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Le origini della
proprietà
di Thorstein Veblen
American Journal of Sociology
vol. 4, (1898 - 9)
Nelle teorie economiche riconosciute è il lavoro produttivo del
proprietario ad essere normalmente considerato come il fondamento
della proprietà. E' questa ad essere considerata, senza nessuna
riflessione e nessun interrogativo, la base legittima della
proprietà: colui che ha prodotto una cosa utile dovrebbe possederla
e goderne dei frutti. Su questa tesi sia i socialisti, sia gli
economisti classici - i due estremi del pensiero economico - sono
sostanzialmente d'accordo. Il punto non è in questione, o almeno non
lo è stato fino ai tempi recenti: è stato accettato come una
premessa assiomatica. Per i socialisti ha servito da fondamento per
le loro richieste che si desse al lavoratore tutto il prodotto del
suo lavoro. Per gli economisti classici l'assioma è forse stato più
un problema che altro. Gli ha procurato qualche fastidio nello
spiegare in che modo il capitalista sarebbe il "produttore" dei beni
che diventano di suo possesso, e come possa essere vero che al
lavoratore viene dato ciò che produce. Gli sporadici casi di
proprietà del tutto dissociata dall'industria produttiva sono
considerati come scostamenti dalla normalità dovuti a cause
disturbanti. La posizione principale, messa ben poco in dubbio, è
quella che sostiene che normalmente la ricchezza è distribuita in
proporzione al - e in modo abbastanza convincente a causa del -
contributo al prodotto da parte del beneficiario.
Non solo il lavoro produttivo del proprietario è oggi il
fondamento definitivo della proprietà, ma l'origine dell'istituzione
della proprietà è rintracciata nel lavoro produttivo di
quell'ipotetico cacciatore selvaggio che ha prodotto due cervi o un
castoro o dodici pesci. La storia congetturale dell'origine della
proprietà, così come fino ad oggi descritta dagli economisti, è
stato costruita sulla base dei presupposti del Diritto Naturale e di
un vincolante Ordine Naturale.
A chiunque si avvicini al problema della proprietà con un
interesse marginale per la sua soluzione (come accade agli
economisti classici, pre-evolutivi), e sia ben radicato nel diritto
naturale, tutto questo sembra semplice. Dà conto abbastanza bene
dell'istituzione, sia dal punto di vista della deduzione logica, sia
da quello dello sviluppo storico. Il proprietario “naturale” è la
persona che ha prodotto un bene, oppure chi, con una spesa
costruttivamente equivalente di forza produttiva, ha trovato e si è
appropriato dell'oggetto. Si concepisce che tale persona diviene il
proprietario dell'oggetto in virtù dell'inclusione logica ed
immediata dell'idea di proprietà sotto l'idea di industria
produttiva.
Questo teoria della proprietà basata sul diritto naturale fa
dello sforzo produttivo di un individuo isolato, autosufficiente, la
base della consacrazione della sua proprietà. Così facendo trascura
il fatto che non esistono individui isolati e autosufficienti. Ogni
produzione, infatti, avviene entro e con l'aiuto della comunità, ed
ogni ricchezza è tale solo nella società. Durante il periodo umano
dello sviluppo della specie, si può affermare con sicurezza, nessun
individuo è mai caduto in uno stato di isolamento industriale, così
da produrre beni utili con il suo solo lavoro indipendente. Anche
dove non c'è nessuna cooperazione meccanica, gli uomini sono sempre
guidati dall'esperienza degli altri. Le uniche possibili eccezioni a
questa regola sono quegli esempi di bambini smarriti nutriti da
animali selvatici, dei quali si hanno avuto talvolta dei resoconti
semiautentici. Ma la vita anomala, e in parte ipotetica, di questi
ragazzi abbandonati può ben difficilmente avere influenzato lo
sviluppo sociale fino al punto da originare l'istituzione della
proprietà.
