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L'
Economia Socialista di Karl Marx e dei suoi seguaci
L'essenziale
delle
lezioni tenute davanti a studenti della Harvard University
nell'Aprile del 1906
Thorstein Veblen
[Testo originale disponibile qui: http://web.archive.org/web/20071008130309/http://de.geocities.com/veblenite/txt/soc_econ.txt]
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Le Teorie di Karl Marx
The Quarterly Journal of
Economics, vol. 20, N. 4 (Agosto 1906), pp. 575-595
-
Il tardo marxismo
The Quarterly Journal of
Economics, vol. 21, No. 2. (Febbraio, 1907), pp. 292-322.
Entrambi i testi in un unico pdf: Veblen: L'Economia socialista di Karl Marx e seguaci.
I. Le Teorie di
Karl Marx
Il sistema di
dottrine prodotto da Marx è caratterizzato da una certa audacia delle
concezioni ed una grande coerenza logica. In dettaglio, gli elementi
costituenti del sistema non sono né nuovi né iconoclastici, né Marx in
nessun punto pretende di avere scoperto fatti ignoti o avere escogitato
formulazioni nascoste di fatti già noti; il sistema nell'insieme ha
tuttavia un'aria di originalità e novità come raramente si trova nelle
scienze che si occupano della cultura umana. Quanto di questo carattere
distintivo il sistema di Marx debba ai tratti personali del suo
creatore non è facile dire, ma ciò che lo distingue da tutti gli altri
sistemi di teorie economiche non è una questione di gusti personali.
Differisce in modo peculiare da tutti i sistemi teorici che l'hanno
preceduto, sia nelle premesse, sia nei suoi scopi. Le critiche (ostili)
a Marx non hanno abbastanza apprezzato il carattere radicale del suo
punto di partenza in tutti e due questi aspetti, e si sono per questo
generalmente perse in aggrovigliati dettagli apparentemente astrusi;
mentre gli scrittori che hanno simpatizzato con i suoi insegnamenti
sono stati troppo spesso dei discepoli curvi sulle esegesi e sulle
conferme della loro fede di discepoli-seguaci.
Se non lo si
esamina nel suo insieme e alla luce dei sui postulati e scopi, il
sistema Marxiano non solo non regge, ma è anche incomprensibile. Una
discussione di una caratteristica specifica e isolata del sistema (come
la teoria del valore) dal punto di vista dell'economia classica (come
quella proposta da
Bohm-Bawerk) è futile come sarebbe una discussione sui solidi
svolta in termini bidimensionali.
Relativamente
ai postulati e le premesse, come agli scopi della sua indagine, la
posizione di Marx non ha mai un solo obiettivo. In nessun modo le sue
posizioni derivano da un'unica linea di antecedenti. Non appartiene ad
una specifica sola scuola di filosofia, e i suoi ideali non coincidono
con quelli di nessun gruppo di pensatori vissuti prima di lui. Per
questa ragione è assieme un creatore di una scuola di pensiero e un
leader di un movimento che persegue fini pratici.
Quanto ai
motivi che lo conducono e le aspirazioni che lo guidano, sia nella
critica distruttiva, sia nelle speculazioni creative, lui è soprattutto
un teorico occupato nell'analisi dei fenomeni economici e della loro
organizzazione in un sistema coerente ed affidabile di conoscenze
scientifiche; ma è, allo stesso tempo, costantemente e tenacemente
attento alle connessioni tra i progressi del suo lavoro teorico e la
propaganda. Il suo lavoro sembra, per questo, polarizzato, come
un'argomentazione di un militante; ma non è per questo lecito
presumere, né si deve credere, che i suoi scopi propagandistici abbiano
in qualche modo sostanzialmente deviato le sue indagini o le sue
speculazioni dalla ricerca di una affidabile verità scientifica. La sua
impostazione socialista può colorare le sue polemiche, ma la sua presa
logica è troppo chiara e ferma per lasciare adito a pregiudizi, oltre
ai suoi presupposti metafisici, e per infirmare il suo lavoro teorico.
Non esiste
nessun sistematica teoria economica più logica di quella di Marx.
Nessuna parte del sistema, nessun singolo articolo della dottrina può
essere ben compreso, criticato, o difeso se non come parte del tutto e
alla luce dei presupposti e postulati che ne costituiscono il punto di
partenza e delle regole che controllano il tutto. Riguardo i
presupposti e i postulati, Marx si muove lungo due linee distinte di
antecedenti, l'hegelismo materialistico ed il sistema inglese del
Diritto Naturale. Fin dai suoi primi studi egli adotta il metodo di
pensiero hegeliano e la metafisica del cambiamento sottostante al
sistema hegeliano. Con i suoi studi più tardi diventa un esperto del
sistema del Diritto Naturale e delle Libertà Naturali, radicati nei
suoi ideali di vita e completamente rispettati. Non ebbe nessun
atteggiamento critico verso i principi fondamentali del Diritto
Naturale. Anche i suoi presupposti hegeliani sul cambiamento non lo
portano mai a mettere in dubbio i principi fondamentali di quel
sistema. Lui è solamente più rigorosamente dedito a tirare fuori il
loro contenuto di quanto fossero i suoi antagonisti sul diritto
naturale della scuola liberale classica. Le sue polemiche sono contro
specifici dogmi della scuola liberale, ma si muovono completamente sul
terreno delle premesse di quella scuola. Gli ideali della sua
propaganda sono ideali del Diritto Naturale, ma la sua teoria, nel
collocare questi ideali nel corso della storia, si basa sulla
metafisica hegeliana del cambiamento, ed il suo metodo speculativo e di
costruzione della teoria è fondato sulla dialettica hegeliana.
