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La condizione delle donne nelle società barbariche

di Thorstein Veblen

American Journal of Sociology vol. 4, (1898 - 9)

 

Sembra tutto considerato probabile che nei gruppi di uomini primitivi, quando per la prima volta ci fu un'accelerazione nell'uso sistematico di strumenti e attrezzi che così emersero sul piano più propriamente umano della vita, vi sia stato un minimo inizio di un sistema di status, di quella discriminatoria divisione in classi e della corrispondente divisione del lavoro. In una lavoro precedente, pubblicato in questo Journal, (1) si è avanzata l'ipotesi che la prima divisione del lavoro tra le classi sia intervenuta come risultato di un'aumentata efficienza del lavoro, a causa della crescente efficacia nell'uso degli attrezzi. Quando, nell'iniziale sviluppo culturale, l'uso degli attrezzi ed il comando tecnico delle forze materiali ebbe raggiunto un certo grado di efficacia, le attività lavorative della comunità primitiva si sarebbero suddivise in due gruppi distinti - (a) le attività onorifiche, che comportano importanti elementi di capacità, e (b) le attività umilianti che richiedono diligenza e per le quali non sono necessarie capacità importanti. Questa differenziazione nei lavori deve essere stata preceduta da un importante avanzamento nell'uso degli attrezzi perché (1) senza attrezzi efficaci (incluse le armi) gli uomini non sono abbastanza abili nel conflitto con le bestie feroci da potersi dedicare in modo così esclusivo alla caccia come ad un grande gioco, in modo da sviluppare quell'occupazione come un modo di vivere abituale riservato ad una specifica classe; (2) senza attrezzi efficienti l'industria non sarebbe abbastanza produttiva da sostenere una popolazione densa, e perciò i gruppi nei quali la popolazione si divide non entrerebbero l'uno con l'altro in relazioni abitualmente ostili in modo da dare luogo ad una vita basata sull'orgoglio bellicoso; (3) finché i metodi industriali e le conoscenze non sono abbastanza avanzati, il lavoro consistente nel cercare i mezzi di sostentamento è troppo impegnativo per permettere di esentare in modo permanente una frazione della comunità dal lavoro volgare; (4) l'industria primitiva ed inefficiente non produce un surplus disponibile di beni accumulati per i quali valga la pena di lottare, o che mettano in tentazione un razziatore, e dunque produce assai poco l'orgoglio bellicoso.

Con la crescita dell'industria arriva la possibilità di una vita predatrice; se gruppi di folle selvagge si affrontano l'uno con l'altro nella lotta per l'esistenza, si crea una provocazione alle ostilità, e ne consegue un'abitudine alla vita predatrice. C'è una conseguente crescita di una cultura predatrice che, per gli scopi presenti, può essere considerato come l'inizio della cultura barbarica. Questa cultura predatrice si evidenzia nella crescita di istituzioni appropriate. Il gruppo si divide convenzionalmente in una classe di combattenti e una di difensori della pace, con una corrispondente divisione del lavoro. La lotta, insieme ad altre attività che comportano importanti elementi di predazione, diviene il lavoro dell'uomo fisicamente abile; il quieto lavoro di ogni giorno del gruppo ricade sulle donne e sui malati.

In una comunità del genere gli standard di merito e di proprietà riposano sulla discriminatoria distinzione tra coloro che sono combattenti capaci e quelli che non lo sono. L'infermità, ovvero la mancanza della capacità di predare, è guardata dall'alto in basso. Una delle prime conseguenze di questa disapprovazione della debolezza è un tabù sulle donne e sui lavori delle donne. Nel modo di vedere dell'arcaico, animistico barbaro, la debolezza è contagiosa. Il contagio può provocare i suoi effetti perniciosi sia per simpatia sia per trasfusione. Perciò è bene che l'uomo fisicamente abile che tiene alla sua virilità eviti ogni contatto indebito e ogni conversazione col sesso più debole, ed eviti ogni contaminazione coi lavori che sono caratteristici di quel sesso. Anche il cibo abituale delle donne non dovrebbe essere mangiato dagli uomini, affinché la loro forza non ne sia danneggiata. Le prescrizioni contro i lavori e i cibi femminili, e contro i rapporti con le donne, si applicano con un particolare rigore durante la preparazione dei lavori virili, come le grandi cacce o le incursioni bellicose, o l'insediamento in qualche carica, o in qualche società, o in qualche mistero, virili.