La produzione ha solamente luogo nella società, e solamente per
mezzo della cooperazione di una comunità industriale. Questa
comunità industriale può essere grande o piccola; i suoi limiti sono
normalmente piuttosto vaghi, ma include sempre un gruppo abbastanza
grande da contenere e trasmettere le tradizioni, gli attrezzi, la
conoscenza tecnica, e le usanze senza le quali non può esistere
nessuna organizzazione industriale e nessuna relazione economica tra
gli individui o con il loro ambiente. L'individuo isolato non è un
attore produttivo. Quel che può fare, nel caso più favorevole, è
vivere di stagione in stagione, come fanno gli animali non gregari.
Non ci può essere produzione senza conoscenza tecnica, e dunque
nessuna accumulazione e nessuna ricchezza da possedere,
collettivamente o altrimenti. E non c'è nessuna conoscenza tecnica
salvo che in una comunità industriale. Dato che non esiste nessuna
produzione individuale e nessuna produttività individuale, il
presupposto del diritto naturale secondo la quale la proprietà
riposa sul lavoro produttivo individuale del proprietario si riduce
ad una assurdità, perfino all'interno della logica delle sue stesse
assunzioni.
Alcuni studiosi che si sono occupati del problema dal punto di
vista etnologico sostengono che l'istituzione deve essere
rintracciata nell'uso abituale delle armi e degli ornamenti da parte
di individui. Altri hanno trovato la sua origine nell'occupazione,
da parte di un gruppo sociale, di un determinato appezzamento di
terreno, che loro necessariamente dovevano difendere da intrusi, e
che divenne così "loro." Quest'ultima ipotesi fonda la proprietà
collettiva della terra su di un atto collettivo di confisca o
conservazione per mezzo della prodezza, discostandosi così
fondamentalmente dalle vedute che la basano sul lavoro produttivo.
Il punto di vista che la proprietà sia un'escrescenza
dell'ordinario consumo di cose come le armi e gli ornamenti da parte
di individui è ben supportata dalle apparenze ed ha anche
l'approvazione dei presupposti del diritto naturale. Le usanze di
tutte le tribù primitive conosciute sembrano a prima vista
comprovare questo punto di vista.
In tutte le comunità, i singoli membri esercitano un più o meno
sfrenato diritto d'uso e d'abuso sulle loro armi, se ne hanno, così
come su molti oggetti ornamentali, di abbigliamento, e di toilette.
Agli occhi del moderno economista questo utilizzo costituirebbe una
proprietà. In questo modo, se la domanda è costruita per essere una
semplice domanda su fatti materiali, allora si dovrebbe dire che la
proprietà deve avere avuto inizio con la conversione di questi beni
ad un uso individuale. Ma all'interrogativo si deve rispondere in
senso contrario, se adottiamo il punto di vista degli uomini
primitivi le cui le istituzioni stiamo esaminando. Il punto in
questione è l'origine della istituzione della proprietà, così come
prende forma nelle abitudini di pensiero dei primi barbari.
L'interrogativo riguarda l'origine del concetto di proprietà.
Ciò che interessa per lo scopo presente non è se noi, coi nostri
presupposti, guardiamo al rapporto del primitivo selvaggio o barbaro
coi sui piccoli effetti personali come ad una relazione di
proprietà, ma se è questo il suo modo di vedere la questione. È il
problema di sotto quale luce il selvaggio vede questi oggetti che
riguardano immediatamente la sua persona e sono messi da parte per
un uso abituale. Come tutte le questioni sull'origine delle
istituzioni, si tratta di una questione essenzialmente di psicologia
popolare, non di fatti meccanici, e così concepita la domanda, la
risposta deve essere negativa.
L'uomo non sofisticato, selvaggio o civilizzato, tende a
concepire i fenomeni in termini di personalità, e questi sono i
termini con i quali ha di primo acchito dimestichezza, e questa
abitudine è più integra nei selvaggi che negli uomini civilizzati.