Al centro del
vivo interesse di Marx e del suo pensiero è in primo luogo il suo
rapporto col movimento socialista rivoluzionario, ed è questa
caratteristica della sua dottrina che riconduce immediatamente alla
propaganda, che continua ancora a richiamare l'attenzione del maggior
numero dei suoi critici. La prima tra queste dottrine, nella visuale
dei suoi critici, è la teoria del valore, coi suoi corollari: (a) la
dottrina dello sfruttamento del lavoro da parte del capitale; e (b) la
rivendicazione al lavoratore dell'intero prodotto del suo lavoro.
Dichiaratamente, Marx traccia la sua dottrina del valore del lavoro a
partire da Ricardo, ed attraverso di lui, dall'economia classica ().
La rivendicazione ai lavoratori dell'intero prodotto del lavoro, che è
abbastanza continuamente implicitamente presente, sebbene non
frequentemente esplicitata da Marx, l'ha con ogni probabilità presa da
scrittori inglesi degli inizi del diciannovesimo secolo (),
più precisamente da William
Thompson. Queste dottrine sono apparentemente nient'altro che uno
sviluppo delle concezioni del diritto naturale che in seguito pervasero
il pensiero inglese e fornirono il terreno metafisico del movimento
liberale. Le critiche più accanite del socialismo Marxiano hanno
puntato molto su questi elementi dottrinali in supporto della
propaganda, ed hanno, stressandoli, deviato l'attenzione dagli altri
elementi che sono più importanti per il sistema come corpo teorico. Il
loro interesse esclusivo per questo lato del "socialismo scientifico"
li ha condotti anche a negare al sistema Marxiano ogni originalità
sostanziale, e a ridurlo ad un germoglio (di dubbia legittimità) del
Liberalismo inglese e del diritto naturale (). Ma
questa è una critica unilaterale. Può valere qualcosa contro alcuni
principi del cosiddetto "socialismo scientifico", ma non fino al punto
da coinvolgere l'intero sistema teorico Marxiano. Anche la teoria
Marxiana del valore, del plusvalore e dello sfruttamento, non è
semplicemente la dottrina di William Thompson, trascritta e sofisticata
in una terminologia astrusa, per quanto grandi siano superficialmente
la somiglianza e il debito non riconosciuto di Marx verso Thompson. Per
molti dettagli e per molte delle sue attitudini, Marx può essere
indebitato verso gli Utilitaristi; ma, dopo tutto, il suo sistema
teorico, preso nell'insieme, giace all'interno delle frontiere del
neo-hegelismo, ed anche i dettagli sono aggiustati in accordo coi
presupposti di quella scuola di pensiero e hanno assunto il
completamento che gli appartiene su quel terreno. Non è dunque da un
esame per argomenti dei dettagli della dottrina, tracciando il loro
albero genealogico in dettaglio, che si può arrivare ad una concezione
corretta di Marx e del suo contributo all'economia, ma piuttosto
seguendolo dal suo proprio punto di partenza fin nelle ramificazioni
della sua teoria, ed osservando il tutto dall'alto, dalla prospettiva
che il tempo passato ora ci fornisce, ma che a lui era inaccessibile,
essendo troppo vicino al suo stesso lavoro per vedere perché arrivò lì
dove arrivò.
Il sistema
complessivo del Marxismo è incluso all'interno dello schema della
concezione materialistica della Storia (). Questa
concezione materialistica è essenzialmente hegeliana (),
anche se appartiene alla Sinistra hegeliana, e la sua affiliazione
immediata è con Feuerbach, non con la linea diretta dell'ortodossia di
Hegel. Il punto principale di interesse qui, nell'identificare la
concezione materialistica con l'hegelismo, è che questa identificazione
lo mette immediatamente e senza compromessi in contrasto con le
concezioni dell'evoluzione del darwinismo e del post-darwinismo. Anche
se è possibile rintracciare plausibilmente un albero genealogico
inglese per questa Concezione Materialistica, o "Socialismo
Scientifico", come si è tentato, rimane non meno vero che la concezione
che Marx adottò per il suo lavoro era una cornice trasformata della
dialettica hegeliana ().
