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DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale

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Apocalisse in arrivo

PAUL KRUGMAN

Pubblicato il 17 Maggio  2012

[Link all'articolo originale]

All'improvviso, è diventato facile vedere quanto l'euro – questo grande esperimento di un'unione monetaria viziata dall'assenza di un'unione politica - potrebbe andare in pezzi. E non stiamo neanche parlando di una prospettiva lontana. Le cose potrebbero andare in pezzi con una velocità straordinaria, nel giro di pochi mesi, non di anni. E i costi, sia economici sia - cosa forse ancora più importante - politici potrebbe essere enormi.
Questo non deve accadere: l'euro (o almeno una sua maggior parte) potrebbe ancora essere salvato. Ma questo richiede che i leader europei, soprattutto in Germania e presso la Banca centrale europea, comincino ad agire in modo molto diverso da come hanno agito in questi ultimi anni. Hanno bisogno di dismettere di moralismo e affrontare la realtà, hanno bisogno di smettere di temporeggiare e, per una volta, affrontare la necessaria svolta.

Vorrei poter dire di essere ottimista.

La storia fino ad oggi: all'inizio dell'euro c'è stata una grande ondata di ottimismo in Europa,  cosa che, si è poi scoperto, è stata la cosa peggiore che potesse capitare. Fiumi di denaro si sono riversati in Spagna e in altri paesi, ormai visti come investimenti sicuri, e questo flusso di capitale ha alimentato bolle immobiliari e deficit commerciali enormi. Poi, con la crisi finanziaria del 2008, l'alluvione si è prosciugata, causando gravi recessioni nei paesi stessi che avevano  prima avuto un boom.

A quel punto, la mancanza in Europa di unione politica è diventata un problema grave. Sia la Florida, sia la Spagna hanno entrambe avuto delle bolle immobiliari, ma quando scoppiò la bolla della Florida, i pensionati potevano ancora contare sulla Social Security e sugli assegni del Medicare di Washington. La Spagna non riceve nessun sostegno paragonabile. Così lo scoppio della bolla si è trasformata anche in una crisi di bilancio.

La risposta europea è stata l'austerità: tagli selvaggi alla spesa nel tentativo di rassicurare i mercati obbligazionari. Eppure, come qualsiasi economista sensato avrebbe detto (e lo abbiamo fatto, lo abbiamo fatto), questi tagli hanno peggiorato la depressione nelle economie europee in difficoltà, minato ulteriormente la fiducia degli investitori e hanno portato ad una crescente instabilità politica.

E ora viene il momento della verità.

La Grecia è, per il momento, il punto focale. Gli elettori che sono comprensibilmente arrabbiati con le politiche che hanno prodotto un 22 per cento di disoccupazione - oltre il 50 per cento tra i giovani – hanno punito i partiti che hanno difeso queste politiche. E poiché l'intera struttura politica greca era, in effetti, inchiodata nel consenso all'ortodossia economica condannata, il risultato del rigetto degli elettori è stato l'ascesa degli estremisti. Anche se i sondaggi fossero sbagliati e la coalizione di governo dovesse riuscure a strappare in qualche modo una maggioranza nelle prossime elezioni, questo gioco è fondamentalmente finito: la Grecia non può e non vuole seguire le politiche che la Germania e la Banca centrale europea esigono.

Ed ora? In questo momento, la Grecia sta vivendo quello che viene chiamata uno "smottamento bancario": una corsa agli sportelli un po' al rallentatore, con sempre più depositanti che ritirano il loro denaro in previsione di una possibile uscita della Grecia dall'euro. La Banca centrale europea sta in effetti finanziando questo smottamento bancario prestando alla Grecia gli euro necessari; se e (probabilmente) quando la banca centrale deciderà che non può più continuare, la Grecia sarà costretta ad abbandonare l'euro e ad emettere di nuovo una propria moneta.

Questa dimostrazione che l'euro è, di fatto, reversibile si rifletterebbe, a sua volta, sulle banche spagnole e italiane.

Ancora una volta la Banca centrale europea dovrebbe scegliere di fornire un finanziamento illimitato; se dovesse dire di no, l'eurozona nel suo insieme salterebbe.

Ma i finanziamenti non sono sufficienti. All'Italia, assieme in particolare alla Spagna, bisognerà dare speranza, ovvero un contesto economico nel quale abbiano qualche prospettiva ragionevole di fuoriuscire dall'austerità e dalla depressione. Realisticamente, l'unico modo per fornire un contesto del genere sarebbe per la banca centrale quello di abbandonare la sua ossessione per la stabilità dei prezzi, di accettare e anzi incoraggiare diversi anni di 3 per cento o 4 per cento d'inflazione in Europa (e ancora di più in Germania).

Sia i banchieri centrali, sia i tedeschi odiano questa idea, ma è l'unico modo plausibile nel quale l'euro potrebbe essere salvato. Negli ultimi due anni e mezzo, i leader europei hanno risposto alla crisi con mezze misure per guadagnare del tempo, che però non hanno utilizzato. Ora il tempo è scaduto.

Sarà l'Europa finalmente all'altezza della situazione? Lo speriamo, e non solo perché una rottura dell'euro avrebbe effetti a catena negativi in tutto il mondo, ma perché i maggiori costi del fallimento della politica europea sarebbe probabilmente di tipo politico.

Pensiamola in questo modo: Il fallimento dell'euro equivarrebbe a una sconfitta enorme per il progetto europeo più ampio, il tentativo di portare la pace, la prosperità e la democrazia in un continente con una storia terribile.

Sarebbe inoltre più o meno lo stesso effetto del fallimento che l'austerità sta avendo in Grecia, il discredito del contesto politico e il rafforzamento degli estremisti.

Tutti noi, poi, abbiamo un grande interesse per un successo europeo, ma tocca agli europei stessi raggiungere questo successo. Il mondo intero è in attesa di vedere se sono all'altezza del compito.

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