Tutte le ovvie manifestazioni di forza sono concepite come
espressioni di conazione e sforzo messi in atto per un scopo da un
agente simile alla volontà umana. Il punto di vista della cultura
arcaica è quello di una forte, pervasiva personalità, la cui vita
dispiegata è il fatto sostanziale che vale in ogni relazione nella
quale entrano uomini o cose. Questo punto di vista in larga misura
dà forma e colora tutte le istituzioni della cultura primitiva, ed
in minore misura le fasi più tarde della cultura. Sotto la guida di
questa abitudine di pensiero, la relazione di ogni individuo coi
suoi effetti personali è concepita come più intima di quella della
semplice proprietà. La proprietà è un termine troppo esterno ed
incolore per descrivere il fatto.
Nel modo di vedere del selvaggio ed del barbaro i limiti della
sua persona non coincidono coi limiti riconosciuti dalla moderna
scienza biologica. La sua individualità è concepita come coprire,
piuttosto vagamente ed in modo incerto, una sfera abbastanza ampia
di fatti ed oggetti che lo riguardano più o meno immediatamente.
Secondo il nostro modo di concepire la questione, questi oggetti
giacciono fuori dei limiti della sua persona, e molti di questi noi
penseremmo stare in un rapporto economico piuttosto che organico.
Questa sfera quasi-personale di fatti ed oggetti include
normalmente l'ombra dell'uomo, la sua immagine riflessa nell'acqua o
su superfici simili, il suo nome, i sui particolari segni del
tatuaggio, il suo totem, se ne ha uno, il suo sguardo, il suo alito,
specialmente quando è visibile, l'orma della mano e del piede, il
suono della sua voce, tutte le immagini o rappresentazioni della sua
persona, alcune escrezioni o le esalazioni dalla sua persona, i
ritagli delle unghie, i capelli tagliati, i suoi ornamenti ed
amuleti, i vestiti di uso quotidiano, specialmente quelli che sono
stati tagliati sulla sua persona, particolarmente se ci sono
impressi disegni totemici o altri relativi a lui, le sue armi,
specialmente le sue armi preferite e quelle che lui abitualmente
porta. Oltre a queste vi è un grande numero di altre cose più remote
che possono o essere o meno incluse nella sfera quasi-personale.
Per quanto riguarda l'intera gamma di fatti e di oggetti, c'è da
dire che le "zone d'influenza" delle singole personalità non sono
pensate come coprire tutto con lo stesso grado di potenza. La sua
individualità sfuma per gradazioni insensibili, nella penombra, nel
mondo esterno. Gli oggetti e i fatti che rientrano nella sfera
quasi-personale compaiono nelle abitudini di pensiero dei selvaggi
come personali in un senso vitale. Non sono una congerie di cose con
le quali sta in un rapporto economico e sui quali ha un giusto
diritto. Questi oggetti sono concepiti essere lui più o meno nello
stesso senso delle sue mani o i suoi piedi, il suo battito cardiaco,
la sua digestione, o il calore del suo corpo, o i movimenti dei suoi
arti o del suo cervello.
Per la soddisfazione di coloro che sono inclini a mettere in
discussione questo punto di vista, si può fare appello alle usanze
di quasi tutte le persone. Un simile concetto pervasivo della
personalità, o di una penombra di personalità, è implicito, per
esempio, nel fare e ricevere regali e ricordi. È indubbiamente
presente nella fascinazione, in tutte le stregonerie, nei sacramenti
e similari osservanze devote; nelle pratiche come la ruota della
preghiera tibetana; nella adorazione delle reliquie, di immagini e
simboli, nella quasi universale venerazione di luoghi e strutture
consacrati, nella astrologia, nella divinazione per mezzo di ciocche
di capelli, di ritagli di unghie, di fotografie, ecc. Forse la meno
discutibile prova della credenza in una sfera quasi-personale è
fornita dalle pratiche della magia simpatetica, e la pratiche sono
sorprendentemente simili, in sostanza, in tutto il mondo, dal
fascino amoroso al sacramento.
