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L' Economia Socialista di Karl Marx e dei suoi seguaci

L'essenziale delle lezioni tenute davanti a studenti della Harvard University nell'Aprile del 1906

Thorstein Veblen
[Testo originale disponibile qui: http://web.archive.org/web/20071008130309/http://de.geocities.com/veblenite/txt/soc_econ.txt]

  1. Le Teorie di Karl Marx

    The Quarterly Journal of Economics, vol. 20, N. 4 (Agosto 1906), pp. 575-595

  2. Il tardo marxismo

    The Quarterly Journal of Economics, vol. 21, No. 2. (Febbraio, 1907), pp. 292-322.

Entrambi i testi in un unico pdf: Veblen: L'Economia socialista di Karl Marx e seguaci.

I. Le Teorie di Karl Marx

Il sistema di dottrine prodotto da Marx è caratterizzato da una certa audacia delle concezioni ed una grande coerenza logica. In dettaglio, gli elementi costituenti del sistema non sono né nuovi né iconoclastici, né Marx in nessun punto pretende di avere scoperto fatti ignoti o avere escogitato formulazioni nascoste di fatti già noti; il sistema nell'insieme ha tuttavia un'aria di originalità e novità come raramente si trova nelle scienze che si occupano della cultura umana. Quanto di questo carattere distintivo il sistema di Marx debba ai tratti personali del suo creatore non è facile dire, ma ciò che lo distingue da tutti gli altri sistemi di teorie economiche non è una questione di gusti personali. Differisce in modo peculiare da tutti i sistemi teorici che l'hanno preceduto, sia nelle premesse, sia nei suoi scopi. Le critiche (ostili) a Marx non hanno abbastanza apprezzato il carattere radicale del suo punto di partenza in tutti e due questi aspetti, e si sono per questo generalmente perse in aggrovigliati dettagli apparentemente astrusi; mentre gli scrittori che hanno simpatizzato con i suoi insegnamenti sono stati troppo spesso dei discepoli curvi sulle esegesi e sulle conferme della loro fede di discepoli-seguaci.

Se non lo si esamina nel suo insieme e alla luce dei sui postulati e scopi, il sistema Marxiano non solo non regge, ma è anche incomprensibile. Una discussione di una caratteristica specifica e isolata del sistema (come la teoria del valore) dal punto di vista dell'economia classica (come quella proposta da Bohm-Bawerk) è futile come sarebbe una discussione sui solidi svolta in termini bidimensionali.

Relativamente ai postulati e le premesse, come agli scopi della sua indagine, la posizione di Marx non ha mai un solo obiettivo. In nessun modo le sue posizioni derivano da un'unica linea di antecedenti. Non appartiene ad una specifica sola scuola di filosofia, e i suoi ideali non coincidono con quelli di nessun gruppo di pensatori vissuti prima di lui. Per questa ragione è assieme un creatore di una scuola di pensiero e un leader di un movimento che persegue fini pratici.

Quanto ai motivi che lo conducono e le aspirazioni che lo guidano, sia nella critica distruttiva, sia nelle speculazioni creative, lui è soprattutto un teorico occupato nell'analisi dei fenomeni economici e della loro organizzazione in un sistema coerente ed affidabile di conoscenze scientifiche; ma è, allo stesso tempo, costantemente e tenacemente attento alle connessioni tra i progressi del suo lavoro teorico e la propaganda. Il suo lavoro sembra, per questo, polarizzato, come un'argomentazione di un militante; ma non è per questo lecito presumere, né si deve credere, che i suoi scopi propagandistici abbiano in qualche modo sostanzialmente deviato le sue indagini o le sue speculazioni dalla ricerca di una affidabile verità scientifica. La sua impostazione socialista può colorare le sue polemiche, ma la sua presa logica è troppo chiara e ferma per lasciare adito a pregiudizi, oltre ai suoi presupposti metafisici, e per infirmare il suo lavoro teorico.

Non esiste nessun sistematica teoria economica più logica di quella di Marx. Nessuna parte del sistema, nessun singolo articolo della dottrina può essere ben compreso, criticato, o difeso se non come parte del tutto e alla luce dei presupposti e postulati che ne costituiscono il punto di partenza e delle regole che controllano il tutto. Riguardo i presupposti e i postulati, Marx si muove lungo due linee distinte di antecedenti, l'hegelismo materialistico ed il sistema inglese del Diritto Naturale. Fin dai suoi primi studi egli adotta il metodo di pensiero hegeliano e la metafisica del cambiamento sottostante al sistema hegeliano. Con i suoi studi più tardi diventa un esperto del sistema del Diritto Naturale e delle Libertà Naturali, radicati nei suoi ideali di vita e completamente rispettati. Non ebbe nessun atteggiamento critico verso i principi fondamentali del Diritto Naturale. Anche i suoi presupposti hegeliani sul cambiamento non lo portano mai a mettere in dubbio i principi fondamentali di quel sistema. Lui è solamente più rigorosamente dedito a tirare fuori il loro contenuto di quanto fossero i suoi antagonisti sul diritto naturale della scuola liberale classica. Le sue polemiche sono contro specifici dogmi della scuola liberale, ma si muovono completamente sul terreno delle premesse di quella scuola. Gli ideali della sua propaganda sono ideali del Diritto Naturale, ma la sua teoria, nel collocare questi ideali nel corso della storia, si basa sulla metafisica hegeliana del cambiamento, ed il suo metodo speculativo e di costruzione della teoria è fondato sulla dialettica hegeliana.

