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laviedesidees.fr - 18/08/2008

Stati-Uniti

La fine del «nuovo consensus monetarista»

La crisi finanziaria e l’eredità di Milton Friedman

di James K. Galbraith [18/08/2008]

 

Quali sono le implicazioni teoriche della crisi finanziaria scoppiata nel 2007? Sotto i suoi colpi l'eredità di Milton Friedman cade a pezzi, e gli avatar del monetarismo precipitano nel ridicolo. E' il caso in particolare del «nuovo consensus monetarista», eretto fino a poco tempo fa a fondamento intellettuale delle moderne banche centrali.

Questo testo si ispira ad una allocuzione pronunciata il 24 giugno 2008 al Parlamento Europeo.

L' 8 novembre 2002, a Chicago, Ben Bernanke, allora governatore della Banca centrale americana (FED), oggi suo presidente, pronunciava un discorso in omaggio a Milton Friedman, nell'occasione del 90° compleanno del fondatore della teoria monetarista. «Come tutti i presenti qui sanno, Friedman e [Anna Jacobson] Schwartz affermarono nella loro Storia monetaria che il crollo economico del 1929-1933 era stato il risultato della deregolamentazione del meccanismo monetario del paese. Contraddicendo la visione accettata dai loro contemporanei, […] Friedman e Schwartz pensarono che ‘la contraddizione è in realtà una tragica dimostrazione dell'importanza delle forze monetarie’. […] Vorrei dire a Milton e ad Anna : riguardo alla Grande Depressione, avete ragione, è stato un nostro errore. Siamo desolati. Ma grazie a voi, non ricominceremo un'altra volta».

Meno di sei anni dopo, di fronte alla crisi finanziaria scoppiata nel 2007, il presidente Bernanke e i suoi colleghi di tutte le grandi banche centrali si trovano di fronte al seguente dilemma. Possono continuare ad aderire alle idee di Friedman, ma allora devono riconoscere che la sola possibile causa della crisi in corso è stata la loro stessa politica, ovvero l'inasprimento monetario degli anni 2005-2007. Non possono, per motivi logici, appellarsi a Friedman senza riconoscere nella situazione attuale - nella quale sono obbligati a perseguire l'espansionismo monetario – di gran lunga gli errori della politica precedente. Oppure essi possono comportarsi come se la crisi attuale non esistesse e sperare che passi, seguendo i dettami di quello che qualcuno oggi chiama il «nuovo consensus monetarista», e che si rifà, anche lui, all'eredità intellettuale del monetarismo! Queste due scelte mettono in luce la contraddizione intellettuale nella quale è venuta a trovarsi la dottrina di Friedman, che resta a fondamento di tutte le ideologie delle banche centrali. Né il monetarismo nella sua versione classica, né il «nuovo consensus monetarista» offrono elementi di comprensione della crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti nel 2007.

Detto in altro modo, l'attuale crisi finanziaria spinge a rivedere l'eredità di Friedman e il suo impatto intellettuale sui decisori economici attuali. E spinge a farlo sul terreno stesso di Friedman, là dove si sentiva “a casa propria” e dove ha regnato per diversi decenni: la politica monetaria, il “tasso naturale di disoccupazione” e l'idea che la lotta contro l'inflazione sia più importante della lotta alla disoccupazione. E' in questo campo che ha avuto il suo più forte impatto e anche il suo maggiore successo intellettuale. E' su questo campo di battaglia che ha vinto sull'establishment keynesiano degli anni '60, che era prigioniero dell'idea di una curva di Phillips stabile1. E' là che ha traslocato la mobilia della «controrivoluzione» che domina la microeconomia universitaria da una generazione e che continua a influenzare il modo in cui la maggioranza delle persone concepiscono la politica monetaria e la lotta contro l'inflazione. Cosa resta, di tutto questo, oggi?