Il loro fondamento sostanziale è la convinzione che si può
ottenere un effetto desiderato su una determinata persona per mezzo
di qualche oggetto situato all'interno del sua sfera
quasi-personale. La persona che si avvicina in questo modo può
essere un compagno mortale, oppure un potente agente spirituale di
cui si chiede l'intercessione per il bene o per il male. Se il mago
o la persona che affascina possono in qualche modo accedere alla
"penombra" della individualità di una persona, incarnata nella sua
sfera i fatti quasi-personali, egli sarà in grado di fare il bene o
il male della persona alla quale il fatto o l'oggetto si riferisce,
e i riti magici effettuati a questo scopo otterranno il loro effetto
con forza e precisione tanto maggiore, in proporzione, di quanto
l'oggetto che fornisce il punto di attacco è più intimamente legato
alla persona alla quale l'effetto deve arrivare. Un rapporto
semplicemente economico non dà appigli alla stregoneria. Si può dire
che, quando il rapporto tra una persona e un determinato oggetto è
utilizzabile ai fini di magia simpatetica, la relazione è ritenuta
essere qualcosa di più importante che la semplice proprietà
giuridica.
Questi semplici beni del primitivo selvaggio, che potrebbero
finire classificati con la nomenclatura odierna come beni personali,
non sono da lui assolutamente pensati come una proprietà, ma come
appartenere organicamente alla sua persona. Le cose comprese nella
sua sfera quasi-personale non gli appartengono tutte con lo stesso
grado di intimità o persistenza: quelle cose che sono più alla
lontana o più confusamente incluse nella sua individualità,
pertanto, non sono pensate da lui essere in parte organiche e in
parte semplicemente di sua proprietà. L'alternativa non sta tra
questa relazione organica e la proprietà. Può facilmente accadere
che un determinato oggetto situato al margine della sfera
quasi-personale venga eliminato da questa e venga alienato, o
normalmente col passare del tempo o per volontaria rottura del
rapporto. Ma quando questo accade l'oggetto non è pensato sfuggire
dalla relazione organica in una remota categoria di cose che sono di
proprietà della persona in questione, e a lei esterne. Se un oggetto
in questo modo sfugge dalla sfera biologica di una persona, può
passare nella sfera di un altro, oppure, se si tratta di un bene che
si presta ad un uso comune, può passare nel deposito collettivo
della comunità.
Per quanto riguarda il deposito collettivo, nella comunità
primitiva non si applica nessun concetto di proprietà, sia
collettiva, sia individuale. L'idea di una proprietà collettiva
cresce relativamente più tardi, e deve essere stata preceduta, per
necessità psicologica, dall'idea di proprietà individuale. La
proprietà è un potere discrezionale accreditato su di un oggetto per
mezzo di un diritto convenzionale; implica che il proprietario sia
un agente personale che ha a disposizione l'oggetto di proprietà. Un
agente personale è un individuo, ed è solo attraverso un accidentale
raffinamento – come una finzione giuridica - che si concepisce che
gruppi di uomini eserciti un potere discrezionale collettivo sugli
oggetti. La proprietà implica un singolo proprietario. È solo
attraverso la riflessione, e con l'estensione della portata di un
concetto già familiare, che una quasi-discrezionalità personale
collettiva e un controllo di questo tipo vengono attribuiti ad un
gruppo di persone. La proprietà collettiva è solo una
quasi-proprietà; è quindi necessariamente un concetto derivato, e
non può essere antecedente al concetto di proprietà individuale,
della quale è una finzione.
Dopo che l'idea di proprietà fu elaborata ed ebbe acquisito una
certa coerenza, non è insolito trovare il concetto di pervasione
della personalità dell'utilizzatore applicato agli oggetti di sua
proprietà. Un dato oggetto può anche essere contemporaneamente
riconosciuto come facente parte della sfera quasi-personale di una
persona mentre è di proprietà di un altro, come può accade, ad
esempio, per oggetti ornamentali e altri di uso quotidiano che in un
senso personale appartengono a uno schiavo o a un membro inferiore
di una famiglia patriarcale, ma che, come proprietà, appartengono al
padrone o al capofamiglia. Le due categorie, (a) cose alle quali si
estende la propria personalità per via di pervasione e (b) le cose
di proprietà non coincidono, né l'una soppianta l'altra. Le due idee
sono così lontane dal coincidere che lo stesso oggetto può
appartenere ad una persona secondo un concetto e ad un'altra secondo
l'altro; d'altro canto, la stessa persona può stare in entrambe le
relazioni con un determinato oggetto, senza che un concetto si
dissolva nell'altro. Un oggetto può cambiare proprietario senza
passare dalla sfera quasi-personale della persona al cui "io"
apparteneva, come, per esempio, una fotografia o un qualsiasi altro
ricordo. Un esempio banale è la proprietà di un luogo o una
struttura consacrati che in senso personale appartengono al santo o
alla divinità alla quale è consacrato.