Grosso
modo, il materialismo hegeliano differisce dall'ortodossia hegeliana
per l'inversione della principale sequenza logica, non scartando la
logica o ricorrendo a nuove prove di verità o di finalità. Si potrebbe
dire, sebbene forse con eccessiva rozzezza, che là dove Hegel dice "Das Denken ist das Sein" ["Il Pensiero è
l'Essere", NdT], i materialisti, particolarmente Marx ed Engels,
direbbero "Das Sein macht das Denken"
["L'Essere fa il Pensiero", NdT]. Ma in entrambi i casi qualche
tipo di primato creativo è assegnato ad uno o l'altro membro del
complesso, ed in nessun caso la relazione tra i due membri è una
relazione causale. Nella concezione materialistica la vita spirituale
dell'uomo, ciò che l'uomo pensa, è un riflesso di quello che lui è
sotto l'aspetto materiale, in modo molto simile a come l'hegeliano
ortodosso farebbe del mondo materiale un riflesso dello spirito. In
entrambi la regola principale del pensiero e della formulazione della
teoria è la concezione del movimento, dello sviluppo, dell'evoluzione,
del cambiamento; ed in entrambi il movimento è concepito
necessariamente come avvenire con il metodo del conflitto o della
lotta. Il movimento è della stessa natura del progresso, avanzamento
graduale verso una meta, verso la realizzazione in forma esplicita di
tutto ciò che è implicito nell'attività sostanziale coinvolta nel
movimento. Il movimento è, inoltre, auto-condizionato e auto-agente: è
un dispiegamento per necessità interna. La lotta che costituisce il
metodo del movimento o dell'evoluzione è, nel sistema hegeliano
correttamente inteso, la lotta dello spirito per l'autorealizzazione
attraverso il famoso processo della dialettica in tre fasi. Nella
concezione materialistica della storia questo movimento dialettico
diviene la lotta delle classi del sistema Marxiano.
La lotta
delle classi è concepita come "materiale", ma il termine "materiale" è
in questo contesto usato in senso metaforico. Non vuole dire meccanico
o fisico, o anche fisiologico, ma economico. È materiale nel senso che
è una lotta tra classi per i mezzi materiali della vita. "La
concezione materialistica della storia si basa sul principio che la
produzione e, successivamente alla produzione, lo scambio dei suoi
prodotti è il fondamento di ogni ordine sociale". ()
L'ordine sociale prende la sua forma attraverso la lotta delle classi,
ed il carattere della lotta delle classi in ogni specifica fase del
dispiegamento dello sviluppo della società è determinato dal "modo
prevalente di produzione economica e scambio." La dialettica del
movimento del progresso sociale si muove perciò sul piano spirituale
del desiderio e della passione umani, non sul (letteralmente) piano
materiale dello stress meccanico e fisiologico, sul quale il processo
di sviluppo della creazione bruta si dispiega. È un materialismo
sublimato; sublimato dalla presenza dominante dello spirito umano
consapevole; ma è condizionato dai fatti materiali della produzione dei
mezzi di sostentamento della vita (). Alla
fine le forze attive coinvolte nel processo di dispiegamento della vita
sociale sono (apparentemente) gli agenti materiali impegnati nei
meccanismi della produzione; ma la dialettica del processo - la lotta
delle classi - corre la sua corsa solo fra, ed nei termini di, le
secondarie (epigenetiche) forze della coscienza umana impegnate nella
valutazione dei prodotti materiali dell'industria. Una coerente
concezione materialistica, che aderisce coerentemente ad
un'interpretazione materialistica del processo di sviluppo così come
dei fatti coinvolti nel processo, potrebbe ben poco evitare di fare la
sua putativa lotta dialettica un mero conflitto brutale e inconsapevole
di brute forze materiali. A questo avrebbe condotto un'interpretazione
nei termini opachi di cause ed effetti, senza ricorso al concetto di
una lotta di classe consapevole, ed è probabile che avrebbe condotto ad
un concetto dell'evoluzione simile al concetto inteleologico Darwiniano
di selezione naturale. Avrebbe potuto condurre difficilmente alla
nozione Marxiana di lotta di classe consapevole come uno dei necessari
metodi del progresso sociale, sebbene poteva essere concepibile, con
l'aiuto di generalizzazioni empiriche, arrivare ad un schema del
processo sociale nel quale la lotta delle classi sarebbe inclusa come
un fattore incidentale, anche se magari altamente efficiente. ()
Avrebbe condotto, come il Darwinismo, alla concezione di un processo di
cambiamento complessivo della struttura e delle funzioni sociali; ma
questo processo, essendo fondamentalmente una sequenza cumulativa di
causalità, opache e inteleologiche, non si sarebbe potuto asserire,
senza un'infusione di pie volontà da parte del pensatore, comportasse
un progresso distinto dalla regressione o tendere ad una
"realizzazione" o "autorealizzazione" dello spirito umano o di
qualsiasi altra cosa. Né si sarebbe potuto asserire ragionevolmente
essere capace di condurre ad un traguardo finale, una meta alla quale
dovrebbero convergere tutte le linee del processo, ed oltre la quale il
processo non può andare oltre, come la meta assunta dal processo
Marxiano di lotta delle classi, che è pensata cessare nella struttura
economica senza classi del traguardo socialista finale. Non c'è nel
darwininismo un tale traguardo finale o perfetto, e nessun equilibrio
definitivo.