Al centro del vivo interesse di Marx e del suo pensiero è in primo luogo il suo rapporto col movimento socialista rivoluzionario, ed è questa caratteristica della sua dottrina che riconduce immediatamente alla propaganda, che continua ancora a richiamare l'attenzione del maggior numero dei suoi critici. La prima tra queste dottrine, nella visuale dei suoi critici, è la teoria del valore, coi suoi corollari: (a) la dottrina dello sfruttamento del lavoro da parte del capitale; e (b) la rivendicazione al lavoratore dell'intero prodotto del suo lavoro. Dichiaratamente, Marx traccia la sua dottrina del valore del lavoro a partire da Ricardo, ed attraverso di lui, dall'economia classica (1). La rivendicazione ai lavoratori dell'intero prodotto del lavoro, che è abbastanza continuamente implicitamente presente, sebbene non frequentemente esplicitata da Marx, l'ha con ogni probabilità presa da scrittori inglesi degli inizi del diciannovesimo secolo (2), più precisamente da William Thompson. Queste dottrine sono apparentemente nient'altro che uno sviluppo delle concezioni del diritto naturale che in seguito pervasero il pensiero inglese e fornirono il terreno metafisico del movimento liberale. Le critiche più accanite del socialismo Marxiano hanno puntato molto su questi elementi dottrinali in supporto della propaganda, ed hanno, stressandoli, deviato l'attenzione dagli altri elementi che sono più importanti per il sistema come corpo teorico. Il loro interesse esclusivo per questo lato del "socialismo scientifico" li ha condotti anche a negare al sistema Marxiano ogni originalità sostanziale, e a ridurlo ad un germoglio (di dubbia legittimità) del Liberalismo inglese e del diritto naturale (3). Ma questa è una critica unilaterale. Può valere qualcosa contro alcuni principi del cosiddetto "socialismo scientifico", ma non fino al punto da coinvolgere l'intero sistema teorico Marxiano. Anche la teoria Marxiana del valore, del plusvalore e dello sfruttamento, non è semplicemente la dottrina di William Thompson, trascritta e sofisticata in una terminologia astrusa, per quanto grandi siano superficialmente la somiglianza e il debito non riconosciuto di Marx verso Thompson. Per molti dettagli e per molte delle sue attitudini, Marx può essere indebitato verso gli Utilitaristi; ma, dopo tutto, il suo sistema teorico, preso nell'insieme, giace all'interno delle frontiere del neo-hegelismo, ed anche i dettagli sono aggiustati in accordo coi presupposti di quella scuola di pensiero e hanno assunto il completamento che gli appartiene su quel terreno. Non è dunque da un esame per argomenti dei dettagli della dottrina, tracciando il loro albero genealogico in dettaglio, che si può arrivare ad una concezione corretta di Marx e del suo contributo all'economia, ma piuttosto seguendolo dal suo proprio punto di partenza fin nelle ramificazioni della sua teoria, ed osservando il tutto dall'alto, dalla prospettiva che il tempo passato ora ci fornisce, ma che a lui era inaccessibile, essendo troppo vicino al suo stesso lavoro per vedere perché arrivò lì dove arrivò.

Il sistema complessivo del Marxismo è incluso all'interno dello schema della concezione materialistica della Storia (4). Questa concezione materialistica è essenzialmente hegeliana (5), anche se appartiene alla Sinistra hegeliana, e la sua affiliazione immediata è con Feuerbach, non con la linea diretta dell'ortodossia di Hegel. Il punto principale di interesse qui, nell'identificare la concezione materialistica con l'hegelismo, è che questa identificazione lo mette immediatamente e senza compromessi in contrasto con le concezioni dell'evoluzione del darwinismo e del post-darwinismo. Anche se è possibile rintracciare plausibilmente un albero genealogico inglese per questa Concezione Materialistica, o "Socialismo Scientifico", come si è tentato, rimane non meno vero che la concezione che Marx adottò per il suo lavoro era una cornice trasformata della dialettica hegeliana (6).

Grosso modo, il materialismo hegeliano differisce dall'ortodossia hegeliana per l'inversione della principale sequenza logica, non scartando la logica o ricorrendo a nuove prove di verità o di finalità. Si potrebbe dire, sebbene forse con eccessiva rozzezza, che là dove Hegel dice "Das Denken ist das Sein" ["Il Pensiero è l'Essere", NdT], i materialisti, particolarmente Marx ed Engels, direbbero "Das Sein macht das Denken" ["L'Essere fa il Pensiero", NdT]. Ma in entrambi i casi qualche tipo di primato creativo è assegnato ad uno o l'altro membro del complesso, ed in nessun caso la relazione tra i due membri è una relazione causale. Nella concezione materialistica la vita spirituale dell'uomo, ciò che l'uomo pensa, è un riflesso di quello che lui è sotto l'aspetto materiale, in modo molto simile a come l'hegeliano ortodosso farebbe del mondo materiale un riflesso dello spirito. In entrambi la regola principale del pensiero e della formulazione della teoria è la concezione del movimento, dello sviluppo, dell'evoluzione, del cambiamento; ed in entrambi il movimento è concepito necessariamente come avvenire con il metodo del conflitto o della lotta. Il movimento è della stessa natura del progresso, avanzamento graduale verso una meta, verso la realizzazione in forma esplicita di tutto ciò che è implicito nell'attività sostanziale coinvolta nel movimento. Il movimento è, inoltre, auto-condizionato e auto-agente: è un dispiegamento per necessità interna. La lotta che costituisce il metodo del movimento o dell'evoluzione è, nel sistema hegeliano correttamente inteso, la lotta dello spirito per l'autorealizzazione attraverso il famoso processo della dialettica in tre fasi. Nella concezione materialistica della storia questo movimento dialettico diviene la lotta delle classi del sistema Marxiano.

