluzione socialista
o si rivolgerà indietro ancora una volta, e inietterà le sue forze
nelle grandi spiagge del patriottismo. E' una questione di costumi e di
propensione congenita, oltre che dell'insieme di stimoli ai quali il
proletariato è sottoposto o deve essere sottoposto, e quali ne siano i
risultati non è solo un fatto di coerenza, ma di risposte agli stimoli.
Così, dal
momento in cui i concetti darwiniani hanno iniziato a
predominare nel pensiero dei Marxisti, emergono di tanto in tanto dubbi
riguardo sia l'inevitabilità della lotta di classe, sia l'unicità della
sua efficacia. Qualsiasi cosa somigli ad una violenta lotta di classe,
ad una presa del potere con la forza, viene sempre più fortemente
deprecato. Perché l'uso della forza, si percepisce, si porta dietro il
controllo coercitivo con tutto il suo apparato di privilegi, di dominio
e di asservimento. Così, ancora, la dottrina
Marxiana dell'impoverimento progressivo del proletariato, la cosiddetta
Verelendungstheorie, che ben si colloca sul terreno del Marxismo
originale, è caduto in disuso, se non in discredito, da quando le
concezioni Darwiniane hanno iniziato a prevalere. In quanto risultato
di un procedimento ragionevole, alla luce del solo interesse materiale,
la posizione che lo sbocco del presente sistema di proprietà sia una
crescente miseria, sia in misura, sia in estensione; allo stesso modo
ne dovrebbe risultare un consolidato e saggio movimento della classe
lavoratrice che rimpiazzerebbe il sistema presente con uno schema più
vantaggioso per la maggioranza.
Ma non appena
la questione viene affrontata sulla base della causa ed
effetto Darwiniani, e viene analizzata in termini di comportamenti e di
risposte a stimoli, la dottrina che una miseria crescente debba avere
come sbocco una rivoluzione socialista diventa dubbia, e molto
rapidamente indifendibile. L'esperienza, l'esperienza della storia
insegna che l'abiezione della miseria si accompagna al deterioramento e
ad una abietta subordinazione. La teoria dell'impoverimento crescente è
convincente all'interno dello schema Hegeliano della dialettica in tre
fasi. Questa si basa su antitesi che devono essere convogliate in una
sintesi ulteriore; questa tuttavia non ha una particolare pregnanza
sulla base di un argomento basato su causa ed effetto.
Non va molto meglio con la teoria Marxiana del valore, i suoi corollari
e le dottrine che ne dipendono quando i concetti Darwiniani finiscono
per rimpiazzare gli elementi romantici sui quali questa è costruita. Le
sue basi riposano sulla eguaglianza metafisica tra la quantità di forza
umana spesa produttivamente nel produrre dei beni e la grandezza di
questi beni considerati come prodotti umani. Il problema di questa
uguaglianza non ha senso in termini di causa ed effetto, né si sorregge
in nessun modo comprensibile sulla questione Darwiniana
dell'adeguatezza di un dato sistema di produzione o distribuzione. In
ogni sistema economico evolutivo la questione centrale relativa
all'efficienza e adeguatezza di un dato sistema di produzione è
necessariamente una questione di eccesso dell'utilità del prodotto
rispetto al costo di produzione. E'
in
questo eccesso di utilità rispetto al costo che consiste la possibilità
di sopravvivenza di ogni sistema di produzione, nella misura in cui la
questione della sopravvivenza è questione di produzione, e questo
argomento è presente nella speculazione di Marx solo incidentalmente e
indirettamente, e non porta a nessun risultato nel suo argomentare.
E, riguardo
alla dottrina Marxiana dello sfruttamento, non c'è alcun
posto su base Darwiniana per un diritto naturale all'intero prodotto
del lavoro. Quel che si può dedurre su questo sulla base di causa ed
effetto è semplicemente la questione di come lo schema di distribuzione
aiuti o ostacoli la sopravvivenza di una determinata popolazione o di
una determinata civilizzazione. Non
è tuttavia necessario proseguire su queste questioni di astrusa teoria
dato che contano dopo tutto ben poco nei principi attivi del movimento.