La differenza
tra Marxismo e Darwinismo, così come la differenza all'interno del
sistema Marxiano tra la serie dei fatti materiali che sono concepiti
essere le forze fondamentali del processo, da una parte, e la serie di
fatti spirituali entro i quali il movimento dialettico procede, questa
disparità è mostrata nel carattere assegnato alla lotta delle classi da
Marx ed Engels. La lotta è asserita essere consapevole, e procede sul
riconoscimento da parte delle classi che competono dei propri interessi
mutuamente incompatibili riguardo ai mezzi materiali della vita. La
lotta delle classi procede su motivi di interesse, ed il riconoscimento
di un interesse di classe può, chiaramente, essere raggiunto solamente
mediante la riflessione sui fatti del caso. Non c'è dunque neppure un
collegamento causale e diretto tra le forze materiali in causa e la
scelta di una determinata linea di condotta. L'atteggiamento del
partito interessato non è il risultato delle forze materiali in modo
così immediato da metterlo all'interno di una diretta relazione di
causa ed effetto, neppure con un grado di intimità tale da permettere
di essere classificato come un tropismo [comportamento riflesso, NdT],
o anche una istintiva risposta all'impatto della forza materiale in
questione.
La sequenza
della riflessione, e della conseguente scelta del lato della barricata,
corre completamente fuori della serie dei fatti materiali implicati.
Un'ulteriore
caratteristica della dottrina della lotta delle classi è meritevole di
essere menzionata. Mentre il concetto non è darwiniano, non è anche
legittimamente hegeliano, di Destra o di Sinistra. È di origine
utilitaria e ha un albero genealogico inglese, ed appartiene a Marx in
virtù del suo avere preso in prestito i suoi elementi dal sistema
dell'interesse personale. È infatti un pezzo di edonismo, e si
riferisce a Bentham piuttosto che a Hegel. Procede per motivi di
calcolo edonistico che è ugualmente estraneo alla nozione hegeliana di
un processo di dispiegamento quanto alle nozioni della causalità
cumulativa post-darwiniane. Riguardo alla tenuta della dottrina,
separatamente dalla questione della sua derivazione e la sua
compatibilità coi postulati neo-hegeliani, si aggiungerà che è
piuttosto fuori armonia con gli ultimi risultati dell'indagine
psicologica, esattamente come è vero riguardo l'uso fatto del calcolo
edonistico da parte dell'economia classica (austriaca).
All'interno
del dominio coperto dalla concezione materialistica, cioè all'interno
del dominio del dispiegamento della cultura umana che è il campo della
speculazione Marxiana in grande, Marx ha dedicato più particolarmente i
suoi sforzi all'analisi e alla formulazione teorica della situazione
presente, la fase corrente del processo, il sistema capitalistico. E,
dato che il modo prevalente di produzione di beni, determinando la
forma e i modi della lotta delle classi, determina la vita
istituzionale, intellettuale e spirituale dell'epoca, la discussione
necessariamente comincia con la teoria della "produzione
capitalistica", ovvero la produzione così come effettuata sotto il
sistema capitalistico (). Sotto il sistema
capitalistico, vale a dire sotto il sistema dei moderni traffici degli
affari, la produzione è produzioni di merci, di beni commerciabili
guardando al prezzo ottenibile per loro nel mercato. Il grande fatto
sul quale ogni industria sotto questo sistema si incardina è il prezzo
dei beni commerciabili. Perciò è a questo punto che Marx si imbatte nel
sistema di produzione capitalistica, e perciò la teoria del valore
diviene la caratteristica dominante della sua economia ed il punto di
partenza per l'intera analisi, in tutte le sue ampie ramificazioni ().
Non vale
molto la pena di mettere in dubbio quello che serve come inizio della
disamina nelle attuali critiche a Marx; vale a dire, che lui non
fornisce prove adeguate della sua teoria del valore-lavoro ().
E' meglio andare oltre, e dire che non ne fornisce nessuna prova. La
"finta" che occupa i capitoli d'apertura del
Kapital ed i corrispondenti passaggi di Zur
Kritik, ecc. non devono essere presi sul serio come un
tentativo di provare la sua posizione su questo tema con il ricorso a
normali argomentazioni. È piuttosto una allegra, soddisfatta e
superiore presa in giro di quei lettori (critici) le cui limitate forze
non permettono loro di vedere che la sua proposizione è ovvia.
Sul terreno
hegeliano (neohegeliano), e vista nella luce di una generale concezione
materialistica, la proposizione sul valore costo del lavoro è ovvia,
per non dire tautologica. Vista in una diversa luce, non ha particolare
forza.