Ascesa e declino del monetarismo

Cos'è stato, anzitutto, il monetarismo? Si sa, Friedman ci vedeva l'idea che «l'inflazione è ovunque e sempre un fenomeno monetario», cosa che significa che prezzi e moneta sono legati tra loro. Friedman credeva soprattutto che la moneta fosse una variabile politica, una quantità che la banca centrale poteva creare o distruggere a sua volontà. Se ne crea troppa, si rilancia l'inflazione; se ne crea troppo poca, l'economia rischia di crollare. Ne segue che il giusto dosaggio conduce a giusti risultati: prezzi stabili, con il corollario di quel che Friedman chiamava il tasso naturale di disoccupazione. Questo ragionamento aveva lo scopo di sostenere la sua affermazione chiave: un mercato liberato da tutti gli ostacoli è intrinsecamente stabile. Nel vangelo secondo Friedman, l'intervento pubblico è il serpente, l'intruso nel giardino dell'Eden, e la politica deve soprattutto lasciare che l'economia segua il suo corso. Era la lezione del suo famoso programma televisivo del 1980, Free to Choose [Liberi di scegliere, NdT], ma è anche il senso profondo del suo pensiero. Nonostante tutti i dati statistici là presentati, il libro Storia monetaria degli Stati Uniti 1867-1960, pubblicato nel 1963 da Milton Friedman e Anna Schwartz, aveva un messaggio semplice: il mercato è infallibile, solo il governo sbaglia.

Friedman si è imposto perché il suo lavoro era abbastanza complesso da vestire i panni di verità scientifica, e perché confermava i luoghi comuni di un certo ambiente. Si può fare un paragone con quello che diceva John Maynard Keynes nella sua Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (1936), a proposito del successo di David Ricardo:

Una vittoria così decisiva […] ha qualche cosa di singolare e di misterioso. Non la si può spiegare se non con un assieme di affinità tra la sua dottrina e l'ambiente in cui fu lanciata. Il fatto che conducesse a conclusioni molto differenti da quelle attese dal pubblico dei profani aumentava, a quanto pare, il suo prestigio intellettuale. Il fatto che il suo insegnamento, applicato ai fatti, risultasse austero e sgradevole gli conferiva una grandezza morale. Gli dava lustro il fatto di essere adatto a sostenere una sovrastruttura logica, vasta e coerente. Il fatto che presentasse molte ingiustizie sociali e evidenti crudezze come incidenti inevitabili nella marcia del progresso, e gli sforzi per modificare questo stato di cose come in grado di fare in definitiva più male che bene, la rendeva raccomandabile all'autorità. Il fatto che fornisse certe giustificazioni alle libere attività del capitalismo individuale, gli valse l'appoggio delle forze sociali dominanti schierate dietro l'autorità.

Il successo di Friedman è paragonabile a quello di Ricardo, ma non fino in fondo. Friedman certamente giustifica anche lui l'ingiustizia e sostiene l'autorità. La sua armatura intellettuale non è però né vasta né coerente. Il suo ragionamento è di una semplicità disarmante, è può peraltro risultare abbastanza sibillino. Era incentrato sul breve periodo per certi effetti, sul lungo periodo per altri, passando dall'uno all'altro alla bisogna. Ricardo è l'Arpagone di Molière, mentre Friedman somiglia piuttosto al suonatore di flauto di Hamelin.2

Verso la fine degli anni '70 la vittoria di Friedman fu consolidata dalla forza esplicativa dei modelli monetaristi di regressione e dallo scacco subito dalla curva di Phillips. Robert Lucas vedeva nel fenomeno della stagflazione, apparso in quegli anni, «la sfida empirica più netta che possa conoscere la macroeconomia». All'epoca ho avuto un ruolo secondario nell'irruzione delle idee monetariste sul terreno politico americano. Il mio compito consisteva nel preparare, tra il 1975 e il 1978, il Humphrey-Hawkins Full Employment Act3 sulla politica monetaria. In una alleanza pragmatica con gli economisti monetaristi in seno alla commissione incaricata di preparare il testo di legge, noi insistemmo che la Banca centrale fissasse e valutasse ogni anno l'obiettivo di crescita monetaria. Anche se il nostro scopo non era tanto quello di stabilizzare la crescita, quanto quello di obbligare la FED alla trasparenza, questo accordo dette senza dubbio peso politico al monetarismo.

