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Editoriale

Questi europei rivoltosi

PAUL KRUGMAN

Pubblicato il 6 maggio 2012

[Link all'articolo originale]

I Francesi si stanno rivoltano. I Greci anche. Ed era ora.

In entrambi i paesi domenica si sono tenute elezioni che di fatto erano dei referendum sulle attuali strategie europee di politica economica, ed in entrambi i paesi gli elettori hanno risposto col pollice verso. Non è per niente chiaro quanto rapidamente questi risultati condurranno a cambiamenti delle attuali politiche, ma è finito il tempo delle strategie di ripresa con l'austerità, e questa è una buona cosa.

Inutile dire che non è questo che abbiamo ascoltato dai soliti sospetti mentre le elezioni si avvicinavano. E' stato abbastanza divertente osservare gli apostoli dell'ortodossia cercare di ritrarre il cauto e ben educato François Hollande  come un personaggio pericoloso. "E' piuttosto pericoloso"  ha dichiarato l'Economist, che osservava che lui "veramente crede nella necessità di creare una società più equa". Quelle horreur!

La verità è che la vittoria di Hollande significa la fine del "Merkozy", l'asse franco-tedesco che ha imposto il regime di austerità negli scorsi due anni. Si sarebbe trattato di uno sviluppo "pericoloso" se questa strategia funzionasse, o avesse una qualche ragionevole possibilità di funzionare. Ma non ne ha e non ne avrà, ed è l'ora di muoversi. Gli elettori europei, alla fine, sono più saggi dei migliori e più illuminati del continente.

Cosa c'è di sbagliato nella prescrizione di tagli alla spesa pubblica come rimedio alla malattia dell'Europa? La prima risposta è che non sta in piedi la favola della fiducia. In altre parole, la presunzione che abbattendo la spesa pubblica si incoraggia in qualche modo i consumatori e le imprese a spendere di più è stata ampiamente smentita dalle esperienze di questi due ultimi anni.

Tagliare la spesa pubblica in un'economia depressa non fa altro che aggravare la depressione.

C'è inoltre ben poco come ricompensa delle sofferenze patite. Consideriamo l'Irlanda, che nella crisi si è comportata come un bravo soldato, imponendosi un'austerità sempre più rigorosa nel tentativo di guadagnarsi i favori del mercato dei titoli pubblici. Secondo l'ortodossia prevalente, avrebbe dovuto funzionare. Di fatto, la volontà di crederci è così forte che esponenti della élite politica europea continuano a proclamare che l'economia irlandese ha iniziato a riprendersi.

Non è vero. E anche se non lo saprete mai da quel che si legge sulla stampa, i tassi di interesse sui titoli irlandesi restano molto più alti di quelli di Spagna e Italia, per non parlare della Germania. Quali sono dunque le alternative?

Una risposta, molto più sensata di quanto quasi tutti in Europa vogliano ammettere, consisterebbe nell'eliminare l'euro, la moneta comune europea. L'Europa non starebbe dove sta se la Grecia avesse ancora la sua dracma, la Spagna la sua peseta, l'Irlanda il suo punt, e così via, perché Grecia e Spagna avrebbero oggi quello che gli manca: un sistema rapido per ripristinare la competitività dei costi e aumentare le esportazioni, ovvero una svalutazione.

Come contrappunto alla triste storia dell'Irlanda, prendiamo il caso dell'Islanda, che era a terra per la crisi finanziaria ma è stata in grado di reagire svalutando la sua moneta, la krona (ed hanno anche avuto il coraggio di lasciar fallire le loro banche per i loro debiti). L'Islanda sta sicuramente sperimentando quella ripresa che si suppone conosca l'Irlanda, ma che invece non ha.

Certo eliminare l'euro sarebbe una cosa altamente distruttiva, e sarebbe una grossa sonfitta per il "progetto europeo", il lungo sforzo di promuovere pace e democrazia per mezzo di una maggiore integrazione. C'è un'altra via? Sì, c'è. E la Germania ha mostrato come possa funzionare. Sfortunatamente non imparano la lezione dalla loro stessa storia.

Provate a parlare con opinion leader tedeschi della crisi dell'euro, e loro vi ricorderanno che la loro stessa economia era nei guai nei primi anni dell'ultimo decennio, ma hanno trovato il modo di uscirne. Quello che non vogliono ammettere è che questa ripresa si è basata sulla crescita di un grosso surplus commerciale nei confronti degli altri paesi europei, particolarmente nei confronti di quelli oggi in crisi, che erano in fase di boom e stavano subendo un'inflazione al di sopra del normale, grazie ai bassi tassi di interesse. I paesi europei in crisi potrebbero emulare i successi tedeschi se potessero trovarsi in un analogo contesto favorevole, ovvero se questa volta fosse il resto dell'Europa, in particolare la Germania, ad avere un po' di boom inflattivo.

L'esperienza tedesca non è dunque, come invece pensano i tedeschi, un argomento a favore di una austerità unilaterale in Europa meridionale, mentre è invece un argomento a favore di politiche molto più espansive altrove, e in particolare perché la BCE dismetta le sue ossessioni sull'inflazione e si concentri sulla crescita.

Ai tedeschi, inutile dirlo, non piacciono queste conclusioni, tanto meno alla leadership della loro Banca centrale. Rimarranno con le loro fantasie sulla prosperità grazie alla sofferenza, e continueranno a sostenere che continuare con le loro strategie sbagliate è l'unica cosa responsabile che si possa fare. Sembra però che non continueranno ad avere un sostegno incondizionato da parte dell'Eliseo. Che ci crediate o meno, questo significa che l'euro ha più speranze oggi di sopravvivere di quante non ne avesse qualche giorno fa.




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