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New York Times

Pubblicato il 01/01/2012

Nessuno capisce niente del debito pubblico

Di PAUL KRUGMAN

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Nel 2011, come nel 2010, l'America si trovava tecnicamente in ripresa, continuando però a patire di una disoccupazione disastrosamente elevata. Ma per la maggior parte del 2011, come del 2010, quasi tutte le discussioni a Washington riguardavano altro: il problema supposto urgente di ridurre il deficit del bilancio dello stato.

Questa attenzione fuori luogo ci dice molto sulla nostra cultura politica, in particolare su come il  Congresso sia scollegato dalle sofferenze degli americani comuni. Ha inoltre rivelato qualcos'altro: la gente continua a parlare di deficit e del debito, ma in linea di massima non ha idea di cosa si tratti, e le persone che ne parlano di più sono quelle che ne capiscono di meno.

La cosa forse più evidente e che gli "esperti" della situazione economica sui quali si basa la maggior parte del Congresso hanno ripetutamente totalmente errato sugli effetti di breve periodo del deficit di bilancio. Le persone che si basano su analisi economiche del calibro di quelle della Heritage Foundation si attendevano sin dal momento in cui il presidente Obama si è insediato che il deficit di bilancio facesse salire i  tassi di interesse. Ogni giorno!

E mentre aspettavano, i tassi sono scesi ai minimi storici. Si poteva pensare che questo avrebbe condotto i politici a mettere in discussione le loro scelte in materia di esperti, o meglio, lo si poteva pensare solo ignorando tutto della nostra politica postmoderna non basata sui fatti.

Ma Washington non si è sbagliata solo sul breve periodo, ma anche sul lungo periodo. Anche se il debito può essere infatti un problema, il modo in cui i nostri politici e gli esperti pensano al debito è completamente sbagliato, esagerando le dimensioni del problema.

I guerrieri del deficit dipingono un futuro nel quale saremo tutti impoveriti a causa dalla necessità di rimborsare i soldi avuti in prestito. Vedono l'America come una famiglia che ha preso un mutuo troppo grande, e avrà difficoltà ad effettuare i pagamenti mensili.

E' questa tuttavia un'analogia completamente sbagliata per almeno due motivi.

In primo luogo, le famiglie sono tenute a rimborsare il loro debiti, ma gli stati no. Tutto quel che devono fare è garantire che il debito cresca più lentamente della base imponibile. Il debito della Seconda Guerra Mondiale non è mai stato rimborsato, ma e diventato sempre più irrilevante man mano che l'economia americana è cresciuta, e con essa il reddito soggetto a tassazione.

In secondo luogo - e questo è il punto che quasi nessuno sembra vedere - una famiglia che ha preso troppi prestiti deve quei soldi a qualcun altro; il debito degli Stati Uniti è costituito, in larga misura, di soldi che dobbiamo a noi stessi.

Questa era chiaramente la situazione a proposito del debito contratto per vincere la Seconda Guerra Mondiale. I contribuenti erano appesi ad un debito che era significativamente maggiore, come percentuale del PIL, di quello di oggi; questo debito tuttavia era anche di proprietà dei contribuenti, le persone cioè che avevano acquistato titoli di risparmio. Il debito non ha quindi reso più povera l'America del dopoguerra. In particolare, il debito non ha impedito alla generazione del dopoguerra di registrare il maggior aumento del reddito e del livello di vita nella storia del nostro paese.

Ma questa volta le cose non stanno forse diversamente? Non quanto si pensi.

Surplus USA dei ricavi sugli investimenti in titoli pubbliciE' vero che paesi ed entità estere detengono grandi crediti verso gli Stati Uniti, tra le quali una discreta quantità di debito pubblico. Ma ogni dollaro di crediti esteri in America è bilanciato da 89 centesimi di crediti esteri degli Stati Uniti. E poiché gli stranieri tendono a piazzare i loro investimenti americani in beni sicuri, di basso rendimento, l'America guadagna in realtà dalle sue attività all'estero più di quanto paghi per gli investimenti esteri. Se state immaginandovi un paese che è in ginocchio davanti ai cinesi, siete stati male informati. E non stiamo muovendoci  rapidamente in questa direzione.

Ora, il fatto che il debito federale non è affatto un'ipoteca sul futuro dell'America non significa che il debito sia innocuo. Per pagare gli interessi si devono alzare le tasse, e non c'è bisogno di essere un ideologo di destra per ammettere che le tasse mettono un certo peso sull'economia, se non altro provocando un dirottamento delle risorse dalle attività produttive all'elusione e all'evasione fiscale. Ma questi costi sono molto meno drammatici di quanto l'analogia con una famiglia sovraindebitata potrebbe suggerire.

Ed è per questo che i paesi con governi stabili e responsabili - governi cioè che sono disposti a imporre tasse un po' più alte quando la situazione lo richiede - sono stati storicamente in grado di vivere con livelli molto più elevati di debito di quanto i luoghi comuni odierni facciano credere. La Gran Bretagna, in particolare, ha avuto un debito superiore al 100% del PIL per 81 degli ultimi 170 anni. Quando Keynes scriveva sulla la necessità di percorrere la via d'uscita da una depressione, la Gran Bretagna era più in debito di qualsiasi paese avanzato oggi, con l'eccezione del Giappone.

Naturalmente l'America, con il suo movimento conservatore rabbiosamente antitasse non può avere un governo che sia responsabile in questo senso. Ma in questo caso la colpa non sta nel nostro debito, ma in noi stessi.

Quindi sì, il debito conta. Ma in questo momento, altre cose contano di più. Abbiamo bisogno di una maggiore, non di una minore, spesa pubblica per tirarci fuori dalla trappola della disoccupazione. E l'erronea e infondata ossessione per il debito ci sbarra la strada.

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