C'è ben poca necessità per i Marxisti di elaborare o adattare il
sistema della teoria del valore, dato che serve poco alla questione
principale, quella della tendenza verso il socialismo o le sue
possibilità di successo. E' concepibile che una valida teoria del
valore che si occupi dell'eccesso di utilità rispetto al costo, da un
lato, e della discrepanza tra prezzo e utilità, dall'altro, avrebbe un
impatto notevole sulle opportunità del presente come contrapposto al
regime socialista, e andrebbe lontano nel chiarire le nozioni sia dei
socialisti sia dei conservatori in merito alla natura dei punti in
discussione tra di loro.
Ma i
socialisti non si sono andati in questa direzione, e hanno la
scusante che i loro critici non hanno suggerito né un problema né una
soluzione ad un problema lungo una linea del genere. Nessuno dei
teorici del valore hanno finora offerto qualcosa che possa essere
chiamato buono, cattivo, o indifferente a questo proposito, e i
socialisti sono così innocenti come tutti gli altri.
L'economia,
infatti, non ha a questo punto ancora cominciato ad
assumere un tono moderno, a meno che l'attuale abbandono della teoria
del valore da parte dei socialisti non venga preso come un sintomo
negativo anticipato, che indica che quanto meno riconoscono la futilità
dei problemi e delle soluzioni avanzate, anche se non sono pronti a
fare una mossa positiva. Lo spostamento del punto di vista attuale,
dalla filosofia romantica alle questioni fattuali, ha influito
sull'atteggiamento dei marxisti verso diversi articoli della teoria più
di quanto abbia indotto una esplicita alterazione o una sostituzione di
nuovi elementi della teoria al posto dei vecchi. E 'sempre possibile
mettersi a posto adottando un nuovo punto di vista per mezzo di nuove
interpretazioni e un uso accorto di figure retoriche, quando è in gioco
una formulazione teorica, e qualcosa di questo genere è avvenuto nel
caso del marxismo; quando tuttavia, come nel caso del marxismo, le
formulazioni della teoria sono ricondotte agli usi pratici, sostanziali
cambiamenti di grandezza non trascurabile tendono a mostrarsi come un
diverso atteggiamento verso le questioni pratiche. I marxisti hanno
dovuto affrontare alcuni problemi pratici, in particolare i problemi
della tattica del partito, e modifiche sostanziali nella loro
prospettive teoriche si sono evidenziate in questo modo.
Il reale peso
dei cambiamenti che hanno gravato sul marxismo sarebbe
difficilmente visibile dalla disamina delle enunciazioni formali dei
soli marxisti. Ma le esigenze di una situazione mutata hanno provocato
aggiustamenti della posizione dottrinale ricevuta, e la modificazione
del punto di vista filosofico e dei postulati si è evidenziata marcando
i limiti del cambiamento nelle loro enunciazioni che i socialisti
dottrinari si potevano permettere.
I cambiamenti
che fanno parte di quel movimento culturale che si
colloca tra la metà e la fine del XIX secolo sono grandi e importanti,
almeno visti da un punto di vista così prossimo come i tempi odierni, e
si lpuò con sicurezza affermare che, in qualsiasi prospettiva storica
li si consideri, devono, per alcuni aspetti, essere considerati come
primi di precedenti. Per quanto riguarda l'argomento presente, ci sono
tre principali linee di cambiamento che sono confluite nel sistema
delle dottrine marxiste, e hanno portato alle sue recenti modificazioni
e alla loro crescita. Di una di queste – il cambiamento dei postulati
conoscitivi, nelle fondamenta della teoria metafisica - si è già
parlato, e alcune delle sue caratteristiche generali nella sua
incidenza sulla crescita della teoria socialista sono già state citate.
Tra le circostanze che hanno condizionato la crescita del sistema, la
più evidente è tuttavia il fatto che dai tempi di Marx le sue dottrine
sono divenute la piattaforma di un movimento politico, e così sono
state esposte agli stress della pratica delle politiche di partito di
fronte a una situazione nuova e mutevole.
