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DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale

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New York Times

Il suicidio economico dell'Europa

PAUL KRUGMAN

Pubblicato il 15 Aprile 2012


Sabato Il Times riportava un fenomeno che sembra crescere in Europa: “i suicidi a causa della crisi economica”, gente che si priva della vita per la disperazione a causa della disoccupazione o del fallimento della propria impresa.

E' una storia che spezza il cuore. Sono tuttavia sicuro che non sono stato il solo lettore, specialmente tra gli economisti, a domandarsi se la vera storia non sia, più che quella sui destini individuali, quanto quella della apparente determinazione dei leader europei di condurre al suicidio economico l'intero continente.

Solo pochi mesi fa nutrivo qualche speranza sull'Europa. Ricorderete che la scorsa estate l'Europa sembrava sull'orlo di un crollo finanziario. La Banca Centrale Europea, la controparte europea della FED, è tuttavia andata in soccorso del continente. Ha offerto alle banche europee linee di credito aperte e senza limiti nella misura in cui queste offrissero titoli del debito pubblico degli stati europei come collaterale. Questo ha dato un sostegno diretto alle banche, e indiretto agli stati, mettendo fine al panico.

La questione era a quel punto se questa coraggiosa ed efficace azione sarebbe stato l'inizio di un generale ripensamento, se cioè i leader europei avrebbero usato il momento di respiro che le banche avevano creato per riconsiderare in primo luogo le politiche che avevano condotto le cose fino a quel punto.

Ma non è stato così. Hanno invece messo un carico da undici sulle politiche e le idee sbagliate. E' diventa sempre più difficile credere che esista qualcosa che possa fargli cambiare idea.

Considerate lo stato delle cose in Spagna, diventata oggi l'epicentro della crisi. Non pensiate si tratti di recessione, la Spagna è in piena depressione, con un tasso complessivo di disoccupazione del 23,6%, comparabile a quello dell'America nel mezzo della Grande Depressione, e con un tasso di disoccupazione giovanile sopra al 50%. Non può andare avanti così, e il fatto che non possa andare avanti così è il motivo per il quale gli interessi sul debito spagnolo diventano sempre più alti.

In un certo senso non è veramente importante il perché la Spagna sia arrivata a questo punto ma, per quel che vale, la storia della Spagna non somiglia affatto ai racconti sulla morale che hanno tanto successo presso i rappresentanti europei, soprattutto in Germania. La Spagna non era dissipata dal punto di vista del debito pubblico: all'inizio della crisi aveva un basso debito e un surplus di bilancio. Aveva però per sua sfortuna una enorme bolla dell'immobiliare, una bolla resa possibile in gran parte dai grossi prestiti fatti dalle banche tedesche alle loro controparti spagnole. Quando la bolla è scoppiata, l'economia spagnola è andata a secco. I problemi di bilancio della Spagna sono una conseguenza di questa depressione, non la sua causa.

Ciò non ostante, la ricetta di Berlino e di Francoforte è stata, indovinate un po', ancora maggiore austerità di bilancio.

Per parlare chiaramente, una vera follia. L'Europa aveva diversi anni di esperienza con duri programmi di austerità, e i risultati sono stati quelli che gli studiosi di storia avrebbero raccontato che sarebbe successo: programmi come questi avrebbero spinto delle economie depresse in una depressione ancora più profonda. Dato che gli investitori guardano allo stato dell'economia di un paese quando valutano la sua possibilità di ripagare il debito, i programmi di austerità non hanno per niente funzionato per ridurre i tassi di interesse.

Qual è l'alternativa? Nel 1930, un'epoca che l'Europa contemporanea sta iniziando a ripetere nei più minuti dettagli, la condizione essenziale per la ripresa fu l'uscita dalla parità aurea. La mossa equivalente oggi sarebbe l'uscita dall'euro, e il ritorno alle valute nazionali. Potreste pensare che una cosa del genere sia inconcepibile, e che ci sarebbe un evento molto distruttivo sia dal punto di vista economico, sia politico. Ma è il continuare nell'andazzo attuale, imponendo sempre maggiori dosi di austerità a paesi che stanno patendo tassi di disoccupazione da Grande Depressione, ad essere veramente inconcepibile.

Se i leader europei avessero voluto veramente salvare l'euro avrebbero dovuto cercare una strada alternativa. E l'aspetto che questa alternativa prende è piuttosto evidente. Il continente ha bisogno di politiche monetarie più espansive, nella forma di una volontà, e di una proclamata volontà, da parte della Banca Centrale Europea di accettare un po' di maggiore inflazione. Ha bisogno di politiche di bilancio più espansive, nella forma di bilanci in Germania che contrastino l'austerità in Spagna e negli altri paesi problematici nella periferia del continente, invece di inasprirla. Anche con politiche del genere i paesi della periferia avrebbero di fronte anni di tempi duri, ma almeno ci sarebbe qualche speranza di ripresa.

Ciò cui stiamo assistendo è invece una totale rigidità. A marzo i leader europei hanno firmato un “patto di bilancio” (fiscal pact) che di fatto inchioda tutto all'austerità di bilancio come risposta a ogni problema. Rappresentanti importanti nella Banca centrale nel frattempo non mancano di rimarcare la volontà della banca di innalzare i tassi al minimo accenno di sospetto di un innalzamento dell'inflazione.

E' dunque difficile scansare un senso di disperazione. Invece di ammettere di avere sbagliato, i leader europei sembrano determinati a condurre la loro economia e la loro società nel baratro. E il mondo intero ne pagherà il prezzo.

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