Descrizioni di questi tabù stagionali abbondano nelle prime storie di ogni popolazione che abbia avuto un passato bellicoso o barbarico. Le donne, le loro occupazioni, il loro cibo e abbigliamento, il loro luogo abituale nella casa o nel villaggio, ed in casi estremi anche i loro discorsi, divengono cerimonialmente impuri per gli uomini. Questa attribuzione di impurità cerimoniale sulla base della loro debolezza è durata fino a più tardi nella cultura come senso di indegnità o inadeguatezza levitica delle donne; quindi perfino oggi noi percepiamo l'inadeguatezza delle donne nello stare nello stesso rango degli uomini, o nel rappresentare la comunità nelle relazioni che implicano dignità e competenza rituale, come ad esempio, nelle funzioni sacerdotali o diplomatiche o anche civili e rappresentative, e similmente, e per un ragione simile, in quelle funzioni di servizio domestico o fisico con un importante carattere cerimoniale - lacchè, maggiordomi, ecc.

I cambiamenti che avvengono nelle esperienze quotidiane di un gruppo o di un'orda quando passa da un costume di vita pacifico ad uno predatore manifestano il loro effetto sulle abitudini di pensiero comune nel gruppo. Come il contatto ostile di un gruppo con un altro diviene più frequente e abituale, così l'attività predatrice e l'attitudine bellicosa diviene più abituale per i membri del gruppo. La lotta finisce per occupare sempre di più i pensieri quotidiani degli uomini, e le altre attività del gruppo finiscono sullo sfondo e diventano sussidiarie alle attività di combattimento. Nel modo di vedere popolare il nucleo sostanziale di un gruppo siffatto - quello sul quale si concentrano i pensieri degli uomini quando pensano alla comunità e alla sua vita - è il gruppo dei combattenti. Le capacità collettive di combattimento diventano la questione più importante che occupa le menti degli uomini, e forniscono il punto di vista con il quale vengono valutate le persone e i comportamenti. Il modo di vita di un gruppo siffatto è sostanzialmente quello della predazione. Molta parte di questo modo di vedere è rintracciabile anche nel modo di vedere comune di popolazioni odierne. L'inclinazione ad identificare la comunità coi suoi combattenti diventa evidente ogni qualvolta questioni bellicose occupino l'attenzione popolare ad un livello sensibile.