Allo stesso
tempo, la situazione industriale (economica) alla quale le
dottrine si ritiene debbano essere applicate – della quale sono la
formulazione teorica - ha anche cambiato il suo carattere in importanti
aspetti rispetto a quella che era quando Marx formulò inizialmente il
suo punto di vista. Queste diverse linee di cambiamento culturale che
influenzano la crescita del marxismo non possono essere considerate
ognuna separatamente, ciascuna in un modo distinto.
Esse fanno
parte di un insieme indissolubile, così come gli effetti da
loro provocati nel sistema. Nella pratica politica i socialdemocratici
hanno dovuto fare i conti con il movimento operaio, la popolazione
agricola, e la politica imperialista. Su ognuno di questi temi il
programma preconcepito del marxismo è andato in conflitto con la
successione degli eventi, e ad ogni tema è stato necessario far fronte
con accortezza e adattare i principi ai fatti del tempo. L'adattamento
alle circostanze non ha sempre avuto la natura di un compromesso, anche
se qua e là lo spirito di compromesso e di conciliazione è abbastanza
visibile. Una politica di partito conciliante può, naturalmente,
imporre un adeguamento della forma e delle sfumature sulla base dei
principi del partito, anche se così può seriamente incidere sulla
sostanza degli stessi principi, ma le necessità di una politica
conciliante può, anche di più, provocare un cambiamento sostanziale di
atteggiamento verso questioni pratiche nel caso in cui uno spostamento
del punto di vista teorico faccia spazio ad una modifica sostanziale.
Oltre ad
espedienti puramente tattici, l'esperienza degli ultimi 30
anni ha portato i marxisti tedeschi a vedere i fatti della situazione
dei lavoratori in una nuova luce, e li ha indotti ad attribuire un
significato diverso alle formulazioni acquisite della dottrina. I fatti
non si sono liberamente prestati ad inserirsi nello schema del sistema
marxista, ma è lo schema che ha assunto un nuovo significato, in modo
da essere coerente ai fatti. L'imperturbabile economia marxista, così
come espressa nel Capitale e nei documenti precedenti della
teoria, non ha nessun ruolo e nessuna utilità per un movimento
sindacale, o, addirittura, per una qualsiasi organizzazione simile non
politica della classe operaia, e l'atteggiamento dei leader
socialdemocratici nei primi tempi della storia del partito è stata di
conseguenza ostile a qualsiasi movimento di questo tipo,
esattamente come è stato per i fedeli seguaci dell'economia politica
classica.
Questo è
avvenuto prima che l'era industriale moderna avesse preso il
via in Germania, e quindi prima che i dottrinari socialisti tedeschi
avessero imparato per esperienza che lo sviluppo dell'industria a
quello stava portando. E' avvenuto anche prima che i postulati
scientifici moderni avessero iniziato a disintegrare i presupposti
neo-hegeliani, come la sequenza logica nello sviluppo delle
istituzioni.
In Germania
come altrove la crescita del sistema capitalistico ha
portato nei tempi odierni al sindacalismo; questo vuol dire che ha
portato ad un tentativo organizzato da parte del lavoratori di
affrontare le questioni sollevate dalla produzione e distribuzione
capitalistica con i metodi del business, per risolvere i problemi del
lavoro e della sopravvivenza della classe lavoratrice con un sistema di
trattative non politiche e nella logica del mondo degli affari. Il
punto principale di ogni aspirazione socialista è tuttavia quello di
abolire ogni tipo di affare e di trattativa, e dunque,
conseguentemente, i socialdemocratici non hanno avuto grande simpatia
per i sindacati e i loro sforzi di entrare in rapporti affaristici con
il sistema capitalista, e di rendere la vita dei lavoratori tollerabile
sotto questo sistema. I sindacati sono però cresciuti al punto da
costituire una caratteristica importante della situazione, cosicché i
socialisti si sono sentiti obbligati ad intrattenere rapporti coi
sindacati, dato che non potevano entrare in relazione con i lavoratori
passando sopra la testa dei sindacati. I socialdemocratici, e dunque
anche i teorici Marxiani, dovevano occuparsi di una situazione che
includeva il movimento sindacale, e questo movimento era rivolto a