La lotta delle classi è concepita come "materiale", ma il termine "materiale" è in questo contesto usato in senso metaforico. Non vuole dire meccanico o fisico, o anche fisiologico, ma economico. È materiale nel senso che è una lotta tra classi per i mezzi materiali della vita. "La concezione materialistica della storia si basa sul principio che la produzione e, successivamente alla produzione, lo scambio dei suoi prodotti è il fondamento di ogni ordine sociale". (7) L'ordine sociale prende la sua forma attraverso la lotta delle classi, ed il carattere della lotta delle classi in ogni specifica fase del dispiegamento dello sviluppo della società è determinato dal "modo prevalente di produzione economica e scambio." La dialettica del movimento del progresso sociale si muove perciò sul piano spirituale del desiderio e della passione umani, non sul (letteralmente) piano materiale dello stress meccanico e fisiologico, sul quale il processo di sviluppo della creazione bruta si dispiega. È un materialismo sublimato; sublimato dalla presenza dominante dello spirito umano consapevole; ma è condizionato dai fatti materiali della produzione dei mezzi di sostentamento della vita (8). Alla fine le forze attive coinvolte nel processo di dispiegamento della vita sociale sono (apparentemente) gli agenti materiali impegnati nei meccanismi della produzione; ma la dialettica del processo - la lotta delle classi - corre la sua corsa solo fra, ed nei termini di, le secondarie (epigenetiche) forze della coscienza umana impegnate nella valutazione dei prodotti materiali dell'industria. Una coerente concezione materialistica, che aderisce coerentemente ad un'interpretazione materialistica del processo di sviluppo così come dei fatti coinvolti nel processo, potrebbe ben poco evitare di fare la sua putativa lotta dialettica un mero conflitto brutale e inconsapevole di brute forze materiali. A questo avrebbe condotto un'interpretazione nei termini opachi di cause ed effetti, senza ricorso al concetto di una lotta di classe consapevole, ed è probabile che avrebbe condotto ad un concetto dell'evoluzione simile al concetto inteleologico Darwiniano di selezione naturale. Avrebbe potuto condurre difficilmente alla nozione Marxiana di lotta di classe consapevole come uno dei necessari metodi del progresso sociale, sebbene poteva essere concepibile, con l'aiuto di generalizzazioni empiriche, arrivare ad un schema del processo sociale nel quale la lotta delle classi sarebbe inclusa come un fattore incidentale, anche se magari altamente efficiente. (9) Avrebbe condotto, come il Darwinismo, alla concezione di un processo di cambiamento complessivo della struttura e delle funzioni sociali; ma questo processo, essendo fondamentalmente una sequenza cumulativa di causalità, opache e inteleologiche, non si sarebbe potuto asserire, senza un'infusione di pie volontà da parte del pensatore, comportasse un progresso distinto dalla regressione o tendere ad una "realizzazione" o "autorealizzazione" dello spirito umano o di qualsiasi altra cosa. Né si sarebbe potuto asserire ragionevolmente essere capace di condurre ad un traguardo finale, una meta alla quale dovrebbero convergere tutte le linee del processo, ed oltre la quale il processo non può andare oltre, come la meta assunta dal processo Marxiano di lotta delle classi, che è pensata cessare nella struttura economica senza classi del traguardo socialista finale. Non c'è nel darwininismo un tale traguardo finale o perfetto, e nessun equilibrio definitivo.

La differenza tra Marxismo e Darwinismo, così come la differenza all'interno del sistema Marxiano tra la serie dei fatti materiali che sono concepiti essere le forze fondamentali del processo, da una parte, e la serie di fatti spirituali entro i quali il movimento dialettico procede, questa disparità è mostrata nel carattere assegnato alla lotta delle classi da Marx ed Engels. La lotta è asserita essere consapevole, e procede sul riconoscimento da parte delle classi che competono dei propri interessi mutuamente incompatibili riguardo ai mezzi materiali della vita. La lotta delle classi procede su motivi di interesse, ed il riconoscimento di un interesse di classe può, chiaramente, essere raggiunto solamente mediante la riflessione sui fatti del caso. Non c'è dunque neppure un collegamento causale e diretto tra le forze materiali in causa e la scelta di una determinata linea di condotta. L'atteggiamento del partito interessato non è il risultato delle forze materiali in modo così immediato da metterlo all'interno di una diretta relazione di causa ed effetto, neppure con un grado di intimità tale da permettere di essere classificato come un tropismo [comportamento riflesso, NdT], o anche una istintiva risposta all'impatto della forza materiale in questione.

La sequenza della riflessione, e della conseguente scelta del lato della barricata, corre completamente fuori della serie dei fatti materiali implicati.

Un'ulteriore caratteristica della dottrina della lotta delle classi è meritevole di essere menzionata. Mentre il concetto non è darwiniano, non è anche legittimamente hegeliano, di Destra o di Sinistra. È di origine utilitaria e ha un albero genealogico inglese, ed appartiene a Marx in virtù del suo avere preso in prestito i suoi elementi dal sistema dell'interesse personale. È infatti un pezzo di edonismo, e si riferisce a Bentham piuttosto che a Hegel. Procede per motivi di calcolo edonistico che è ugualmente estraneo alla nozione hegeliana di un processo di dispiegamento quanto alle nozioni della causalità cumulativa post-darwiniane. Riguardo alla tenuta della dottrina, separatamente dalla questione della sua derivazione e la sua compatibilità coi postulati neo-hegeliani, si aggiungerà che è piuttosto fuori armonia con gli ultimi risultati dell'indagine psicologica, esattamente come è vero riguardo l'uso fatto del calcolo edonistico da parte dell'economia classica (austriaca).