Il lavoro del gruppo predatore barbarico gradualmente si specializza e si differenzia sotto il dominio di questo ideale di prodezza, così da generare un sistema di status nel quale i non-combattenti precipitano in una posizione di asservimento ai combattenti. Lo schema accettato della vita o il consenso di opinioni che guida il comportamento degli uomini di un gruppo predatore siffatto, e che decide quello che è corretto si faccia, include evidentemente una grande quantità di dettagli; ma è, dopo tutto, un unico schema - più o meno organico - cosicché la vita che si sviluppa sotto la sua guida in ogni caso costituisce una caratteristica culturale ben identificabile. Ed è così necessariamente, per via del semplice fatto che gli individui tra i quali vige un consenso sono individui. Il pensiero di tutti è il pensiero dello stesso individuo, in qualunque direzione il pensiero si rivolga. Qualunque sia il punto immediato o l'oggetto del suo pensare, la struttura mentale che governa i suoi scopi e modi di pensare relativamente ai diversi punti del suo comportamento è, globalmente, la struttura mentale abituale che l'esperienza e la tradizione hanno in lui rafforzato. Gli individui il cui modo di considerare cosa sia corretto e giusto si diparta molto dalle vedute comuni patiscono qualche forma di repressione, ed in caso di divergenze estreme vengono eliminati dalla vita effettiva del gruppo attraverso l'ostracismo. Dove la classe combattente è in una posizione di dominio e di legittimità prescritta, i canoni di comportamento sono plasmati principalmente dal senso comune del gruppo dei combattenti. Tutti i comportamenti e codici di proprietà codificati da questo senso comune come corretti e giusti, in un momento dato, e i pronunciamenti di questo senso comune sono, a loro volta, plasmati dalle abitudini dell'uomo fisicamente abile. Continui combattimenti, per selezione e per abitudine, rendono questi membri maschili capaci di sopportare tutti i colpi e le sofferenze. L'abitudine ad assistere alle sofferenze, ed alle emozioni che accompagnano lotte e risse, può anche finire per trasformare questo spettacolo miserando in una piacevole distrazione. Il risultato è in ogni caso una più o meno continua attitudine alla predazione e alla coercizione da parte del gruppo dei combattenti, e questa animosità viene incorporata nel modo di vivere della comunità. La disciplina della vita predatrice conduce ad un atteggiamento di dominio da parte degli uomini fisicamente abili in tutte le loro relazioni coi membri più deboli del gruppo, e specialmente nelle loro relazioni con le donne. Uomini addestrati a modi di vivere e di pensare predatori pervengono per abitudine a considerare questa forma di relazione tra i sessi come desiderabile e bella.

Tutte le donne nel gruppo condivideranno la repressione di classe e il disprezzo che appartengono loro in quanto donne, ma lo status delle donne prese da gruppi ostili ha una caratteristica supplementare. Tale donna non solo appartiene ad una classe servile e inferiore, ma sta anche in una particolare relazione col suo rapitore. E' un trofeo dell'incursione, e perciò una prova della predazione, e su questa base è nell'interesse del suo rapitore mantenere una particolare relazione, ovviamente di dominio, con lei. Dato che, nella cultura primitiva, questo non la sottrae dalla sua relazione servile con la vita del gruppo, questa relazione particolare tra prigioniero e rapitore andrà incontro a poche o nulle obiezioni da parte degli altri membri del gruppo. Nel medesimo tempo, dato che la sua particolare relazione di coercizione con la donna serve a marcarla come un trofeo della sua predazione, lui sarà molto geloso di simili libertà presesi da altri uomini, o di loro tentativi di esercitare un'autorità coercitiva simile su di lei, usurpando in questo modo la corona d'alloro della sua abilità, proprio come un guerriero in simili circostanze si risentirebbe di un'usurpazione o di un abuso degli scalpi o dei crani presi al nemico.