migliorare le condizioni di vita quotidiane dei lavoratori. Era dunque
necessario stabilire come il movimento sindacale potesse e dovesse
aiutare l'avanzata del socialismo, e ricavare all'interno del corpo
delle dottrine una teoria su come i sindacati potessero inserirsi nel
corso di quello sviluppo economico che conduce al socialismo, che
riconciliasse gli sforzi verso il miglioramento dei sindacati con gli
scopi della socialdemocrazia. I sindacati non solo perseguivano dei
miglioramenti con metodi non socialisti, ma il livello di benessere
nella classe lavoratrice stava per certi versi migliorando,
apparentemente come risultato degli sforzi dei sindacati. Sia l'animus
mercantilistico degli operai nella loro politica sindacali, sia i
possibili miglioramenti delle condizioni della classe operaia doveva
essere integrati nella piattaforma socialista e nella teoria marxista
dello sviluppo economico. La teoria marxista dell'impoverimento e
degradazione progressivi è di conseguenza finita sullo sfondo, e una
larga fetta dei marxisti sono già arrivati a considerare tutta la
questione del deterioramento della classe operaia in quella luce
apologetica gettata su di lei da Goldscheid nel suo “Verelendungs-oder
Meliorationstheorie” [“Impoverimento o teoria del miglioramento”]. Non
è oggi cosa insolita per i marxisti ortodossi ritenere che il
miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici sia una
condizione necessaria per l'avanzamento della causa socialista, e che
gli sforzi dei sindacati verso un miglioramento debbano essere promossi
come uno strumento per il compimento dei fini socialisti. Si riconosce
che la rivoluzione socialista deve essere messa in atto non da una
anemica classe di lavoratori sotto la pressione di abiette privazioni,
ma da un corpo di operai puri che gradualmente guadagno in forza dal
miglioramento delle condizioni di vita. Al posto di una rivoluzione
messa in atto dalla leva della miseria disperata, si deve considerare
ogni miglioramento delle condizioni della classe operaia dcome un
vantaggio per le forze rivoluzionarie. Questo è buon darwinismo, ma che
non appartiene al neo-marxismo hegeliano.
L'esperienza
probabilmente più dolorosa per i dottrinari marxisti è
stata quella con la popolazione contadina. La gente di campagna, come
noto, non ha simpatizzato per il socialismo. Nessuna propaganda e
nessuna modifica della situazione economica hanno conquistato le
simpatie dei contadini per la rivoluzione socialista.
E' inoltre ben noto che la grande industria non ha invaso il settore
dell'agricoltura, né espropriato i piccoli proprietari, nella misura
che si aspettavano i dottrinari Marxisti di una generazione fa. Nel
sistema teorico Marxista c'era l'idea che, man mano che i metodi
industriali e mercantili moderni avrebbero guadagnato terreno, i
piccoli contadini proprietari sarebbero stati ridotti al rango di
proletari salariati, e dunque, che man mano che questo processo di
conversione sarebbe avanzato, col tempo l'interesse di classe della
popolazione contadina l'avrebbe spinta a mettersi a fianco degli altri
lavoratori salariati. Ma fino ad oggi i fatti non
si sono verificati in accordo alla teoria marxista. Gli sforzi dei
socialdemocratici di convertire la popolazione contadina al socialismo
non hanno praticamente sortito nessun risultato.
E' così
successo che i leader politici e i custodi delle dottrine sono
pervenuti, con riluttanza e in ritardo, a considerare la situazione
contadina sotto una nuova luce, e a formulare con parole diverse gli
articoli della teoria marxiana che riguardano il destino dei contadini
proprietari.
Non si
sostiene più che le piccole proprietà dei contadini proprietari
debbano essere assorbite in proprietà più ampie, e quindi
nazionalizzate dallo Stato, oppure che debbano essere direttamente
nazionalizzate, quando la rivoluzione socialista avrà luogo. Al
contrario, si inizia oggi a ritenere che i contadini proprietari non
debbano essere coinvolti, nei loro averi, dal grande cambiamento. Il
grande cambiamento riguarderà l'impresa capitalistica, e che la
proprietà agricola non è propriamente “capitalistica”. E' un sistema di
produzione nel quale il produttore normalmente riceve solo il prodotto
del proprio lavoro.