I due concetti sono così distinti, se non completamente
differenti, che è estremamente improbabile che l'uno si sia
sviluppato dall'altro mediante un processo di crescita. Una
transizione che comporti il rimpiazzo di queste idee potrebbe avere
luogo solo grazie ad un notevole impulso dall'esterno. Un passo del
genere comporterebbe un balzo in avanti nella costruzione di una
nuova categoria e una riclassificazione di alcuni precisi elementi
nel nuovo quadro. L'impulso a riclassificare i fatti e le cose
incluse nella sfera quasi-personale, in modo da ricollocare alcuni
di essi, assieme ad altre cose, nella nuova categoria della
proprietà, devono provenire da qualche esigenza costrittiva arrivata
più tardi rispetto al concetto che ne invade il campo. La nuova
categoria non è semplicemente una forma amplificata della vecchia.
Non tutti gli elementi che erano originariamente concepiti come far
parte di un individuo a titolo di pervasione diventano elementi
della sua ricchezza, dopo che sia entrata in vigore l'idea stessa di
ricchezza. Gli elementi come ad esempio l'impronta di una persona, o
la sua immagine o la sua effigie, o il suo nome, vengono inclusi
molto tardi tra le cose di sua proprietà, ammesso che questo accada.
E' per un caso fortuito che diventano di sua proprietà, pur
continuando a lungo a mantenere il loro posto nella sua sfera
quasi-personale. La differenza tra i due concetti è ben evidenziata
dal caso degli animali domestici. Questi individui non-umani sono
incapaci di possedere, ma gli si attribuisce l'attributo pervasivo
dell'individualità, che si estende a cose come le loro orme, i loro
giacigli, le ciocche di pelo, e simili. Di questi oggetti fa uso la
magia simpatetica anche nella moderna comunità civile. Un esempio
che può mostrare questa disparità tra proprietà e pervasione in una
luce ancora più forte è offerta dalla credenza popolare che le fasi
della luna possano avere un effetto favorevole o avverso sulle
vicende umane. L'incostante luna può fare del bene o del male per
mezzo di una influenza spirituale simpatetica che suggerisce una
sfera quasi-personale, ma che certamente non implica da parte sua
nessuna proprietà.
La proprietà non è un concetto semplice e istintivo che viene
ingenuamente incluso nel concetto di sforzo produttivo da un lato,
né in quello di uso abituale dall'altro. Non è qualcosa di dato
all'inizio, come un elemento isolato del bagaglio mentale
individuale; qualcosa che deve essere in parte disimparato quando
gli uomini cooperano nella produzione e costruiscono modalità di
lavoro e di reciproche rinunce sotto lo spinta della vita
associativa, nel modo indicato dalla teoria del contratto sociale.
Si tratta di un fatto convenzionale che deve essere imparato; è un
fatto culturale che è cresciuto in un'istituzione nel passato
attraverso un lungo percorso di assuefazione, e che viene trasmesso
di generazione in generazione, come accade per tutti i fatti
culturali.
Andando un po' indietro nella storia culturale del nostro
passato, arriviamo ad una situazione in cui si afferma che il fatto
che una persona venga impegnata nel settore industriale è stato,
prima facie, la prova che non poteva possedeva proprio nulla.