Poco dopo, sarà su questo stesso terreno politico che il monetarismo rovinerà. A cominciare dal 1979 la FED adottò ufficialmente degli obiettivi monetari di breve periodo. Il risultato fu una sequela di disastri: tassi d'interesse al 20%, dollaro rivalutato del 60%, disoccupazione all'11%, recessione, deindustrializzazione del Middle-West e, alla fine, crisi del debito del terzo mondo. In agosto 1982, di fronte al default dello Stato Messicano e ad una rivolta del Congresso – c'ero in mezzo anche questa volta – la FED abbandonò gli obbiettivi monetaristi per non ritornarvi più.

Nella metà degli anni '80 il monetarismo rigoroso di cui Friedman era il campione sparì anche dal mondo universitario. La crescita monetaria divenne intensa e fluttuante, senza che l'inflazione riapparisse. Forse l'inflazione era «sempre e dovunque un fenomeno monetario», come Friedman aveva affermato nel 1963, ma si potevano avere certi fenomeni monetari senza che l'inflazione aumentasse, cosa che rendeva molto problematico l'uso degli aggregati monetari come strumento di controllo. Alla Banca d'Inghilterra, Charles Goodhart ne tirò le conclusioni enunciando la sua famosa legge: Quando si tenta di utilizzare una relazione econometrica a fini di controllo politico, questa si trasforma. Nel 2003 lo stesso Friedman ammetteva a Simon London del Financial Times: «Il ricorso alla quantità di moneta come obiettivo non è stato un successo. Oggi non sono sicuro che lo raccomanderei così vigorosamente come in passato».

I successori

Ne sono rimaste una serie di dottrine, tutte più vaghe del monetarismo classico, ma portatrici dello stesso messaggio: la banca centrale doveva considerare il controllo dell'inflazione al centro delle sue preoccupazioni, senza preoccuparsi della disoccupazione, salvo nel caso questa non diventasse troppo piccola. Si riteneva inoltre che l'instabilità del settore finanziario dovesse essere ignorata dai decisori macroeconomici, salvo quando fosse diventato impossibile ignorarla. La prima di queste dottrine, il «tasso naturale di disoccupazione» ovvero «tasso di disoccupazione che non accelera l'inflazione» (NAIRU), fu elaborata da Friedman stesso e da Edmund Phelps; la sua grande attrattiva consisteva nel fatto che, per la prima volta, questa prospettiva veniva incorporata in un modello macroeconomico. I macroeconomisti l'adottarono in massa. Alla fine degli anni '90, tuttavia, la dottrina si rivelò completamente inadeguata quando Alan Greenspan permise alla disoccupazione di scendere al di sotto di diverse barriere NAIRU successive: 6%, 5,5%, 5%, 4,5% e infine anche il 4%. Fu una buona notizia per tutti salvo che per gli economisti adepti del NAIRU: ne furono molto imbarazzati, o almeno avrebbero dovuto esserlo. Alcuni rinnegarono Friedman per riscoprire le teorie dell'economista svedese Knut Wicksell: è così che il «tasso naturale d'interesse» conobbe una effimera moda negli USA. Ma l'idea non era supportata né dalla ricerca empirica, né dalle teorie che hanno visto la luce dopo l'abbandono della parità aurea.4

Arrivò in seguito Ben Bernanke e la dottrina dello «obiettivo inflazione». Quest'idea si basa su quello che Marvin Goodfriend, de la Carnegie-Mellon University chiama «il nuovo consensus in politica monetaria»: un insieme di idee concepite all'inizio degli anni '80 ma adattata (almeno superficialmente) alle evoluzioni successive. In primo luogo, «il principale messaggio monetarista restava confermato: solo una politica monetaria […] era in grado di ridurre in modo durevole l'inflazione ma, per lo sviluppo e l'occupazione, con conseguenze importanti ma molto meno gravi di quelle previste dai normali scenari keynesiani». In secondo luogo: «una banca centrale indipendente può acquisire una certa credibilità della sua politica di bassa inflazione senza mandato istituzionale del governo». In terzo luogo: «se fatto al momento opportuno, un inasprimento aggressivo del tasso d'interesse può ridurre le attese d'inflazione ed evitare un aumento dell'inflazione senza provocare una recessione». Esaminiamo uno per uno questi principi.