All'interno del dominio coperto dalla concezione materialistica, cioè all'interno del dominio del dispiegamento della cultura umana che è il campo della speculazione Marxiana in grande, Marx ha dedicato più particolarmente i suoi sforzi all'analisi e alla formulazione teorica della situazione presente, la fase corrente del processo, il sistema capitalistico. E, dato che il modo prevalente di produzione di beni, determinando la forma e i modi della lotta delle classi, determina la vita istituzionale, intellettuale e spirituale dell'epoca, la discussione necessariamente comincia con la teoria della "produzione capitalistica", ovvero la produzione così come effettuata sotto il sistema capitalistico (10). Sotto il sistema capitalistico, vale a dire sotto il sistema dei moderni traffici degli affari, la produzione è produzioni di merci, di beni commerciabili guardando al prezzo ottenibile per loro nel mercato. Il grande fatto sul quale ogni industria sotto questo sistema si incardina è il prezzo dei beni commerciabili. Perciò è a questo punto che Marx si imbatte nel sistema di produzione capitalistica, e perciò la teoria del valore diviene la caratteristica dominante della sua economia ed il punto di partenza per l'intera analisi, in tutte le sue ampie ramificazioni (11).

Non vale molto la pena di mettere in dubbio quello che serve come inizio della disamina nelle attuali critiche a Marx; vale a dire, che lui non fornisce prove adeguate della sua teoria del valore-lavoro (12). E' meglio andare oltre, e dire che non ne fornisce nessuna prova. La "finta" che occupa i capitoli d'apertura del Kapital ed i corrispondenti passaggi di Zur Kritik, ecc. non devono essere presi sul serio come un tentativo di provare la sua posizione su questo tema con il ricorso a normali argomentazioni. È piuttosto una allegra, soddisfatta e superiore presa in giro di quei lettori (critici) le cui limitate forze non permettono loro di vedere che la sua proposizione è ovvia.

Sul terreno hegeliano (neohegeliano), e vista nella luce di una generale concezione materialistica, la proposizione sul valore costo del lavoro è ovvia, per non dire tautologica. Vista in una diversa luce, non ha particolare forza.

Nello schema hegeliano delle cose l'unica realtà sostanziale è il dispiegamento della vita spirituale. Nello schema neohegeliano, così come incarnato nella concezione materialistica, questa realtà è tradotta in termini del dispiegamento (materiale) della vita dell'uomo nella società.(13) Nella misura in cui i beni sono prodotti dall'industria, questi sono il prodotto del dispiegamento della vita dell'uomo, un residuo materiale che incarna una certa parte di questo potente processo vitale. In questo processo vitale sta ogni realtà sostanziale, e tutte le relazioni finali valide di quantivalenza [equivalenza quantitativa. NdT] tra i prodotti di questo processo vitale devono funzionare nei suoi propri termini. Il processo vitale che, quando prende la specifica forma di impiego di forza lavoro, produce beni, è un processo di forze materiali, e le caratteristiche spirituali o mentali del processo vitale e del lavoro ne è solamente un suo riflesso non sostanziale. È di conseguenza solamente nei cambiamenti materiali prodotti da questo impiego di forza lavoro che la sostanza metafisica della vita - la forza lavoro - può essere incarnata; ma in questi cambiamenti di fatti materiali non può che essere incarnata, perché questi sono il fine verso il quale esso è diretto.

Questo equilibrio tra beni rispetto alla loro grandezza come prodotto di lavoro umano rimane ben indefettibile, in base alla realtà metafisica del processo vitale, qualunque superficiale (fenomenica) variazione da questa norma possa accadere nei comportamenti degli uomini verso i beni sotto lo stress della strategia dell'interesse personale. Tale è il valore dei beni in realtà; loro sono equivalenti l'un l'altro nella proporzione nella quale loro partecipano di questa qualità sostanziale, anche qualora il loro vero rapporto di equivalenza non possa giungere mai ad un'espressione adeguata nelle operazioni coinvolte nella distribuzione dei beni. Questo vero o reale valore dei beni è un fatto di produzione, e resta vero sotto tutti i sistemi e metodi di produzione, mentre il valore di scambio (la "forma fenomenica" del vero valore) è un fatto della distribuzione, ed esprime il vero valore in modo più o meno adeguato a seconda di come lo schema delle forze di distribuzione in un momento determinato si adeguino o meno alle equità date dalla produzione. Se la produzione dell'industria fosse distribuita rigorosamente agli agenti produttivi in proporzione al loro contributo alla produzione, il valore di scambio dei beni si presume si adeguerebbe al loro vero valore. Sotto l'attuale sistema capitalistico, tuttavia, la distribuzione non è in nessun modo sensibilmente basata sulle equità di produzione, ed il valore di scambio dei beni sotto questo sistema può esprimere perciò solamente il loro vero valore in modo molto grossolanamente, e soprattutto fortuitamente, approssimato. Sotto un regime socialista, semmai, dove il lavoratore riceverebbe tutto il prodotto del suo lavoro, e dove tutto il sistema di proprietà, e di conseguenza il sistema di distribuzione, cadrebbe, i valori giungerebbero alla loro vera espressione.

