DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Dal Corriere 11 giugno 1998: 

La morte è meglio di tutto questo

Pubblichiamo un inedito di Vsevolod Mejerchold, una dichiarazione indirizzata dal carcere nel gennaio 1940 a Molotov. "Quello che gli uomini dimostrano di essere nel momento della paura, lo sono veramente, poiché la paura è un intervallo tra le abitudini dell'uomo e in questo intervallo si può vedere la natura così come essa è" (Leskov).

2 gennaio 1940

Quando gli inquirenti cominciarono ad applicare nei riguardi di me, inquisito, i loro metodi di azione fisica, aggiungendo ad essi il cosiddetto "attacco psicologico", l'una e l'altra cosa provocarono in me un terrore così mostruoso da mettere la mia natura a nudo fino alle radici. I miei tessuti nervosi si dimostrarono vicinissimi al rivestimento cutaneo e la pelle si dimostrò delicata e sensibile come quella di un bambino; gli occhi furono capaci (dato il dolore fisico e il dolore morale per me intollerabile) di versare lacrime a fiotti. Mentre ero disteso sul pavimento a faccia in giù, scoprivo in me la capacità di dimenarmi e di contorcermi e di strillare come un cane bastonato dal suo padrone. Il secondino, che una volta mi conduceva indietro da un simile interrogatorio, mi chiese: "Non avrai mica la malaria?" tanto il mio corpo dimostrava la capacità di essere preso da un tremito nervoso. Quando mi sdraiai sulla branda e mi addormentai per andare poi di nuovo dopo un'ora a un interrogatorio che prima era durato 18 ore, mi svegliai, destato dal mio gemito e dal fatto che sobbalzavo sul letto come fanno i malati in delirio. La paura provoca il terrore, e il terrore spinge all'autodifesa. "La morte (o, certo!), la morte è meglio di tutto questo!", dice tra se l'inquisito. Lo dissi tra me anch'io. E cominciai ad autoaccusarmi nella speranza che così facendo sarei finito al patibolo. E così è successo che sull'ultimo foglio dell'"incartamento" n. 537 sono apparse le terribili cifre dei paragrafi del codice criminale: 58, i punti 1a e 2. Vjaceslav Michajlovic! Lei conosce i miei difetti (ricorda che un giorno mi disse: "Lei cerca sempre di fare l'originale?!"), e chi conosce i difetti di un altro lo conosce meglio di chi ne ammira le virtù. Mi dica: può Lei credere che io sia un traditore della patria (un nemico del popolo), che io sia una spia, un membro di un'organizzazione trozkista di destra, un controrivoluzionario, che nella mia arte abbia fatto propaganda al trozkismo, che nel teatro abbia svolto (consapevolmente) un'attività ostile per minare le basi dell'arte sovietica? Tutto ciò è presente nell'incartamento n.537. Così come la parola "formalista" (nel campo dell'arte) divenne sinonimo di "trozkista". Nell'incartamento n. 537 sono presenti i trozkisti: io, Il'ja Ehrenburg, Boris Pasternak, Jurij Oleša (quest'ultimo è pure terrorista), Šostakovic, Šebalin, Ochlopkov e così via.

Continua il 13 gennaio 1940. La prigione di Butyrka.

Il fatto, che io non abbia resistito, dopo aver perso qualsiasi autocontrollo, trovandomi nello stato di coscienza annebbiata, è stato rinforzato da un'altra causa terribile: immediatamente dopo l'arresto (20 giugno 1939) di me si è impossessata un'idea fissa che mi ha immerso nella peggiore depressione e cioè "vuol dire che alla causa serve così". Comincia a convincermi che al Governo è sembrato che la punizione già applicata nei miei confronti (come la chiusura del teatro, lo scioglimento del collettivo, la requisizione dell'edificio che si stava costruendo, secondo il mio progetto, della nuova sede del teatro sulla piazza Majakovskij), la punizione, dovuta ai miei peccati denunciati dalla tribuna della Prima Sessione del Soviet Supremo, sia insufficiente, e che quindi io debba sopportare un'altra punizione, quella che adesso mi stanno applicando gli organi della NKVD. "Vuol dire che alla causa serve così" continuavo a ripetermi e di conseguenza il mio "io" si è spaccato in due persone. La prima si mise a cercare i delitti della seconda e quando non li trovava, si decise di inventarli. L'inquirente risultò un aiutante esperto ed efficiente in questa ricerca, e noi iniziammo a inventarli insieme, uniti… L'inquirente continuava a ripetere in modo minaccioso: "se non scriverai (il che significa inventare!), ti picchieremo di nuovo, lasceremo intatte soltanto la testa e la mano destra, tutto il resto lo trasformeremo in un pezzo di corpo informe, dilaniato, insanguinato". Io ho firmato tutto fino al 16 novembre 1939. Io rifiuto queste deposizioni in quanto mi sono state estorte, e scongiuro Lei, Capo del Governo, mi salvi, mi restituisca la libertà. Amo la mia patria e ad essa darò tutte le mie energie degli ultimi anni della mia vita.

Nota dal 2 gennaio 1940. Qui mi hanno picchiato - un vecchio malato di sessantasei anni. Mi mettevano con la faccia in giù, picchiavano con un cordone di gomma sui talloni e sulla schiena; quando io stavo seduto sulla sedia, con la stessa gomma mi picchiavano sulle gambe (dall'alto, con molta forza) e ancora dalle ginocchia fino alle parti superiori. Nei giorni successivi, quando queste parti del corpo erano invase dall'ampia emorragia interna, ancora picchiavano su queste ecchimosi con lo stesso cordone, e il dolore era tale, che, sembrava, che sulle parti ferite e sensibili delle gambe versassero l'acqua bollente (ed io urlavo e piangevo dal dolore). Mi hanno picchiato con questo cordone sulla schiena, sul viso, con slancio dall'alto…

Vsevolod Mejerchold - Reich

(Traduzione di Clara Strada Janovic, "Corriere della sera" 11 giugno 1998, ripreso dal giornale "Sovetskaja cultura 16 febbraio 1989. Con alcune integrazioni.

 

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