Dopo che l'abitudine di appropriarsi delle donne catturate si fu consolidata in un costume, dando luogo in questo modo da una parte ad una forma di matrimonio basato sulla coercizione, e dall'altra ad un concetto di proprietà, (2) si assistette ad uno sviluppo di certe caratteristiche secondarie dell'istituzione così creata. Col tempo questi matrimoni- proprietà coercitivi ricevono la sanzione della moralità e del gusto popolari. Diviene nelle abitudini di pensiero degli uomini come la forma corretta di relazione matrimoniale, e nello stesso tempo come la gratificazione per gli uomini del senso della bellezza e dell'onore. La crescente predilezione per il dominio e la coercizione, come un tratto virile, insieme con la crescente approvazione morale ed estetica del matrimonio su base della coercizione e della proprietà, influenzerà fortemente i gusti degli uomini; ma siccome gli uomini sono la classe superiore le cui vedute determinano i punti di vista correnti della comunità, il loro senso comune nella questione plasmerà i canoni correnti del gusto a sua propria immagine. Anche i gusti delle donne, relativamente alla moralità e alla proprietà, saranno ugualmente influenzati. Attraverso il precetto e l'esempio di quelli che fanno la moda, ed attraverso la repressione selettiva di quelli che non sono capaci di accettarla, l'istituzione del matrimonio-proprietà si fa strada verso l'accettazione definitiva come l'unica bella e virtuosa forma della relazione. Come il convincimento della sua legittimità si fa più forte ad ogni generazione successiva, esso viene percepito irriflessivamente come una deliberazione di senso comune e di ragione illuminata che il corretto e bello atteggiamento dell'uomo verso la donna sia un atteggiamento di coercizione. "Nessuno più del prode merita la fiera." Come i costumi di vita predatori guadagnano un sempre più incontestato ed unanime dominio, le altre forme di relazione matrimoniale ricadono sotto un educato disprezzo. La donna senza padrone, senza legami, decade di conseguenza di casta. Diventa imperativo per tutti gli uomini che vogliono essere considerati dagli altri legare qualche donna o delle donne con gli onorevoli legami del sequestro. Per avere una posizione decente nella comunità un uomo è costretto ad entrare in questa virtuosa relazione onorifica di matrimonio-proprietà, ed una relazione matrimoniale pubblicamente riconosciuta che non ha la sanzione del sequestro diviene indegna dell'uomo fisicamente abile. Ma quando il gruppo aumenta di dimensioni, cresce la difficoltà di trovare mogli da catturare, e diviene necessario trovare un rimedio che salvi la decenza e contemporaneamente permetta il matrimonio di donne all'interno del gruppo. A questo scopo lo status di donne sposate all'interno del gruppo è sancito da una finto rapimento cerimoniale. Il rapimento cerimoniale provoca un'assimilazione della donna libera nella classe più accettabile delle donne che sono legate da obbligazioni di coercizione ad un padrone, dando così legittimità cerimoniale e decenza alla risultante relazione matrimoniale. La probabile motivazione per adottare in questo modo le donne libere nella classe onorevole delle legate non è principalmente quello di migliorare la loro posizione o il loro destino, ma piuttosto la volontà di sostenere quei bravi uomini che, per la scarsità di prede, sono costretti a cercare un sostituto in mezzo alle donne del gruppo.

Le inclinazioni degli uomini in posizione sociale alta che posseggono figlie adatte al matrimonio vanno nella stessa direzione. Non sarebbe corretto che una donna di alti natali venisse irrimediabilmente surclassata da una qualunque proveniente casualmente da fuori.

Secondo questo modo di vedere, il matrimonio da finto rapimento all'interno della tribù è un caso di finzione, "una finzione protettiva", per prendere in prestito una frase dai naturalisti. È sostanzialmente un caso di adozione. Come nel caso di tutte le relazioni umane dove si pratica l'adozione, questa adozione delle donne libere nella classe delle non libere procede il più possibile in modo simile al fatto originale del quale è un sostituto. E come negli altri casi di adozione, lo spettacolo cerimoniale non è in nessun modo considerato come una fatua finzione. Il barbaro ha una fede implicita nell'efficienza dell'imitazione ed esecuzione cerimoniale come mezzo per raggiungere un fine desiderato. Tutta la serie di magie e riti religiosi ne è la testimonianza. Egli considera gli oggetti e le sequenze esterni in modo ingenuo, come cose organiche ed individuali, e come espressione di un'inclinazione verso uno scopo.