Sotto il sistema capitalistico la determinazione del valore di scambio è una questione di produzione di profitto competitiva, e i valori di scambio perciò si dipartono bizzarramente e senza limiti dalle proporzioni legittimamente stabilite dai veri valori, dei quali solamente loro sono espressione. I critici di Marx identificano comunemente il concetto di "valore" con quello di "valore di scambio" (14), e mostrano che la teoria del "valore" non quadra con l'andamento dei prezzi nel sistema esistente di distribuzione, piamente sperando con questo di avere confutato la dottrina di Marx; mentre, ovviamente, non l'hanno in gran parte nemmeno sfiorata. L'equivoco dei critici può essere dovuto ad una (probabilmente intenzionale) oscurità oracolare da parte di Marx.

Sia colpa sua o loro, le loro confutazioni sono state fin qui piuttosto inconcludenti. La severa censura di Marx delle iniquità del sistema capitalistico è quella contenuta per implicazione nel suo sviluppo del modo in cui il valore di scambio attuale di beni diverge sistematicamente da loro vero (costo-lavoro) valore.

Qui, davvero, non solo giace l'iniquità inerente nel sistema esistente, ma anche la sua debolezza fatale, secondo Marx.

La teoria del valore, poi, è contenuta nel principale sistema di postulati Marxiani, piuttosto che dedotta da loro. Marx identifica questa dottrina, nei suoi elementi, con la teoria del valore-lavoro di Ricardo, (15) ma la relazione tra i due è quella di una coincidenza superficiale nelle loro proposte principali piuttosto che un'identità sostanziale di contenuti teorici. Nella teoria di Ricardo la fonte e la misura del valore sono cercate nello sforzo e nel sacrificio subito dal produttore, coerentemente, globalmente, con la posizione Benthamita-utilitaria alla quale aderì piuttosto disinvoltamente ed acriticamente Ricardo. Il fatto decisivo sul lavoro, quella qualità in virtù della quale si presume che sia l'approdo finale nella teoria della produzione, è la sua fastidiosità ["irksomeness", NdT] .

Questo non è evidentemente il caso nella teoria del valore-lavoro di Marx, per la quale la questione della fastidiosità del lavoro è piuttosto irrilevante, nella misura in cui la relazione è tra lavoro e produzione. La diversità sostanziale o l'incompatibilità delle due teorie si mostra direttamente quando ognuna di esse è usata dal suo creatore nell'ulteriore analisi dei fenomeni economici. Dato che con Ricardo il punto cruciale è il grado di fastidiosità del lavoro che serve come misura del lavoro speso e del valore prodotto, e dato che non c'è nella filosofia utilitaria di Ricardo nessun altro fatto vitale posto sotto a questa fastidiosità, nessuna teoria del surplus consegue dalla posizione principale. La produttività del lavoro non è cumulativa nel suo proprio lavorare; e l'economia Ricardiana continua a cercare la produttività cumulativa dell'industria nel funzionamento dei prodotti del lavoro quando vengono impiegati nell'ulteriore produzione, e nella fastidiosità dell'astinenza del capitalista. Dal che debitamente segue la posizione generale dell'economia classica sulla teoria della produzione.

Con Marx, d'altra parte, la forza lavoro impiegata nella produzione, essendo un prodotto ed avendo un valore sostanziale che corrisponde al suo proprio costo del lavoro, il valore della forza lavoro impiegata ed il valore del prodotto creato mediante il suo impiego non devono necessariamente essere gli stessi. Non sono identici, come presupposto, come succederebbe in ogni interpretazione edonistica dei fatti. E dunque ne nasce una discrepanza tra il valore della forza lavoro spesa nella produzione ed il valore del prodotto creato, e questa discrepanza è coperta dal concetto di plusvalore. Sotto il sistema capitalistico, essendo il salario il valore (il prezzo) della forza lavoro consumata nell'industria, ne consegue che il plusvalore prodotto dal loro lavoro non può andare ai lavoratori, ma diviene il profitto del capitale e la fonte della sua accumulazione e crescita. Dal fatto che i salari sono misurati dal valore della forza lavoro piuttosto che dal (più grande) valore del prodotto del lavoro, segue anche che i lavoratori non sono in grado di comprare tutto il prodotto del loro lavoro, e dunque i capitalisti non sono in grado di vendere tutto il prodotto dell'industria al suo pieno valore, da cui deriva la difficoltà di natura più grave del sistema capitalistico, la sovrapproduzione e così via.

Ma la conseguenza più grave di questa discrepanza sistematica tra il valore della forza lavoro ed il valore del suo prodotto è l'accumulazione di capitale a partire dal lavoro non retribuito e l'effetto di questa accumulazione sulla popolazione che lavora. La legge dell'accumulazione, col suo corollario, la dottrina dell'esercito di riserva industriale, è il punto finale e l'obiettivo della teoria di Marx della produzione capitalista, proprio come la teoria del valore lavoro è il suo punto di partenza (16). Mentre la teoria del valore e del plusvalore è la spiegazione di Marx della possibilità di esistenza del sistema capitalistico, la legge dell'accumulazione del capitale è la sua esposizione delle cause che devono condurre al crollo di quel sistema e della maniera nella quale inizierà il crollo. E da quando Marx esiste, sempre e dappertutto, dall'agitatore socialista all'economista teorico, si sente dire senza esitazione che la legge dell'accumulazione è il climax del suo grande lavoro, da qualunque punto di vista venga guardato, come un teorema economico o come un postulato della dottrina socialista.