Anzitutto l'idea che la politica monetaria possa ridurre in modo durevole l'inflazione ad un prezzo ragionevole è proprio il «messaggio monetarista più importante»? Assolutamente no. Il messagio monetarista più importante era che il controllo dell'inflazione passa per il controllo della crescita monetaria. Ma sono ormai diversi decenni che non proviamo nemmeno più a controllare la crescita monetaria. Questa fa quello che gli pare. La FED americana non se ne interessa più e ha anche smesso di pubblicare determinate statistiche in materia. Ciò non ostante, l'inflazione non è tornata. Il più importante messaggio monetarista è dunque sbagliato. Quanto al costo, nessuno ha mai dubitato del fatto che una recessione severa possa fermare l'inflazione. Goodfriend dimentica tuttavia di dire che la recessione degli anni 1981-82, quando al posto di comando c'erano i monetaristi, fu di gran lunga la peggiore del dopoguerra. Fu peggiore di tutte quelle subite in regime keynesiano. Deformando così la storia, Goodfriend lascia completamente in disparte la catastrofe inflitta ai paesi in via di sviluppo dalla crisi del debito mondiale.

Quanto vale inoltre la «credibilità» della lotta contro l'inflazione condotta da una banca centrale «determinata»? Si ritiene spesso che questa idea vada da sé: in materia di rivendicazione salariale, i lavoratori rivedranno le loro esigenze al ribasso perché sanno che eccessive richieste saranno sanzionate da tassi di interesse elevati. Questo meccanismo è stato provato nel caso molto specifico della Germania del dopoguerra nella quale, per molti anni, il sindacato siderurgico conduceva delle trattative implicite con la Bundesbank. La Bundesbank disponeva però di un'arma potente: un innalzamento del tasso di interesse avrebbe significato un marco tedesco forte, e conseguentemente la diminuzione delle esportazioni tedesche di macchinari e prodotti tecnologici. Se fosse stato il caso, la minaccia sarebbe stata credibile. Negli Stati Uniti, la situazione non è minimamente simile, e niente indica che i sindacati americani tengano conto della politica monetaria nelle loro strategie sindacali. Non sarebbe per loro ragionevole farlo: in un sistema di contrattazione salariale decentralizzato, l'autolimitazione salariale in un dato settore creerebbe semplicemente dei margini di manovra negli altri. Le compagnie petrolifere americane inoltre, e in modo ancora più eloquente, non si sono mai trattenute dall'aumentare il prezzo della benzina ogni volta che fosse possibile, senza temere gli effetti ulteriori di un innalzamento del tasso d'interesse.

Bernanke non l'ha vista arrivare per niente

Si può veramente affermare dunque che «se fatto al momento opportuno, un inasprimento aggressivo del tasso d'interesse» permetta di evitare l'inflazione «senza provocare una recessione»? Questa idea è sicuramente il fondamento del nuovo consensus monetarista. E' stata enucniata nel numero di autunno del Journal of Economic Perspectives, voce ufficiale della American Economic Association, in un articolo di Goodfriend intitolato: «How the World Achieved Consensus on Monetary Policy» (Come il mondo è pervenuto ad un consenso in materia di politica monetaria). Goodfriend vi scrive: «Secondo il principio dello “obiettivo inflazione”, una politica monetaria che abbia di mira l'inflazione apporta il maggior contributo alla stabilizzazione della produzione […] Prendere di mira l'inflazione rende la produzione reale conforme alla produzione potenziale». Più oltre: «Un'argomentazione di questo tipo implica che prendere di mira l'inflazione porti al migliore adattamento dell'occupazione e della produzione al ciclo economico, risultato che solo la politica monetaria permette di raggiungere. Così, ed è l'aspetto rivoluzionario del consensus teorico moderno, anche quelli che si preoccupano prima di tutto di stabilizzare l'economia reale possono appoggiare un obiettivo di debole inflazione per la politica monetaria […] la politica monetaria non dovrebbe pertanto tentare di contrastare le fluttuazioni di occupazione e di sviluppo dovute ai cicli economici reali».