Il non sofisticato senso comune dei barbari primitivi considera sequenze ed eventi in termini di volontà-potere o di inclinazione. Visti nella luce di questo presupposto animistico, tutti i processi sono sostanzialmente teleologici, e l'inclinazione loro attribuita non sarà deviata dal suo fine legittimo nel corso degli eventi nei quali si esprime una volta che abbiano preso una forma o siano in corso. Segue logicamente, naturalmente, che se i movimenti che conducono ad un completamento desiderato sono stati riprovati nella forma accreditata e sono stati ordinati in sequenza, lo stesso risultato sostanziale sarà raggiunto come prodotto del processo imitato. Questa è la base dell'efficacia attribuita a tutte le osservanze cerimoniali in tutti gli ambiti culturali, ed è l'elemento principale in particolare dell'adozione formale e dell'iniziazione. Da qui, probabilmente, la pratica della finta cattura o del finto rapimento, e di qui la professione formale di fedeltà e sottomissione da parte della donna nei riti matrimoniali di popoli tra i quali prevale la famiglia con un capo maschile. Questa forma di famiglia quasi sempre è associata ad una forma di sopravvivenza o di reminiscenza di rapimento della moglie. In tutti questi casi, il matrimonio è, per derivazione, un rituale di iniziazione alla servitù. Nelle parole della formula, anche dopo che è stato ammorbidito apprezzabilmente nel decadimento dei tempi recenti del senso dello status, è questo il luogo per la donna dell'amore, dell'onore, e del rispetto.

Secondo questo punto di vista, la famiglia patriarcale, o, in altre parole, la famiglia con un capo di sesso maschile, è una conseguenza dell'emulazione tra i membri di una comunità di guerrieri. È dunque, deduttivamente, un'istituzione predatrice. La proprietà e il controllo delle donne è una gratificante prova di capacità e dell'essere di rango elevato. Per coerenza logica, dunque, maggiore è il numero di donne così detenute, maggiore è la distinzione che conferisce il loro possesso al loro padrone. Di qui la prevalenza della poligamia, che si verifica quasi universalmente a un certo stadio di cultura tra i popoli che hanno i maschi come capofamiglia.

Vi possono, ovviamente, essere altre ragioni per la poligamia, ma l'ideale di sviluppo della poligamia che si incontra negli harem di despoti e capi patriarcali molto potenti difficilmente può essere spiegata con altri motivi. Ma che si trovi o meno in un sistema poligamico, le famiglie con un capo maschile in ogni caso è un dettaglio di un sistema di status nel quale le donne sono incluse nella classe dei soggetti non liberi. La caratteristica dominante nella struttura istituzionale di queste comunità è quella dello status, e le basi della loro vita economica è un rigoroso regime di proprietà.

L'istituzione si trova al suo apice, o nel suo sviluppo più effettivo, nelle comunità nelle quali status e proprietà prevalgono con debole mitigazione; e col declino del senso di status e delle pretese estreme della proprietà, come è successo per qualche tempo nel passato nelle comunità della cultura occidentale, l'istituzione della famiglia patriarcale ha subito una sorta di disintegrazione. C'è stato un certo indebolimento e diminuzione dei legami, e questo deterioramento è più visibile nelle comunità che si sono più allontanate dall'antico sistema di status, e sono andate più lontano nel riorganizzare la loro vita economica sulle linee della libertà industriale. La deferenza per un legame di proprietà-matrimonio indissolubile, così come il senso della sua definitiva virtuosità, ha sofferto la maggiore decadenza fra le classi che hanno preso parte più immediatamente nell'industria moderna.

Sembrano dunque esserci buoni fondamenti nel dire che le abitudini di pensiero coltivate dalla moderna vita industriale è, complessivamente, sfavorevole al mantenimento di questa istituzione o di quello status delle donne che quella istituzione nel suo più alto grado di sviluppo implica. I giorni del suo più alto grado di sviluppo sono ormai nel passato, e la disciplina della vita moderna - se non è integrata da un accorto inculcare degli ideali conservatori - difficilmente permetterà una base psicologica per la sua riabilitazione.