Nell'attuale
regime di relazioni di mercato e di credito, anzi, il
piccolo produttore agricolo, si ritiene, riceve meno del prodotto del
suo lavoro, perché le imprese capitalistiche con le quali deve avere a
che fare sono sempre in grado di soverchiarlo. E' così diventato parte
della dottrina esplicita dei socialisti che, per quanto riguarda i
contadini, sarà un obiettivo costante del movimento quello di garantire
loro il sereno godimento delle loro aziende, e di liberarli dalle
esazioni vessatorie dei creditori e il rovinoso traffico commerciale in
cui sono oggi necessariamente coinvolti. Secondo questi codici così
modificati, grazie al ricorso ai concetti dell'evoluzione darwiniana,
invece che alla dialettica hegeliana a tre fasi, di conseguenza, e
contrariamente ai primi pronostici di Marx, non si ritiene più che
l'industria agricola debba passare attraverso il tritello
capitalistico, e si spera che, in base a questa revisione, possa
diventare essere possibile guadagnare l'interesse e la simpatia di
questi elementi ostinatamente conservatori alla la causa
rivoluzionaria. La modificazione della posizione ufficiale socialista
sulla questione contadina è avvenuta solo tardivamente, ed è ancora
largamente incompleta, e non si sa quanto successo possa avere sia come
tattica di partito, sia come caratteristica della teoria socialista
dello sviluppo economico. Tutte le discussioni sulla politica del
partito, e sulla teoria per gli aspetti che riguardano la politica,
prendono in considerazione la questione, e quasi tutti i portavoce
autorevoli del socialismo hanno modificato le loro vedute su questo
punto nel corso del tempo.
Il socialismo
di Karl Marx è incline in modo caratteristico a misure
pacifiche e ostile a misure di governo coercitive e a politiche
bellicose. E', o almeno era, rigorosamente avverso alla gelosia
internazionale e alla animosità patriottica, e ha preso posizione
contro gli armamenti, le guerre, e l'esaltazione dinastica. Ai tempi
della guerra franco-prussiana l'organizzazione ufficiale del marxismo,
l'Internazionale, è andata così in là nella difesa della pace da
invitare i soldati di entrambi gli schieramenti a rifiutarsi di
combattere. Quando le campagne ebbero riscaldato gli animi delle due
nazioni, questa difesa della pace rese l'Internazionale odiosa agli
occhi sia dei Francesi, sia dei Tedeschi. La guerra genera
patriottismo, e ai socialisti fu rimproverato di non essere abbastanza
patriottici. Alla conclusione della guerra il Partito dei Lavoratori
della Germania peccò nello stesso modo contro il sentimento patriottico
con risultati avversi simili. Dalla fondazione dell'Impero e della
fondazione del Partito socialdemocratico, i socialisti e le loro
dottrine hanno attraversato esperienze simili, ma su scala più ampia e
per un tempo più lungo. Il governo ha gradualmente rafforzato la sua
posizione autocratica in patria, ha aumentato il suo equipaggiamento
bellico, e aumentato le sue pretese in politica internazionale, fino ad
punto che sarebbe sembrato assurdamente impossibile una generazione fa,
e al quale il popolo tedesco ha aderito non sono di buona grazia, ma
anche con entusiasmo.
Durante questo periodo quella parte della popolazione che aveva aderito
agli ideali socialisti anche lei è diventata gradualmente più
patriottica e più leale, e i leader e custodi dell'opinione socialista
hanno condiviso la crescita dello sciovinismo con il resto del popolo
tedesco. Ma mai, tuttavia, sono stati in grado di tenere il passo con
il movimento generale in questi rispetti. Non hanno raggiunto quei
vertici di sconsiderata lealtà che anima i patrioti conservatori
tedeschi, anche se è si può probabilmente dare per certo che i
socialdemocratici di oggi sono buoni e fervidi patrioti come i tedeschi
conservatori lo erano una generazione fa. Durante tutto questo periodo
della nuova fase della vita politica tedesca i socialisti sono stati
liberamente accusati di slealtà verso le ambizioni nazionali, di
collocare le loro aspirazioni internazionaliste sopra le ambizioni di
espansione imperiale.