La legge dell'accumulazione capitalistica può essere parafrasata come segue (17): il salario è il valore (approssimativo) della forza lavoro comperata nel contratto di lavoro; il prezzo del prodotto è il valore (altrettanto approssimato) dei beni prodotti; e dato che il valore del prodotto eccede quello della forza lavoro di un ammontare determinato (plusvalore), che grazie al contratto di lavoro diventa possesso del capitalista ed è da lui in parte come risparmio aggiunta al capitale già posseduto, segue che (a), a parità del resto, più grande il plusvalore, più rapido l'aumento di capitale; ed anche (b), che più grande l'aumento di capitale relativamente alla forza di lavoro assunta, più produttivo è il lavoro assunto e più grande il surplus disponibile per l'accumulazione. Il processo di accumulazione, è perciò evidentemente cumulativo; e, altrettanto evidentemente, l'aumento aggiunto al capitale è un incremento non guadagnato dedotto dal surplus non retribuito del lavoro.

Ma con un aumento apprezzabile del capitale globale avviene un cambiamento nella sua composizione tecnologica, il capitale "costante" (attrezzatura e materie prime) aumenta sproporzionatamente in rapporto al capitale "variabile" (fondo salari). "Dispositivi di risparmio del lavoro" sono usati più estesamente di prima, e si risparmia lavoro. Una percentuale più alta delle spese di produzione va per l'acquisto di attrezzature e materie prime, ed una minore percentuale - anche se forse maggiore in assoluto - va per l'acquisto della forza lavoro. Di relativamente meno lavoro assunto ha bisogno il capitale globale in rapporto alla quantità di beni prodotta. E dunque una parte della crescente forza lavoro non servirà, ed inizierà ad esistere un "esercito di riserva industriale", un "surplus di popolazione lavoratrice", un esercito di disoccupati. Questa riserva cresce relativamente di più man mano che l'accumulazione di capitale procede e conseguentemente i miglioramenti tecnologici guadagnano terreno; avvengono così due divergenti cambiamenti cumulativi nella situazione, antagonisti, ma dovuti allo stesso insieme di forze, e per questo inseparabili: il capitale aumenta, ed anche il numero di lavoratori inutilizzati (relativamente) aumenta.

Questa divergenza tra l'ammontare di capitale e produzione, da un lato, e l'ammontare ricevuto dai lavoratori come salari, d'altra parte, ha una conseguenza incidentale di una certa importanza. Il potere di acquisto dei lavoratori, rappresentato dai loro salari, e che è la maggior parte della domanda di beni di consumo, nello stesso tempo, per la natura delle cose, è progressivamente meno adeguata all'acquisto del prodotto, rappresentato dal prezzo dei beni prodotti; ne consegue che il mercato è progressivamente più soggetto a saturarsi per sovrapproduzione, e quindi a crisi commerciali e depressione. È stato obiettato, come se fosse un'inferenza diretta dalla posizione di Marx, che questo disadattamento tra produzione e mercato, a causa del fatto che i lavoratori non ricevono tutto il prodotto del loro lavoro, conduce direttamente al crollo del sistema capitalistico, che così dalla sua propria forza condurrà all'obbiettivo socialista. Questa non è tuttavia la posizione di Marx anche se crisi e depressioni giocano un'importante parte nel corso dello sviluppo che conduce al socialismo. Nella teoria di Marx, il socialismo proviene da un movimento di classe consapevole da parte dei lavoratori nullatenenti che agiranno deliberatamente secondo il loro interesse e forzeranno il movimento rivoluzionario verso la loro vittoria. Ma crisi e depressioni giocheranno un grande ruolo nel portare i lavoratori entro una quadro mentale appropriato per una simile mossa.

Dato un capitale globale crescente, come indicato sopra, ed una riserva concomitante di lavoratori inutilizzati che crescono ad un percentuale ancora più alta, secondo la posizione di Marx, questo corpo di lavoratori inutilizzati può essere, e sarà, usato dai capitalisti per comprimere i salari per aumentare i profitti. Ne segue logicamente che, più il capitale si accumula e più velocemente lo fa, più grande sarà la riserva di inutilizzati, sia in termini assoluti che relativi rispetto al lavoro da fare, e più forte sarà la pressione che agisce per ridurre i salari ed abbassare gli standard di vita, e più profonda sarà la degradazione e il disagio della classe operaia e più precipitosamente declinerà la loro condizione ad un grado ancora più profondo. Ogni periodo di depressione, col suo ingrossato corpo di lavoratori inutilizzati che cercano lavoro, agirà per affrettare ed accentuare la compressione dei salari, fino a che non ci sarà neppure la garanzia che il salario, in media, venga tenuto sopra al minimo di sussistenza (18). Marx è davvero esplicito sul fatto che avverrà che i salari declineranno sotto il minimo di sussistenza; e cita le condizioni di lavoro dei bambini inglesi, la miseria e la degradazione per sostenere le sue vedute (19). Quando questo sarà andato abbastanza avanti, quando la produzione capitalista arriva ad essere vicina ad occupare l'intero campo dell'industria e ha sufficientemente depresso le condizioni dei suoi lavoratori da farne una effettiva maggioranza della comunità di coloro che non hanno niente da perdere, allora, coordinandosi assieme, loro si muoveranno, con mezzi legali o extra legali, o assorbendo lo Stato o sovvertendolo, per fare la rivoluzione sociale; deve arrivare il Socialismo per via dell'antagonismo di classe a causa dell'assenza di ogni interesse nella proprietà nella classe lavoratrice, accoppiata con una miseria generale così profonda da comportare qualche forma di degenerazione fisica. Questo disagio sarà provocato dalla produttività elevata del lavoro dovuta ad una maggiore accumulazione del capitale ed ai grandi miglioramenti nelle arti industriali; la quale a sua volta è causata dal fatto che sotto un sistema di imprese private con lavoro affittato il lavoratore non riceve tutto il prodotto del suo lavoro; cosa, di nuovo, che non sta dicendo nient'altro, in altre parole, che la proprietà privata dei beni strumentali permette al capitalista di appropriarsi ed accumulare il plusvalore prodotto. Così come su quale sia il régime al quale la rivoluzione sociale condurrà, Marx non ha niente di particolare da dire oltre la tesi generale che non ci sarà proprietà privata, almeno non dei mezzi di produzione.