Nello schema
hegeliano delle cose l'unica realtà sostanziale è il dispiegamento
della vita spirituale. Nello schema neohegeliano, così come incarnato
nella concezione materialistica, questa realtà è tradotta in termini
del dispiegamento (materiale) della vita dell'uomo nella società.()
Nella misura in cui i beni sono prodotti dall'industria, questi sono il
prodotto del dispiegamento della vita dell'uomo, un residuo materiale
che incarna una certa parte di questo potente processo vitale. In
questo processo vitale sta ogni realtà sostanziale, e tutte le
relazioni finali valide di quantivalenza [equivalenza quantitativa.
NdT] tra i prodotti di questo processo vitale devono funzionare nei
suoi propri termini. Il processo vitale che, quando prende la specifica
forma di impiego di forza lavoro, produce beni, è un processo di forze
materiali, e le caratteristiche spirituali o mentali del processo
vitale e del lavoro ne è solamente un suo riflesso non sostanziale. È
di conseguenza solamente nei cambiamenti materiali prodotti da questo
impiego di forza lavoro che la sostanza metafisica della vita - la
forza lavoro - può essere incarnata; ma in questi cambiamenti di fatti
materiali non può che essere incarnata, perché questi sono il fine
verso il quale esso è diretto.
Questo
equilibrio tra beni rispetto alla loro grandezza come prodotto di
lavoro umano rimane ben indefettibile, in base alla realtà metafisica
del processo vitale, qualunque superficiale (fenomenica) variazione da
questa norma possa accadere nei comportamenti degli uomini verso i beni
sotto lo stress della strategia dell'interesse personale. Tale è il
valore dei beni in realtà; loro sono equivalenti l'un l'altro nella
proporzione nella quale loro partecipano di questa qualità sostanziale,
anche qualora il loro vero rapporto di equivalenza non possa giungere
mai ad un'espressione adeguata nelle operazioni coinvolte nella
distribuzione dei beni. Questo vero o reale valore dei beni è un fatto
di produzione, e resta vero sotto tutti i sistemi e metodi di
produzione, mentre il valore di scambio (la "forma fenomenica" del vero
valore) è un fatto della distribuzione, ed esprime il vero valore in
modo più o meno adeguato a seconda di come lo schema delle forze di
distribuzione in un momento determinato si adeguino o meno alle equità
date dalla produzione. Se la produzione dell'industria fosse
distribuita rigorosamente agli agenti produttivi in proporzione al loro
contributo alla produzione, il valore di scambio dei beni si presume si
adeguerebbe al loro vero valore. Sotto l'attuale sistema capitalistico,
tuttavia, la distribuzione non è in nessun modo sensibilmente basata
sulle equità di produzione, ed il valore di scambio dei beni sotto
questo sistema può esprimere perciò solamente il loro vero valore in
modo molto grossolanamente, e soprattutto fortuitamente, approssimato.
Sotto un regime socialista, semmai, dove il lavoratore riceverebbe
tutto il prodotto del suo lavoro, e dove tutto il sistema di proprietà,
e di conseguenza il sistema di distribuzione, cadrebbe, i valori
giungerebbero alla loro vera espressione.
Sotto il
sistema capitalistico la determinazione del valore di scambio è una
questione di produzione di profitto competitiva, e i valori di scambio
perciò si dipartono bizzarramente e senza limiti dalle proporzioni
legittimamente stabilite dai veri valori, dei quali solamente loro sono
espressione. I critici di Marx identificano comunemente il concetto di
"valore" con quello di "valore di scambio" (), e
mostrano che la teoria del "valore" non quadra con l'andamento dei
prezzi nel sistema esistente di distribuzione, piamente sperando con
questo di avere confutato la dottrina di Marx; mentre, ovviamente, non
l'hanno in gran parte nemmeno sfiorata. L'equivoco dei critici può
essere dovuto ad una (probabilmente intenzionale) oscurità oracolare da
parte di Marx.
Sia colpa sua
o loro, le loro confutazioni sono state fin qui piuttosto
inconcludenti. La severa censura di Marx delle iniquità del sistema
capitalistico è quella contenuta per implicazione nel suo sviluppo del
modo in cui il valore di scambio attuale di beni diverge
sistematicamente da loro vero (costo-lavoro) valore.
Qui, davvero,
non solo giace l'iniquità inerente nel sistema esistente, ma anche la
sua debolezza fatale, secondo Marx.
La teoria del
valore, poi, è contenuta nel principale sistema di postulati Marxiani,
piuttosto che dedotta da loro. Marx identifica questa dottrina, nei
suoi elementi, con la teoria del valore-lavoro di Ricardo, ()
ma la relazione tra i due è quella di una coincidenza superficiale
nelle loro proposte principali piuttosto che un'identità sostanziale di
contenuti teorici. Nella teoria di Ricardo la fonte e la misura del
valore sono cercate nello sforzo e nel sacrificio subito dal
produttore, coerentemente, globalmente, con la posizione
Benthamita-utilitaria alla quale aderì piuttosto disinvoltamente ed
acriticamente Ricardo. Il fatto decisivo sul lavoro, quella qualità in
virtù della quale si presume che sia l'approdo finale nella teoria
della produzione, è la sua fastidiosità ["irksomeness",
NdT] .