Nell'epoca della schiavitù e della servitù chi lavora non può
possedere, e chi possiede non può lavorare. Anche di recente -
culturalmente parlando - non vi era alcun dubbio che il lavoro delle
donne, nella famiglia patriarcale, non costituisse nessun diritto a
possedere i prodotti del suo lavoro. Più indietro, nella cultura
barbarica, quando la famiglia patriarcale era in migliore stato di
conservazione di quanto sia oggi, questa posizione era accettata con
la fede più incondizionata. Solo il capofamiglia poteva possedere,
ed inoltre la portata di questa proprietà era molto qualificata se
egli aveva un superiore feudale. Il diritto di proprietà è un
diritto proveniente dalla prodezza, da un lato, e dall'incarico di
un superiore che comporta sofferenza, d'altra parte. Il ricorso alla
prodezza come base del mandato definitivo diventa più immediato e
più abituale più indietro si risale, fino alle prime culture
barbariche; fino a quando, ai livelli inferiori della barbarie o a
quelli superiori di selvaggezza, prevale "il solito schema", appena
un po' attenuato. Ci sono sempre delle convenzioni, una certa
visione di quali siano le legittime condizioni e circostanze che
circondano la proprietà e la sua trasmissione, tra le quali la
principale è l'abituale accettazione. Ciò che è stato accettato come
lo status quo – l'interesse irrinunciabile – del momento, è
giusto e buono fino a quando non si imbatte nella sfida di una forza
irresistibile. I diritti di proprietà sanciti dagli usi ancestrali
sono inviolabili, come tutti gli usi ancestrali, tranne che di
fronte allo spossessamento con la forza. Ma il sequestro e la
ritenzione con la forza molto presto guadagno la loro
legittimazione, e la conseguente permanenza in carica diventa
inviolabile per mezzo dell'assuefazione. Beati possidentes.
In tutta la cultura barbarica, dove questa posizione
dovuta alla prodezza è prevalente, la popolazione si suddivide in
due classi economiche: coloro che sono impegnati in attività
industriali, e coloro che sono impegnati in attività non
industriali, come la guerra, il governo, gli sport e le pratiche
religiose. In una precedente e più ingenua fase della barbarie la
prima delle due classi, normalmente, non possiede nulla; la seconda
possiede ciò che ha predato, o quello che, come sancito dagli usi,
proveniva dai loro antenati che avevano a loro volta predato e
posseduto. Ad un livello ancora più basso di cultura, nella
primitiva orda selvaggia, la popolazione non è divisa in questo modo
in classi economiche. Non esiste nessuna classe agiata che fonda le
sue prerogative sulla coercizione, la prodezza, e uno status la cui
origine si perde nel tempo, e non esiste nemmeno la proprietà.
Considereremo in prima approssimazione come vero che
nelle comunità dove non ci sono distinzioni discriminatorie tra le
attività, come lo sfruttamento, da un lato, e il lavoro noioso
dall'altro, non c'è neanche la proprietà. Nella successione
culturale, la proprietà non inizia prima dell'instaurarsi di una
regola di sfruttamento, ma si deve aggiungere che non sembra
iniziare assieme al nascere dello sfruttamento come professione
maschile. In queste prime rudimentali comunità, in particolare nelle
orde senza proprietà di pacifici selvaggi, la regola è che il
prodotto del lavoro di uno dei membri viene consumato dal gruppo al
quale esso appartiene, ed è consumato collettivamente o
indiscriminatamente, senza problemi di diritto o di proprietà
individuale. La questione della proprietà non è sollevata dalla
circostanza che un bene è stato prodotto o è a portata di mano in
forma finita per il consumo.
La prima occorrenza della proprietà sembra
ritrovarsi nelle fasi iniziali della barbarie, e l'emergere
dell'istituzione della proprietà sembra sia concomitante alla
transizione dalle abitudini di vita pacifiche a quelle predatorie.
Si tratta di una prerogativa di quella classe che nelle culture
barbariche conduce una vita basata sullo sfruttamento invece che
sull'industria. La caratteristica che pervade la cultura barbarica,
in quanto distinta dalla fase di vita pacifica che la precede, è
l'elemento dello sfruttamento, della coercizione, e la predazione.
Nelle sue prime fasi la proprietà consiste nel costume della
coercizione e della predazione diventato sistema e regola sotto il
controllo delle usanze.
