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Si segnala un’inesattezza marginale dell'articolo, quando afferma “È la prima volta dalla creazione delle Nazioni unite che viene commessa un'aggressione di questo genere: l'annessione di un Stato da parte di un altro con la forza”, dimentica un precedente clamoroso: quello dell’invasione della Corea del Sud da parte di quella del Nord, che darà appunto inizio alla omonima guerra ONU.

LE MONDE 28.09.02 

Il minuetto franco-iracheno.

Jacques Chirac dichiara nel 1986 che la Francia è "l'amica e l'alleata dell'Iraq". Nel 2002, mette in guardia gli Stati Uniti contro un'azione unilaterale verso Bagdad.

Ricevendo a Versailles, nel 1975, un Saddam Hussein che, malgrado il suo titolo di "vicepresidente del Consiglio del comando della Rivoluzione", era già allora l'uomo forte dell'Iraq, Jaques Chirac, primo ministro del presidente Valéry Giscard d'Estaing, non esita ad assicurargli la "sua stima, la sua considerazione ed il suo affetto."

Undici anni più tardi, ritornando a Matignon, questa volta sotto Mitterrand, afferma davanti alla stampa diplomatica che la Francia si considera "come l'amica e l'alleata dell'Iraq" e che il "suo atteggiamento non è suscettibile di nessuno cambiamento in questo campo."

Oggi mette in guardia il presidente degli Stati Uniti contro ogni azione unilaterale, ma ha non di meno riconosciuto, quando l'ha chiamato al telefono per sondare le sue intenzioni, che "l'atteggiamento di Bagdad pone problemi". Cos’è accaduto nel frattempo?

Nel 1972 l'Iraq aveva nazionalizzato le sue immense riserve di petrolio, dandosi così i mezzi per sviluppare la sua economia e il suo potenziale militare. Aveva appena firmato col Cremlino un trattato di amicizia e di cooperazione e contava tra i suoi ministri dei comunisti e dei curdi filosovietici. Ma non si poneva nemmeno il problema per il Baas, il "Partito socialista dell'unità araba" che deteneva il potere, di dividerlo con chicchessia. Presto i comunisti saranno messi fuori gioco ed i curdi riprenderanno la lotta armata.

Saddam non aveva aspettato di avere escluso dal potere il suo padrone, Al-Bakr, nel 1979, per posare al De Gaulle arabo ed insistere, nel momento in cui cominciava a montare l'ondata islamica, sulla sua tolleranza in materia religiosa. Dal canto suo Parigi era stata allettata dalla prospettiva di contratti appetitosi, mentre i suoi servizi di informazione si vantavano di contribuire a staccare da Mosca uno dei suoi alleati più consistenti. Saddam non aveva condannato nel 1980 l'invasione sovietica dell'Afghanistan?

Cinque anni prima la Francia gli aveva venduto due reattori nucleari. Uno di essi, Osirak, doveva produrre del plutonio, e ciò che aveva messo di più la pulce nell'orecchio degli israeliani era che Saddam aveva dichiarato che si trattava di un "primo concreto passo verso la fabbricazione dell'arma atomica araba". Parigi e l'agenzia internazionale dell'energia atomica, i cui gli ispettori erano sul posto, ebbero un bel giurare che questo tipo di plutonio era inadatto ad un uso militare: l'aviazione israeliana distruggerà Osirak nel giugno del 1981, il che varrà allo stato ebraico i fulmini dell'ONU.

Francois Mitterrand, da poco installatosi all'Eliseo, si preparava ad andare a Gerusalemme per riattaccare i cocci rotti da De Gaulle dopo la guerra arabo-israeliana del giugno 1967 e difendere la causa palestinese. Furioso contro il primo ministro Begin per il raid israeliano su Osirak, non perde tempo e promette a Bagdad di aiutarlo a ricostruire il suo reattore nucleare. Ma si possono nutrire forti dubbi sulla sincerità di questa promessa, che non è stata mai rispettata, e che non ha impedito alla Francia di prendere discretamente diverse misure destinate ad alleggerire il suo contenzioso con Israele, dove il Capo dello stato si recherà alla fine di marzo.