Questa forma di matrimonio, o di proprietà, mediante la quale l'uomo diventa il capofamiglia, il proprietario della donna, ed il proprietario e il consumatore discrezionale della produzione dei beni di consumo della famiglia, non implica necessariamente un sistema patriarcale di consanguineità. La presenza o l'assenza di relazione maternali non ha perciò un peso determinante a questo riguardo. La famiglia maschile, ad un certo grado di elaborazione, può coesistere bene con un sistema di relazioni matrilineari, come, per esempio, fra molte tribù nord americane. Ma quando sia questo il caso sembra probabile che la proprietà delle donne, insieme con le discriminatorie distinzioni di status dalle quali la pratica di questo tipo di proprietà sgorga, siano entrate in voga ad uno stadio così tardo dello sviluppo culturale che il sistema matrilineare era già era stato completamente incorporato negli schemi di vita della tribù. La famiglia maschile in tali casi non si è sviluppata in forma pura o completamente libera da tracce di una famiglia matriarcale. Le tracce di famiglia matriarcale che si trovano in questi casi generalmente indicano una forma di matrimonio nel quale si trascura l'uomo piuttosto che metterlo sotto la sorveglianza della donna. Può essere a ragione chiamata la famiglia della donna senza legami. Questo stato di cose ci dice che la tribù o razza in questione è entrata in una vita predatrice solamente dopo un periodo considerevole di vita industriale pacifica, e dopo avere realizzato un sviluppo considerevole della struttura sociale in un regime di pace ed di industria, mentre la generica prevalenza del patriarcato assieme alla famiglia maschile, si può considerare indichi che la fase predatrice iniziò presto, culturalmente parlando.

Dove il sistema patriarcale è in vigore in una forma pienamente sviluppata, inclusa la famiglia patriarcale, senza la zavorra di indubitabili sopravvivenze di una famiglia matriarcale o un sistema matrilineare di relazione, si dovrebbe presumere che la popolazione in questione è entrata presto nella cultura predatrice ed ha adottato le istituzioni della proprietà privata e delle prerogative di classe fin all'inizio del suo sviluppo economico. D'altro lato dove ci sono ben conservate tracce di famiglia matriarcale, si dovrebbe presumere che la comunità in questione è entrata nella fase predatrice relativamente tardi nella storia della sua vita, anche se il sistema patriarcale è stato, finché lo è stato, il sistema di relazioni prevalente. In quest'ultimo caso la comunità, o il gruppo di tribù, forse per ragioni geografiche, non ha raggiunto indipendentemente la cultura predatrice in una forma accentuata, ma può avere adottato relativamente tardi il sistema agnatico [patrilineare, NdT] e la famiglia patriarcale attraverso il contatto con un altra cultura, più alta o di caratteristiche diverse, che includeva queste istituzioni nel suo bagaglio culturale. Il contatto necessario sarebbe avvenuto più efficacemente per mezzo di una invasione e di una conquista da parte di una razza aliena situata su di un piano culturale più alto. Un circostanza del genere è la probabile spiegazione, per esempio, del carattere ambiguo della famiglia e del sistema di relazioni nella antica cultura germanica specialmente come la si osserva in regioni così esterne come la Scandinavia. L'evidenza, in quest'ultimo caso, come in qualche altra comunità più a sud, è abbastanza opaca, ma indica una coesistenza di lunga data delle due forme di famiglia; tra queste quella matriarcale sembra avere avuto più tenacemente luogo fra le classi soggette o più basse della popolazione, mentre la patriarcale era la forma onorevole di matrimonio in voga tra la classe superiore. Nella più prima antica situazione rintracciabile di queste tribù sembra esserci stata una relativamente debole, ma crescente preponderanza, della famiglia maschile in tutta la comunità.

Questa mescolanza di istituzioni matrimoniali, così come la correlativa miscela o ambiguità delle istituzioni di proprietà ad esse associate nella cultura germanica, sembra più facilmente spiegabile come dovuta alla mescolanza di due razze distinte, le cui istituzioni differivano a questo riguardo. La razza o tribù che aveva la famiglia matriarcale e la proprietà comune probabilmente sarebbe stata la più numerosa e la più pacifica all'epoca in cui iniziò il processo di mescolanza, e sarebbe caduta in un certo grado di soggezione verso la consorte razza più bellicosa.