La pratica della predazione e dell'accumulo di beni
su base individuale non avrebbe potuto entrare in voga fino ad
arrivare alla fondazione di una nuova istituzione, nel pacifico
regime comunista della barbarie primitiva, perché le dispute
derivanti da un tale ricorso alla forza e alla frode reciproca tra i
suoi membri sarebbero stati fatali per il gruppo. Per un motivo
simile la proprietà individuale di beni di consumo non sarebbe
potuta emergere con i primi inizi della vita predatoria, perché
l'orda primitiva in lotta ha ancora bisogno di consumare i suoi
scarsi mezzi di sussistenza in comune, per poter dare all'orda
collettiva la sua piena efficienza nel combattimento, pena il
soccombere ad ogni orda rivale che non avesse ancora abolito il
consumo collettivo.
Con l'avvento della vita predatoria arriva la
pratica del saccheggio, del sequestro dei beni al nemico. Ma perché
il costume del saccheggio produca la proprietà individuale delle
cose razziate, queste cose devono essere beni di tipo durevole, e
non mezzi di immediato consumo e sussistenza. Nella cultura
primitiva i mezzi di sussistenza sono normalmente consumati in
comune dal gruppo, e il modo in cui tali beni sono consumati è
fissato in base a un elaborato sistema di usanze. Queste usanze non
vengono violate facilmente, perché sono una parte sostanziale delle
abitudini di vita di ogni singolo membro. La prassi dei consumi
collettivi è al tempo stesso necessaria per la sopravvivenza del
gruppo, e questa necessità è presente nella mente degli uomini e
esercita un controllo sulla formazione di abitudini di pensiero su
cosa sia giusto e conveniente. Qualsiasi propensione
all'aggressione, in questa prima fase, non di manifesta dunque nella
predazione e il possesso di beni di consumo, né si presenta subito
la tentazione di farlo, dal momento che l'idea di una appropriazione
individuale di un insieme di beni è estranea ai modi generali di
pensare dell'uomo arcaico.
L'idea di proprietà non è facilmente collegabile a
qualcosa di diverso da beni tangibili e duraturi. È solo dove c'è
uno sviluppo commerciale avanzato, dove la trattativa e la vendita è
una caratteristica diffusa nella vita della comunità, che i beni di
consumo deperibili vengono considerati come elementi di ricchezza.
Gli impalpabili risultati dei servizi alla persona sono ancora più
difficilmente riconducibili all'idea di ricchezza, a tal punto che
il tentativo di classificare i servizi come ricchezza è senza alcun
senso per l'uomo comune, e anche gli economisti di mestiere hanno
pareri diversi riguardo la sensatezza di una tale classificazione.
Secondo il normale senso comune l'idea di proprietà non è riferibile
a qualcosa di diverso da beni tangibili in qualche misura durevoli e
vendibili.
Questo è vero anche nelle moderne
comunità civilizzate, nelle quali prevalgono le idee pecuniarie e il
punto di vista pecuniario. In modo simile e per motivi simili, in un
fase precedente, non commerciale, della cultura ci sono meno
opportunità e maggiori difficoltà nell'applicare il concetto di
proprietà a qualcosa di diverso da beni che siano evidentemente
durevoli.
Ma i beni durevoli di consumo che vengono catturati
nelle razzie di un orda predatrice sono sia oggetti di uso generale
sia beni di uso immediato e continuativo personale di colui che li
ha razziati. Nel primo caso i beni sono consumati in comune dal
gruppo, senza dar luogo a nessuna nozione di proprietà, mentre nel
secondo caso essi rientrano nella categoria di cose che appartengono
organicamente alla persona che li usa, e non figurerebbero pertanto
come oggetti di proprietà e non darebbero luogo ad una riserva di
ricchezze.
E' difficile vedere in che modo abbia potuto nascere
l'istituzione della proprietà nei primi tempi della vita predatoria
per mezzo della razzia di beni, ma le cose sono diverse con il
sequestro di persone. I prigionieri sono cose che non rientrano
nello schema del consumo in comune, e la loro appropriazione da
parte dei singoli catturatori non costituisce nessun danno per il
gruppo. Allo stesso tempo questi prigionieri continuano ad essere,
ovviamente, distinti dal loro catturatore dal punto di vista della
individualità, e non sono pertanto facilmente riconducibili alla
sfera quasi-personale. I prigionieri tenuti in condizioni dure sono
soprattutto le donne. Vi sono buone ragioni per questo.