Questi sono i contorni del sistema Marxiano del socialismo. In tutto quello che abbiamo detto finora non si è fatto ricorso al secondo e terzo volume del Kapital. Né è necessario fare ricorso a questi due volumi per la teoria generale del socialismo. Questi non aggiungono niente di essenziale, anche se molti dei dettagli dei processi implicati nel comporre lo schema capitalista sono trattati con maggiore pienezza, e l'analisi è eseguita con grande coerenza e con risultati ammirevoli. Per la teoria economica in grande questi due volumi sono abbastanza importanti, ma un'indagine dei loro contenuti in quel contesto non è qui necessaria.

Non c'è molto da dire riguardo alla tenuta di questa teoria. Nei suoi tratti essenziali, o almeno per gran parte almeno nei suoi elementi caratteristici, è stata in gran parte abbandonata dagli ultimi scrittori socialisti. Il numero di quelli che ci si riferiscono senza essenziali discrepanze sta diventando sempre più piccolo. E' necessariamente così, e per più di una ragione. I fatti non la stanno sostenendo in determinati punti critici, come la dottrina della povertà crescente; ed i postulati filosofici hegeliani, senza i quali il Marxismo di Marx è privo di fondamenta è stato in gran parte dimenticato dai dogmatici di oggi. Il Darwinismo ha soppiantato grandemente l'hegelismo nelle loro abitudini di pensiero.

Il punto nel quale la teoria è particolarmente fragile, considerata semplicemente come una teoria della crescita sociale, è la sua dottrina implicita della popolazione, implicata nella dottrina di una riserva crescente di lavoratori inutilizzati. La dottrina della riserva di lavoro inutilizzato implica come postulato che la popolazione aumenti sempre, senza riferimento agli attuali e futuri mezzi di sussistenza. I fatti empirici danno quanto meno un molto persuasivo apparente appoggio alle viste espresse da Marx che la miseria non è, o non è stata fin ad oggi, di nessun ostacolo alla propagazione della specie; ma non si portano evidenze conclusive in appoggio di una tesi sul fatto che il numero di lavoratori deve aumentare indipendentemente di un aumento dei mezzi di sussistenza. Nessuno, da Darwin in poi, avrebbe l'ardire di affermare che l'aumento della specie umana non è condizionato dai mezzi di sussistenza.

Tutto ciò non tocca tuttavia realmente le posizioni di Marx. Per Marx, il neo-hegeliano, la storia, incluso lo sviluppo economico, è la storia-vita della specie umana; ed il fatto principale in questa storia-vita, particolarmente nel suo aspetto economico, è la crescente ampiezza della vita umana. Questa, in un certo senso, è la linea di base dell'intera analisi del processo della vita economica, inclusa la fase di produzione capitalista assieme al resto.

La crescita della popolazione è il primo principio, il più sostanziale, il più materiale fattore in questo processo della vita economica, nella misura in cui è un processo di crescita, di dispiegamento, di esfoliazione, e non una fase di decrepitezza e decadenza. Se Marx avesse trovato che la sua analisi stava conducendo a vedute contrarie a queste posizioni, avrebbe concluso logicamente che il sistema capitalista è l'agonia mortale della specie e il modo della sua estinzione. Tale conclusione è preclusa dal suo punto di partenza hegeliano secondo il quale la meta della storia-vita della specie in larga misura controlla il corso di quella storia-vita in tutte le sue fasi, inclusa la fase del capitalismo. Questa meta, o fine, che controlla il processo di sviluppo umano, è la realizzazione completa della vita in tutta la sua pienezza, e la realizzazione deve compiersi con un processo analogo alla dialettica delle tre fasi, tesi, antitesi, e sintesi, nel quale lo schema del sistema capitalista, con la sua enorme quantità di miseria e degrado, va bene come ultima e più terribile fase di antitesi. Marx, come hegeliano, cioè come filosofo romantico, è necessariamente un ottimista, ed il male (elemento antitetico) nella vita è per lui un logicamente necessario male, come l'antitesi è una fase necessaria della dialettica; ed è un mezzo per il raggiungimento dell'obbiettivo, come l'antitesi è un mezzo per la sintesi.

