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The Times, 26/4/2003

Fossa comune contiene le vittime dell'ultima purga di Saddam

Di Catherine Philp

E' il puzzo che ci ha colpisce subito, soffiando come una nube chimica attraverso il cortile della prigione. E' l'odore, che non lascia dubbi a chiunque che l'abbia una volta sentito, di carne umana che sta decomponendosi lentamente sotto la superficie della terra. Uno alla volta, i becchini, che sudano in una tempesta di polvere sotto un cielo di fuoco, sollevano i corpi decomposti dalla fossa comune scavata nella creta che si stende lungo il prato della prigione cresciuto disordinatamente, all'ombra di una torre di guardia vuota in cima al blocco della prigione. Ognuno dei 13 cadaveri tirati fuori dalla terra è ancora vestito del pigiama della prigione a righe blu e bianche, le mani legate dietro la schiena, un buco di pallottola nel cranio e la faccia bendata da una striscia sottile di stoffa.

Parenti ansiosi degli scomparsi, sbirciando ogni faccia gonfia per trovarvi segni di riconoscimento, coprono le bocche e i nasi con fazzoletti, contro il puzzo soffocante come l'orribile rombo del disinterramento.

Anche io ho un fazzoletto in faccia, ma non solo contro il puzzo. Esattamente un mese fa, il mio ragazzo, il giornalista britannico Matthew McAllester fu arrestato nella sua camera di albergo a Bagdad e portato nello stesso notorio blocco di celle nella prigione Abu Ghraib, come gli uomini che ora sono scavati fuori dalla terra.

Per una settimana quegli uomini sono stati suoi vicini, uomini che mangiavano lo stesso cibo insapore e vecchie pagnotte di pane, che camminavano silenziosamente fino allo stesso cesso lurido alla fine del corridoio, e guardarvano fisso attraverso il corridoio di cemento che corre lungo il centro del loro blocco di prigione, riservato agli stranieri e alle sospette spie.

Dopo otto giorni, lui e quattro altri occidentali arrestati con lui furono rilasciati e espulsi improvvisamente e in fretta dal paese. Gli altri detenuti nel blocco non sarebbero vissuti per più di altri sette giorni.

Ma nessuno di noi poteva evidentemente saperlo. Arrivato ieri alla prigione, Said Hussein, un ex detenuto, ci ha guidati fino al blocco dove Matt e gli altri erano stati incarcerati. Lui era stato nel blocco adiacente, e stava guardando fuori nel cortile comune, quando le guardie arrivarono con gli uomini per il settore delle spie. “Presero dieci uomini da qui e poi altri tre dal mio blocco e li condussero via al serbatoio dell'acqua,” racconta, aguzzando la vista lungo il corridoio scuro. “Poi ho sentito i colpi d'arma da fuoco. Poi il rumore di una scavatrice meccanica.”

Ai primi conteggi risultano 16 celle. Dopo una ulteriore ispezione, risulta che una non era una cella ma un armadio a muro di acciaio dove i prigionieri “bisognosi di disciplina” venivano fatti tacere per giorni. Quindici celle in tuttoi. Cinque occidentali rilasciati. Dieci Irakeni uccisi.

Nessuno eccetto Matt e gli altri occidentali è uscito vivo da quel settore. Altri sette giorni e anche loro sarebbero passati alla storia come membri della purga finale di Saddam.

Tornammo al luogo della fossa comune, dove i parenti degli scomparsi ancora scavano per cercare i corpi. Il compito è senza speranza. Dopo più di un due settimane nella terra, le facce dei morti sono irriconoscibili. Continuano a scavare sotto il sole caldo, posando delicatamente i corpi e tagliando i lacci dai polsi, tentando delicatamente di rimuovere la benda oramai fusa alla faccia. Un cadavere tirato su dalla terra era privo di tutte le unghie del piede destro, un metodo classico di tortura nelle prigioni di Saddam.

Un uomo mostra la carta d'identità del figlio, Amr Mohammed Abbas, un membro della minoranza religiosa Sufi perseguitata, contro la quale Saddam aveva avviato una resa dei conti finale negli ultimi giorni del suo regime. Ma la bella giovane faccia che guarda fuori dalla carta d'identità non mostra somiglianze con i corpi gonfi.

“Dicevano che era una spia perché aveva un telefono Thuraya”, dice Dasoul Mohammed Abbas, riferendosi alla marca del telefono portatile satellitare severamente proibito sotto il regime di Saddam. Questo tipo di attrezzatura era abitualmente usata dai membri dei gruppi di opposizione per tenersi segretamente in contatto segreto con membri fuori dell'Iraq, ma molti erano usati semplicemente come un mezzi per contattare all'estero le persone care.

Il possesso di Matt di un telefono Thuraya faceva regolarmente parte dei suoi interrogatori a Abu Ghraib. Agli altri è costata la vita.

Hussein Shabani, uno dei parenti, notando il cellulare nella tasca di Matt, chiede timidamente se può usarlo per fare una chiamata ai suoi parenti negli Stati. Matt compone il numero scarabocchiato su un pezzo di carta e porge il telefono all'uomo. Solo a quel punto capiamo che stava usando il telefono per comunicare le notizie della scomparsa dei suoi fratelli.

“La nostra famiglia è OK, ma ne abbiamo persi due, li abbiamo persi al Mukhabarat,” grida nel telefono. “Stiamo cercando i nostri fratelli, ma non li abbiamo trovati. Continueremo a cercare.”

 

 

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