Questo non è
evidentemente il caso nella teoria del valore-lavoro di Marx, per la
quale la questione della fastidiosità del lavoro è piuttosto
irrilevante, nella misura in cui la relazione è tra lavoro e
produzione. La diversità sostanziale o l'incompatibilità delle due
teorie si mostra direttamente quando ognuna di esse è usata dal suo
creatore nell'ulteriore analisi dei fenomeni economici. Dato che con
Ricardo il punto cruciale è il grado di fastidiosità del lavoro che
serve come misura del lavoro speso e del valore prodotto, e dato che
non c'è nella filosofia utilitaria di Ricardo nessun altro fatto vitale
posto sotto a questa fastidiosità, nessuna teoria del surplus consegue
dalla posizione principale. La produttività del lavoro non è cumulativa
nel suo proprio lavorare; e l'economia Ricardiana continua a cercare la
produttività cumulativa dell'industria nel funzionamento dei prodotti
del lavoro quando vengono impiegati nell'ulteriore produzione, e nella
fastidiosità dell'astinenza del capitalista. Dal che debitamente segue
la posizione generale dell'economia classica sulla teoria della
produzione.
Con Marx,
d'altra parte, la forza lavoro impiegata nella produzione, essendo un
prodotto ed avendo un valore sostanziale che corrisponde al suo proprio
costo del lavoro, il valore della forza lavoro impiegata ed il valore
del prodotto creato mediante il suo impiego non devono necessariamente
essere gli stessi. Non sono identici, come presupposto, come
succederebbe in ogni interpretazione edonistica dei fatti. E dunque ne
nasce una discrepanza tra il valore della forza lavoro spesa nella
produzione ed il valore del prodotto creato, e questa discrepanza è
coperta dal concetto di plusvalore. Sotto il sistema capitalistico,
essendo il salario il valore (il prezzo) della forza lavoro consumata
nell'industria, ne consegue che il plusvalore prodotto dal loro lavoro
non può andare ai lavoratori, ma diviene il profitto del capitale e la
fonte della sua accumulazione e crescita. Dal fatto che i salari sono
misurati dal valore della forza lavoro piuttosto che dal (più grande)
valore del prodotto del lavoro, segue anche che i lavoratori non sono
in grado di comprare tutto il prodotto del loro lavoro, e dunque i
capitalisti non sono in grado di vendere tutto il prodotto
dell'industria al suo pieno valore, da cui deriva la difficoltà di
natura più grave del sistema capitalistico, la sovrapproduzione e così
via.
Ma la
conseguenza più grave di questa discrepanza sistematica tra il valore
della forza lavoro ed il valore del suo prodotto è l'accumulazione di
capitale a partire dal lavoro non retribuito e l'effetto di questa
accumulazione sulla popolazione che lavora. La legge
dell'accumulazione, col suo corollario, la dottrina dell'esercito di
riserva industriale, è il punto finale e l'obiettivo della teoria di
Marx della produzione capitalista, proprio come la teoria del valore
lavoro è il suo punto di partenza ().
Mentre la teoria del valore e del plusvalore è la spiegazione di Marx
della possibilità di esistenza del sistema capitalistico, la legge
dell'accumulazione del capitale è la sua esposizione delle cause che
devono condurre al crollo di quel sistema e della maniera nella quale
inizierà il crollo. E da quando Marx esiste, sempre e dappertutto,
dall'agitatore socialista all'economista teorico, si sente dire senza
esitazione che la legge dell'accumulazione è il climax del suo grande
lavoro, da qualunque punto di vista venga guardato, come un teorema
economico o come un postulato della dottrina socialista.
La legge
dell'accumulazione capitalistica può essere parafrasata come segue ():
il salario è il valore (approssimativo) della forza lavoro comperata
nel contratto di lavoro; il prezzo del prodotto è il valore
(altrettanto approssimato) dei beni prodotti; e dato che il valore del
prodotto eccede quello della forza lavoro di un ammontare determinato
(plusvalore), che grazie al contratto di lavoro diventa possesso del
capitalista ed è da lui in parte come risparmio aggiunta al capitale
già posseduto, segue che (a), a parità del resto, più grande il
plusvalore, più rapido l'aumento di capitale; ed anche (b), che più
grande l'aumento di capitale relativamente alla forza di lavoro
assunta, più produttivo è il lavoro assunto e più grande il surplus
disponibile per l'accumulazione. Il processo di accumulazione, è perciò
evidentemente cumulativo; e, altrettanto evidentemente, l'aumento
aggiunto al capitale è un incremento non guadagnato dedotto dal surplus
non retribuito del lavoro.