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Note:

1 Cf. Critique of Political Economy, cap. i, "Notes on the History of the Theory of Commodities" pp. 56-73 (traduzione inglese, New York 1904) [Critica dell'Economia Politica, cap. i, “Note sulla storia della teoria delle merci”, NdT]

2 Vedi Menger, Right to the Whole Produce of Labor, sezione iii-v e viii-ix, e l'ammirevole introduzione a Menger di Foxwell. [Carl Menger, Il Diritto all'intero prodotto del lavoro, NdT]

3 Vedi Menger e Foxwell, come sopra, e Schaeffle, Quintessence of Socialism, and The Impossibility of Social Democracy [Albert Schaeffle, 1831-1903, Die Quintessenz des Sozialismus, La quintessenza del socialismo, e Die Aussichtslosigkeit Der Sozialdemokratie, La mancanza di prospettive della socialdemocrazia, NdT]

4 Vedi Engels, The Development of Socialism from Utopia to Science, specialmente la sezione ii. e il paragrafo di apertura della iii sezione.; anche la prefazione di Zur Kritik der politischen Ökonomie [Engels, Lo sviluppo del Socialismo dall'utopia alla scienza, e prefazione di Critica dell'economia politica, NdT]

5 Vedi Engels, come sopra, ed anche il suo Feuerbach: The Roots of Socialist Philosophy (traduzione, Chicago Kerr Co., 1903). [Feuerbach: Le Radici della filosofia Socialista]

6 Vedi, e.g., Seligman, The Economic Interpretation of History, Parte I. [Edwin Robert Anderson Seligman, 1861-1939, L'interpretazione economica della Storia, 1904, NdT]

7 Engels, Development of Socialism, inizio della sezione iii. [Engels, Sviluppo del socialismo, NdT]

8 Cf., su questo punto, Max Adler, "Kausalität und Teleologie in Streite um die Wissenschaft" [Causalità e Teleologia nelle controversie intorno alla scienza, NdT] (incluso in Marx Studien, redatto da Adler e Hilfendirg, vol. i), particolarmente la sezione xi ; cf. anche Ludwig Stein, Die soziale Frage im Lichte der Philosophie, [La questione sociale alla luce della filosofia, NdT] che Adler critica e proclama di avere confutato.

9 Cf., Alder come sopra.

10 Si può notare, come avvertimento per i lettori familiari solo coi termini impiegati dagli economisti classici (inglesi ed austriaci) che nell'uso Marxiano "produzione capitalistica" significa produzione di beni per il mercato per mezzo di lavoro affittato sotto la direzione di datori di lavoro che possiedono (o controllano) i mezzi di produzione e si impegnano nell'industria per conseguirne un profitto. "Capitale" è la ricchezza (primariamente i fondi) così impiegata. In questi e gli altri punti relativi all'uso terminologico Marx è, chiaramente, molto più in sintonia con l'uso colloquiale di quanto siano quegli economisti della linea classica per i quali capitale significa "i prodotti passati dell'industria usati come aiuto alla produzione successiva." Con Marx "Capitalismo" implica certe relazioni di proprietà, non meno dello "uso produttivo" che è da solo più tardi è usato insistentemente da così tanti economisti nel definire il termine.

11 Nel senso che la teoria del valore rende disponibile il punto di partenza ed i concetti fondamentali sui quali è costruita l'ulteriore teoria di come il funzionamento del capitalismo è costruito, in questo senso, ed in questo senso solamente, la teoria del valore è la dottrina centrale ed il postulato critico del Marxismo. Non ne segue che la dottrina Marxista di un moto irresistibile verso una conclusione socialista si fondi sulla difendibilità della teoria del valore-lavoro, e neppure che la struttura generale dell'economia Marxista crollerebbe se tradotta in termini diversi dalla dottrina del valore-lavoro. Cf. Bohm-Bawerk, Karl Marx and the Close of his System; e, d'altra parte Franz Oppenheimer, Das Grundgesetz der Marx'schen Gesellschaftslehre [La costituzione della dottrina Marxiana della società, NdT], e Rudolf Goldscheid, Verelendung oder Meliorationstheorie [Pauperismo o teoria del miglioramento. NdT].

12 Cf., e.g., Bohm-Bawerk, come sopra; Georg Adler, Grundlagen der Karl Marx'schen Kritik [Le basi della critica di Karl Marx, NdT]

13 Quasi nello stesso modo, e con un effetto analogo su loro lavoro teorico, nei presupposti degli economisti classici (inclusi gli austriaci), l'equilibrio tra piacere e dolore è considerato essere la realtà ultima nei termini della quale ogni teoria economica deve essere stabilita e tutti i fenomeni della vita economica dovrebbero alla fine essere ridotti, in tutte le analisi. Non è lo scopo presente indagare quale di queste assunzioni prive di senso critico sia, e in quale misura, più utile dell'altra.

14 Bohm-Bawerk, Capital and Interest [Capitale e interesse. NdT], Libro VI, cap. iii; anche Karl Marx and the Close of his System [Karl Marx e la chiusura del suo sistema, NdT], particolarmente cap. iv; Adler, Grundlagen, cap. ii ed iii

15 Cf. Kapital, vol. i, cap. xv, p.486 (4 ed.). Vedi anche nota 9 e 16 al cap. i dello stesso volume, dove Marx discute le dottrine del valore-lavoro di Adam Smith ed di un precedente (anonimo) scrittore inglese e le compara con la sua. Paragoni simili con le prime teorie classiche del valore ricorrono ogni tanto nelle ultime parti del Kapital.

16 Oppenheimer (Das Grundgesetz der Marx'schen Gesellschaftslehre [La costituzione della dottrina Marxiana della società, NdT]) ha ragione nel ritenere la teoria dell'accumulazione l'elemento centrale nelle dottrine del socialismo Marxista, ma non ne segue, come pretende Oppenheimer, che questa dottrina sia la chiave di volta delle teorie economiche di Marx.

17 Vedi Kapital, vol. i, cap. xxiii

18 La "sussistenza minima" è qui considerata nel senso utilizzato da Marx e dagli economisti classici, e indica quanto necessario per mantenere la forza lavoro al livello attuale di efficienza.

19 Vedi Kapital, vol. i, cap. xxiii, sezioni 4 e 5.

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