Salvo nei casi in cui esista una classe di uomini
schiavi, le donne sono più utili, e insieme più facilmente
controllabili, nel gruppo primitivo. Il loro lavoro ha per il gruppo
più valore del loro mantenimento, e dato che non portano armi, sono
meno temibili di quanto siano gli uomini prigionieri. Esse fungono
molto efficacemente da trofeo, e vale quindi la pena per il loro
catturatore tenere traccia e mettere in evidenza il loro legame con
lui in quanto catturatore. A tal fine egli assume un atteggiamento
di dominio e coercizione nei confronti delle donne da lui catturate
e, dato che testimoniano la sua prodezza, egli non tollera che
queste siano alla mercé di guerrieri rivali. Esse costituiscono
soggetti idonei ad essere comandati e vincolati, sottomettono il
loro onore e la loro vanità al dominatore, e la loro utilità, in
questo senso, è molto grande. Ma il suo dominio su di loro è la
prova della prodezza del catturatore, ed è incompatibile con la loro
utilità come trofei che altri uomini possano prendersi delle libertà
con le sue donne, le quali servono come prova della relazione
coercitiva con il loro catturatore.
Quando la pratica si fissa in un costume, il
catturatore finisce per esercitare un diritto consuetudinario
all'uso ed abuso esclusivo della donna che ha catturato, e questo
diritto consuetudinario di uso e abuso su di un oggetto che non è
ovviamente parte organica della sua persona costituisce la relazione
di proprietà, così come immaginata in modo naif. Dopo che l'usanza
della cattura si è fatta strada nella abitudini della comunità, le
donne così tenute in vincoli in modo evidente finiranno per ricadere
in una relazione convenzionalmente riconosciuta come matrimoniale
con il loro catturatore. Il risultato è una nuova forma di
matrimonio, nella quale l'uomo è padrone. Questa
proprietà-matrimonio sembra sia stata l'origine sia della proprietà
privata, sia della famiglia patriarcale. Entrambe queste grandi
istituzioni sono, di conseguenza, di origine emulativa.
Non possiamo qui considerare le diverse modalità di
sviluppo con le quali la proprietà si estende ad altre persone che
hanno catturato donne, né l'ulteriore crescita dell'istituzione
matrimoniale entrata in vigore assieme alla proprietà. Probabilmente
in un momento dell'evoluzione economica non molto successivo alla
instaurazione definitiva dell'istituzione del matrimonio-proprietà
sopraggiunge, come conseguenza, la proprietà dei beni di consumo. Le
donne tenute in matrimonio servile non solo forniscono servizi
personali al loro padrone, ma vengono anche impiegate nella
produzione di beni di uso. Tutti i non combattenti e i membri
ignobili della comunità vengono normalmente utilizzati nello stesso
modo. E quando l'abitudine di considerare le persone identificate
con il mio interesse esclusivo, o a me asservite, come "mie" diviene
parte integrante ed accettata delle abitudini di pensiero degli
uomini, diventa relativamente facile estendere questo nuovo concetto
acquisito di proprietà ai prodotti del lavoro delle persone così
tenute in regime di proprietà. La stessa propensione all'emulazione
che ha una ruolo così grande nella formazione della originaria
istituzione della proprietà espande la sua azione alla nuova
categoria delle cose di proprietà.
Non solo i prodotti del lavoro delle donne vengono
considerati ed apprezzati per la loro capacità di favorire il
comfort e la pienezza della vita del padrone, ma essi hanno anche
valore come evidente prova del possesso di molti e efficienti
servitori, e sono quindi utili come prova della sua superiore forza.
L'appropriazione e l'accumulazione di beni di consumo avrebbero
potuto ben difficilmente entrare in vigore come diretta conseguenza
del comunismo dell'orda primitiva, ma vi entra come semplice e
discreta conseguenza della proprietà delle persone.
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