Ma con un
aumento apprezzabile del capitale globale avviene un cambiamento nella
sua composizione tecnologica, il capitale "costante" (attrezzatura e
materie prime) aumenta sproporzionatamente in rapporto al capitale
"variabile" (fondo salari). "Dispositivi di risparmio del lavoro" sono
usati più estesamente di prima, e si risparmia lavoro. Una percentuale
più alta delle spese di produzione va per l'acquisto di attrezzature e
materie prime, ed una minore percentuale - anche se forse maggiore in
assoluto - va per l'acquisto della forza lavoro. Di relativamente meno
lavoro assunto ha bisogno il capitale globale in rapporto alla quantità
di beni prodotta. E dunque una parte della crescente forza lavoro non
servirà, ed inizierà ad esistere un "esercito di riserva industriale",
un "surplus di popolazione lavoratrice", un esercito di disoccupati.
Questa riserva cresce relativamente di più man mano che l'accumulazione
di capitale procede e conseguentemente i miglioramenti tecnologici
guadagnano terreno; avvengono così due divergenti cambiamenti
cumulativi nella situazione, antagonisti, ma dovuti allo stesso insieme
di forze, e per questo inseparabili: il capitale aumenta, ed anche il
numero di lavoratori inutilizzati (relativamente) aumenta.
Questa
divergenza tra l'ammontare di capitale e produzione, da un lato, e
l'ammontare ricevuto dai lavoratori come salari, d'altra parte, ha una
conseguenza incidentale di una certa importanza. Il potere di acquisto
dei lavoratori, rappresentato dai loro salari, e che è la maggior parte
della domanda di beni di consumo, nello stesso tempo, per la natura
delle cose, è progressivamente meno adeguata all'acquisto del prodotto,
rappresentato dal prezzo dei beni prodotti; ne consegue che il mercato
è progressivamente più soggetto a saturarsi per sovrapproduzione, e
quindi a crisi commerciali e depressione. È stato obiettato, come se
fosse un'inferenza diretta dalla posizione di Marx, che questo
disadattamento tra produzione e mercato, a causa del fatto che i
lavoratori non ricevono tutto il prodotto del loro lavoro, conduce
direttamente al crollo del sistema capitalistico, che così dalla sua
propria forza condurrà all'obbiettivo socialista. Questa non è tuttavia
la posizione di Marx anche se crisi e depressioni giocano un'importante
parte nel corso dello sviluppo che conduce al socialismo. Nella teoria
di Marx, il socialismo proviene da un movimento di classe consapevole
da parte dei lavoratori nullatenenti che agiranno deliberatamente
secondo il loro interesse e forzeranno il movimento rivoluzionario
verso la loro vittoria. Ma crisi e depressioni giocheranno un grande
ruolo nel portare i lavoratori entro una quadro mentale appropriato per
una simile mossa.
Dato un
capitale globale crescente, come indicato sopra, ed una riserva
concomitante di lavoratori inutilizzati che crescono ad un percentuale
ancora più alta, secondo la posizione di Marx, questo corpo di
lavoratori inutilizzati può essere, e sarà, usato dai capitalisti per
comprimere i salari per aumentare i profitti. Ne segue logicamente che,
più il capitale si accumula e più velocemente lo fa, più grande sarà la
riserva di inutilizzati, sia in termini assoluti che relativi rispetto
al lavoro da fare, e più forte sarà la pressione che agisce per ridurre
i salari ed abbassare gli standard di vita, e più profonda sarà la
degradazione e il disagio della classe operaia e più precipitosamente
declinerà la loro condizione ad un grado ancora più profondo. Ogni
periodo di depressione, col suo ingrossato corpo di lavoratori
inutilizzati che cercano lavoro, agirà per affrettare ed accentuare la
compressione dei salari, fino a che non ci sarà neppure la garanzia che
il salario, in media, venga tenuto sopra al minimo di sussistenza ().
Marx è davvero esplicito sul fatto che avverrà che i salari
declineranno sotto il minimo di sussistenza; e cita le condizioni di
lavoro dei bambini inglesi, la miseria e la degradazione per sostenere
le sue vedute (). Quando questo sarà andato
abbastanza avanti, quando la produzione capitalista arriva ad essere
vicina ad occupare l'intero campo dell'industria e ha sufficientemente
depresso le condizioni dei suoi lavoratori da farne una effettiva
maggioranza della comunità di coloro che non hanno niente da perdere,
allora, coordinandosi assieme, loro si muoveranno, con mezzi legali o
extra legali, o assorbendo lo Stato o sovvertendolo, per fare la
rivoluzione sociale; deve arrivare il Socialismo per via
dell'antagonismo di classe a causa dell'assenza di ogni interesse nella
proprietà nella classe lavoratrice, accoppiata con una miseria generale
così profonda da comportare qualche forma di degenerazione fisica.