I portavoce
socialisti sono stati continuamente sulla difensiva. Hanno
sempre mostrato una opposizione a tutto tondo ai grandi apparati
militari, e si sono sempre più opposti in modo apologetico ad ogni
“indebita” estensione degli apparati di guerra e della politica di
guerra. Col passar del tempo, tuttavia, e con l'abitudine alle
politiche di guerra e alla disciplina militare, il contagio dello
sciovinismo ha gradualmente permeato il corpo dei socialdemocratici,
fino a che oggi non hanno raggiunto un tale picco di lealtà
entusiastica del quale non ascolterebbero volentieri una fedele
descrizione. I portavoce si preoccupano oggi di mostrare che, anche se
sono ancora per il socialismo internazionale, secondo la loro vecchia
posizione, loro sono anzitutto per l'esaltazione nazionale e poi per
l'armonia internazionale. L'importanza relativa degli ideali nazionali
e internazionali nelle professioni socialiste tedesche si sono
rovesciate a partire dagli anni '70 [1870, NdT]. I
leader sono molto occupati con le loro formulazioni precedenti. Si
autoesaltano per nebulose distinzioni tra patriottismo e sciovinismo. I
socialdemocratici tedeschi sono diventati prima patrioti tedeschi e poi
socialisti, cosa che va assieme al sostenere che sono un partito
politico che lavora per il mantenimento dell'ordine esistente, con
qualche modifica. Non sono più il partito della rivoluzione, ma delle
riforme, anche se la misura delle riforme che chiedono eccede i limiti
di sopportazione degli Hohenzollern. Non sono più molto, se non per
niente, in contatto né con le idee del liberalismo inglese, né con
quelle del marxismo rivoluzionario.
Le esigenze
materiali e tattiche che sono emerse dai cambiamenti nel
sistema industriale e nella situazione politica hanno dunque portato
molto lontano nei cambiamenti dell'adattamento delle posizioni dei
socialisti. I cambiamenti possono non essere importanti in ciascun
singolo punto, quando riguardino specifici punti del programma; presi
tuttavia nel loro insieme, la risultante di questi cambiamenti nella
posizione socialista è piuttosto sostanziale. Il processo di
cambiamento è naturalmente non ancora completato, che si concluda o
meno un giorno, ma è già evidente che ciò che sta accadendo non è tanto
un cambiamento nel grado di convincimento su certi specifici punti,
quanto un cambiamento del tipo, dell'abito mentale socialista attuale.
Le discrepanze tra fazioni sulla teoria che hanno occupato i socialisti
tedeschi per qualche anno in passato sono la prova che una conclusione,
anche provvisoria, nello spostamento del loro punto di vista, ancora
non è stata raggiunta. Sarebbe anche un azzardo prevedere quale
direzione prenderà questa deriva. E' solo evidente che al punto di
vista passato, quello del marxismo neo-hegeliano, non sarà possibile
tornare: si tratta di un punto di vista dimenticato. Per il presente
immediato, la deriva della sensibilità, almeno tra le persone istruite,
sembra andare verso una posizione che somiglia a quella dei
Nazional-sociali del Reverendo Naumann. Vale a dire, un liberalismo
imperialista.
Date le
condizioni politiche, sociali ed economiche che sono oggi
principalmente in vigore nel formare le abitudini di pensiero nei
tedeschi, che continuano sostanzialmente invariate e continuano ad
essere i principali fattori determinanti, non deve sorprendere che si
ritrovi il socialismo tedesco cambiare in una democrazia imperialista
per certi versi senza carattere. La politica imperiale sembra
tranquillamente prendere il meglio del socialismo rivoluzionario, non
reprimendolo, ma con la forza della disciplina dei modi imperialisti di
pensare al quale assoggetta tutte le classi della popolazione. Quanto
lontano questo processo di sterilizzazione sia arrivato, o quanto sia
verosimile che sopraffaccia il movimento socialista in altri paesi, è
un problema oscuro al quale la lezione tedesca non apporta risposte
certe.
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