Nessun tentativo per questa via è stato fatto per dare conto delle varie forme di matrimonio umano, o di mostrare come l'istituzione vari in dettaglio da un luogo all'altro e da un periodo all'altro, ma solamente per indicare quello che sembra essere stata la serie dei motivi e delle esigenze che hanno generato la famiglia patriarcale, e come sia stata ereditata dal passato barbarico dai popoli della cultura occidentale. A questo fine, sono state toccate solo le caratteristiche più generali della storia della vita dell'istituzione, e anche le evidenze sulle quale molte delle generalizzazione sono basate, sono state forzatamente omesse. Lo scopo del discorso è quello di indicare che c'è un stretta connessione, particolarmente riguardo alla derivazione psicologica, tra la proprietà individuale ed il sistema di status, e la famiglia patriarcale, come appaiono in questa cultura.

La prospettiva di una derivazione dalla proprietà privata della famiglia maschile, come già suggerito, non implica l'esistenza precedente di un qualche tipo di famiglia matriarcale nella quale la donna è capo e padrone di un gruppo di famiglia ed esercita un controllo discrezionale sul marito o sui mariti e sui prodotti della famiglia. Ancora meno implica un stato precedente di promiscuità. Quello che implicano l'ipotesi e la scarsa evidenza a disposizione è piuttosto la forma della relazione matrimoniale più sopra caratterizzata come la famiglia della donna senza legami. La caratteristica distintiva di questo matrimonio sembra essere stata un'assenza di coercizione o di controllo nella relazione tra i sessi.

L'unione (probabilmente monogamica e più o meno durevole) sembra fosse risolubile dalla volontà di entrambe le parti, con il vincolo di alcune lievi limitazioni convenzionali. La differenza sostanziale introdotta nella relazione matrimoniale dall'adozione del matrimonio-proprietà è l'esercizio della coercizione da parte dell'uomo e la perdita da parte della donna del potere di sciogliere la relazione su sua scelta. Evidenze in questa direzione, ed in parte fin qui inedite, si trovano nella cultura germanica, sia moderna sia antica.

È solamente nei casi dove le circostanze hanno favorito, ad un livello insolito, lo sviluppo del matrimonio-proprietà che dovremmo aspettarci di trovare l'istituzione giunta alle sue conseguenze logiche. Dovunque la fase predatrice della vita sociale non è subentrata precocemente e non ha prevalso per molto tempo in forma generale , o dovunque un gruppo sociale o razza con questa forma di famiglia ha subito un forte mescolamento da parte di un'altra razza priva di quella istituzione, là la forma comune di matrimonio dovrebbe mostrare qualche cosa di diverso da questo tipo patriarcale. Ed anche dove non sia presente nessuna di queste due condizioni, è probabile ci si debba aspettare che questo tipo di relazione matrimoniale nel corso di tempo decada al cambiare delle circostanze, dato che è un'istituzione che è cresciuta come un particolare di un sistema di status, e perciò, presumibilmente va bene in un tale sistema sociale, ma non va bene in un sistema di genere diverso. Sta attualmente visibilmente rovinando nelle comunità civilizzate e moderne, apparentemente perché contrasta con le più antiche abitudini di pensiero della razza, così come con le esigenze di un modo di vivere pacifico e industriale. Potrebbe sembrare esserci un fondamento per sostenere che la stessa riaffermazione di antiche abitudini di pensiero che sono oggi apparentemente al lavoro nel disintegrare l'istituzione del matrimonio-proprietà ci si può aspettare lavorino anche alla disintegrazione dell'istituzione correlativa della proprietà privata; ma si tratta forse di una questione di curiosità speculativa piuttosto che di interesse teoretico ed urgente.

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1 "The Instinct of Workmanship and the Irksomeness of Labor", settembre 1898, pp. 187 - 210.

2 Per una discussione più particolareggiata di questo punto si veda l'articolo "The Beginnings of Ownership" in questo JOURNAL di novembre, 1898.


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