Questo disagio sarà provocato dalla produttività elevata del lavoro
dovuta ad una maggiore accumulazione del capitale ed ai grandi
miglioramenti nelle arti industriali; la quale a sua volta è causata
dal fatto che sotto un sistema di imprese private con lavoro affittato
il lavoratore non riceve tutto il prodotto del suo lavoro; cosa, di
nuovo, che non sta dicendo nient'altro, in altre parole, che la
proprietà privata dei beni strumentali permette al capitalista di
appropriarsi ed accumulare il plusvalore prodotto. Così come su quale
sia il régime al quale la rivoluzione
sociale condurrà, Marx non ha niente di particolare da dire oltre la
tesi generale che non ci sarà proprietà privata, almeno non dei mezzi
di produzione.
Questi sono i
contorni del sistema Marxiano del socialismo. In tutto quello che
abbiamo detto finora non si è fatto ricorso al secondo e terzo volume
del Kapital. Né è necessario fare
ricorso a questi due volumi per la teoria generale del socialismo.
Questi non aggiungono niente di essenziale, anche se molti dei dettagli
dei processi implicati nel comporre lo schema capitalista sono trattati
con maggiore pienezza, e l'analisi è eseguita con grande coerenza e con
risultati ammirevoli. Per la teoria economica in grande questi due
volumi sono abbastanza importanti, ma un'indagine dei loro contenuti in
quel contesto non è qui necessaria.
Non c'è molto
da dire riguardo alla tenuta di questa teoria. Nei suoi tratti
essenziali, o almeno per gran parte almeno nei suoi elementi
caratteristici, è stata in gran parte abbandonata dagli ultimi
scrittori socialisti. Il numero di quelli che ci si riferiscono senza
essenziali discrepanze sta diventando sempre più piccolo. E'
necessariamente così, e per più di una ragione. I fatti non la stanno
sostenendo in determinati punti critici, come la dottrina della povertà
crescente; ed i postulati filosofici hegeliani, senza i quali il
Marxismo di Marx è privo di fondamenta è stato in gran parte
dimenticato dai dogmatici di oggi. Il Darwinismo ha soppiantato
grandemente l'hegelismo nelle loro abitudini di pensiero.
Il punto nel
quale la teoria è particolarmente fragile, considerata semplicemente
come una teoria della crescita sociale, è la sua dottrina implicita
della popolazione, implicata nella dottrina di una riserva crescente di
lavoratori inutilizzati. La dottrina della riserva di lavoro
inutilizzato implica come postulato che la popolazione aumenti sempre,
senza riferimento agli attuali e futuri mezzi di sussistenza. I fatti
empirici danno quanto meno un molto persuasivo apparente appoggio alle
viste espresse da Marx che la miseria non è, o non è stata fin ad oggi,
di nessun ostacolo alla propagazione della specie; ma non si portano
evidenze conclusive in appoggio di una tesi sul fatto che il numero di
lavoratori deve aumentare indipendentemente di un aumento dei mezzi di
sussistenza. Nessuno, da Darwin in poi, avrebbe l'ardire di affermare
che l'aumento della specie umana non è condizionato dai mezzi di
sussistenza.
Tutto ciò non
tocca tuttavia realmente le posizioni di Marx. Per Marx, il
neo-hegeliano, la storia, incluso lo sviluppo economico, è la
storia-vita della specie umana; ed il fatto principale in questa
storia-vita, particolarmente nel suo aspetto economico, è la crescente
ampiezza della vita umana. Questa, in un certo senso, è la linea di
base dell'intera analisi del processo della vita economica, inclusa la
fase di produzione capitalista assieme al resto.
La crescita
della popolazione è il primo principio, il più sostanziale, il più
materiale fattore in questo processo della vita economica, nella misura
in cui è un processo di crescita, di dispiegamento, di esfoliazione, e
non una fase di decrepitezza e decadenza. Se Marx avesse trovato che la
sua analisi stava conducendo a vedute contrarie a queste posizioni,
avrebbe concluso logicamente che il sistema capitalista è l'agonia
mortale della specie e il modo della sua estinzione. Tale conclusione è
preclusa dal suo punto di partenza hegeliano secondo il quale la meta
della storia-vita della specie in larga misura controlla il corso di
quella storia-vita in tutte le sue fasi, inclusa la fase del
capitalismo. Questa meta, o fine, che controlla il processo di sviluppo
umano, è la realizzazione completa della vita in tutta la sua pienezza,
e la realizzazione deve compiersi con un processo analogo alla
dialettica delle tre fasi, tesi, antitesi, e sintesi, nel quale lo
schema del sistema capitalista, con la sua enorme quantità di miseria e
degrado, va bene come ultima e più terribile fase di antitesi. Marx,
come hegeliano, cioè come filosofo romantico, è necessariamente un
ottimista, ed il male (elemento antitetico) nella vita è per lui un
logicamente necessario male, come l'antitesi è una fase necessaria
della dialettica; ed è un mezzo per il raggiungimento dell'obbiettivo,
come l'antitesi è un mezzo per la sintesi.
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Note:
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