Tra Gerusalemme e Bagdad Mitterrand non poteva certo crogiolarsi. La situazione nella regione era stata sconvolta, nel 1979, dalla caduta del trono iraniano e dall'avvento del sinistro Khomeini che confondeva, nella sua senile vendetta, la dinastia imperiale, il "grande Satana" americano ed gli "infedeli" del mondo intero. Per Saddam, che si era accordato con lo scià nel 1975 sulla divisione delle acque di frontiera e la cessazione del sostegno di Tehran alla ribellione curda, il colpo era stato ancora più forte dato che gli ayatollah avevano moltiplicato le provocazioni. L'ultimo dei primi ministri dello scià non fece fatica a a convincerlo che dipendeva solamente da lui, dando l'ordine di avanzare alle sue truppe, far crollare il regime degli ayatollah, reputato detestato dalla popolazione. Il risultato fu esattamente il contrario: l'aggressione provocherà negli iraniani un soprassalto patriottico. E Bagdad cercherà vanamente una via d'uscita: la guerra durerà otto anni, facendo centinaia di migliaia di morti.

Non mancava certo chi si consolava facilmente, vedendo dissanguarsi reciprocamente due popoli dai denti troppo aguzzi. E quale migliore modo di evitare una caduta dei prezzi  del petrolio, in un'epoca  dove si scoprivano giacimenti ovunque! È un po' ciò che dirà Mitterrand, in modo soft, nel novembre 1982: "La Francia non si augura che l'Iraq sia sconfitto, bisogna mantenere assolutamente l'equilibrio tra il mondo arabo e quello persiano." Non esiterà, in ogni caso, a mettere un anno dopo a sua disposizione cinque apparecchi Super-Etendard altamente sofisticati,  i cui i terribili razzi Exocet andranno più tardi a devastare il terminale petrolifero iraniano dell'isola di Kharg.

Arriva tuttavia il momento, di incidente in incidente, in cui il rischio di un'estensione del conflitto comincia a preoccupare un po' tutti. I belligeranti, in ogni caso, sono allo stremo. Viene concluso nell'agosto 1988 un cessate il fuoco al quale l'iman Khomeini  non sopravvivrà a lungo. Saddam, facendo valere il fatto che li aveva salvati della sovversione, reclama dalle monarchie del Golfo l'annullamento dei suoi debiti, un rialzo del prezzo del petrolio ed un aiuto alla ricostruzione. Ma non arriva ad accordarsi col ricchissimo emiro del Kuwait, e deduce troppo in fretta e artificiosamente dall'ambasciatrice degli Stati Uniti che questi non hanno alcuna intenzione di immischiarsi nelle dispute di frontiera interarabe. Il tono sale da una parte e dall'altra, e Saddam commette l'errore fatale di dare alle sue truppe l'ordine di impossessarsi dell'emirato che Bagdad ha sempre rivendicato come suo.

È la prima volta dalla creazione delle Nazioni unite che viene commessa un'aggressione di questo genere: l'annessione di un Stato da parte di un altro con la forza. La riprovazione è unanime. Le iniziative si moltiplicano, particolarmente da parte della Francia e dell'URSS, per persuadere il padrone di Bagdad ad accettare una soluzione. Ma l'orgoglio spazza via in lui ogni buonsenso. Disprezza troppo gli americani per crederli capaci di battersi sul terreno e non dubita che ad ogni modo l'URSS si sarebbe interposta. Conosciamo il seguito, e la schiacciante disfatta che subirà, di fronte agli Stati Uniti e ai loro circa trenta alleati tra i quali la Francia di Mitterrand, preoccupata innanzitutto di vedere la sua partecipazione consacrare il suo "rango" negli affari del mondo in generale e del Medio Oriente in particolare.

Incoraggiati dall'appello di George Bush padre, allora presidente, gli sciiti si rivoltano in massa contro il dittatore. Ma niente impedirà a costui di schiacciarli, mentre Parigi e Londra rimpatriano in tutta fretta i loro uomini, e Colin Powell, numero uno dell'esercito americano, pensa soprattutto che gli emiri della regione non hanno nessuna voglia di vedere installarsi a Bagdad un regime influenzato da Tehran. I curdi saranno felici del fatto che, grazie in buona parte a Danielle Mitterrand ed a Bernard Kouchner, beneficeranno dell'autonomia interna in una zona resa neutrale dall'aviazione alleata. Da allora Saddam gioca al gatto ed al topo con gli anglosassoni, convinti che il suo obiettivo prioritario è quello di dotarsi di armi di distruzione di massa capaci di minacciare Israele e l'Arabia Saudita. Da qui i  frequenti raid che la popolazione subisce a tutto campo, così come le sanzioni imposte dall'ONU.

Cosciente dello scarso peso dei suoi atout, la Francia deplora discretamente, come nel caso delle relazioni arabo-israeliane, il deterioramento della situazione. La prospettiva che teme, un'azione unilaterale degli Stati Uniti e la reazione negativa, salvo la Gran Bretagna, degli altri membri dell'unione europea, daranno alla nostra diplomazia fiducia in sé stessa? Lo si saprà presto.

André Fontaine

Articolo apparso sull'edizione del 29.09.02

 

 


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