Dettaglio significativo, è verso l'agosto 2007, nello stesso momento in cui scoppia la crisi, che queste affermazione vengono pubblicate. Le si può paragonare con le promesse che le strade di Baghdad sarebbero state disseminate di fiori. Perché proprio in quel momento la Riserva federale era al picco di un «inasprimento aggressivo del tasso d'interesse», in corso fin dal 2004, proprio per «ridurre l’inflazione prevista» pur «evitando la recessione». Nel luglio 2006 il presidente Bernanke affermava al Senato americano: «La recente impennata dell'inflazione preoccupa il FOMC [Comitato della politica monetaria della FED] […] La Riserva federale deve operare contro ogni psicologia inflazionista che darebbe una lunga persistenza a ciò che altrimenti sarebbe solo un aumento transitorio dell'inflazione». Nel febbraio 2007 ripeté il messaggio rafforzandolo: «Il FOMC ha nuovamente dichiarato che la sua principale preoccupazione è il rischio che l'inflazione non cali come previsto» (corsivo mio). Nel luglio dello stesso anno, Bernanke reitera: «Dato che il livello di utilizzazione delle risorse è relativamente elevato, e dato che non è stato provato che le pressioni inflazioniste restino moderate, il FOMC resta fedele all'idea che le sue principali preoccupazioni siano i rischi di inflazione elevata».

Prima dello scorso autunno, il presidente Bernanke aveva fatto qualche allusione all'evoluzione del settore finanziario. Nel maggio 2006 si mostrava entusiasta: «I progressi tecnologici hanno trasformato radicalmente l'offerta dei servizi finanziari nella nostra economia. In particolare, la sofisticazione crescente dell'informatica permette ai prestatori di raccogliere ed elaborare i dati necessari per valutare e quotare il rischio in modo assai più efficace che nel passato.» Nello stesso stile: «Concorrenza tra prestatori finanziari e consumatori informati: ecco secondo me il meccanismo migliore per assicurare al meglio l'offerta di prodotti finanziari al minor costo». Quanto ai consumatori, Bernanke propugnava la formazione e la prudenza: «Uno studio che ha riguardato circa 40.000 mutui ipotecari abbordabili, avente come obbiettivo i mutuatari a basso reddito, ha mostrato che la consulenza prima dell'acquisto di una casa ha ridotto del 19% in media il tasso di ritardo di pagamento».

Nel febbraio 2007, Bernanke era ancora fiducioso: «Nonostante gli aggiustamenti in corso nel settore immobiliare, le prospettive economiche generali restano buone. […] tutto sommato, l'economia americana non è suscettibile di uno sviluppo moderato quest'anno e quello successivo; la crescita si consoliderà man mano che il ritardo dell'immobiliare verrà superato» (corsivo mio). Un mese dopo, si mostrava meno contento davanti al Joint Economic Committee5: «In questi mesi scorsi abbiamo constatato un forte aumento del tasso di ritardo di pagamento per i prestiti a tasso variabile accordati a creditori a rischio (subprimes), che rappresentano poco meno del 10% di tutti i prestiti in corso». Pur tuttavia: «Sembra peraltro possibile governare l'impatto di questi problemi sull'insieme dell'economia e sui mercati finanziari». E' solamente nel luglio 2007, in un discorso al Senato, che ammette il carattere un po' troppo ottimista delle sue dichiarazioni precedenti: «da qualche settimana gli investitori si preoccupano sempre di più del rischio di credito per certi tipi di strumenti finanziari». Era solo tre settimane prima che il mercato dei prestiti interbancari crollasse, l'11 agosto 2007.

Ritorno a Keynes, Galbraith e Minsky

Quali elementi ha fornito il «nuovo consensus monetarista», che fossero in grado di fare presagire la straordinaria crisi finanziaria che si è abbattuta dall'agosto 2007 sull'edilizia e il settore bancario americani e che continua a preoccupare le banche centrali del mondo intero? Nessuno. Negli articoli del «nuovo consensus» riguardanti la politica monetaria non si parla mai di crisi finanziarie, di prestatori dell'ultima sponda o di nazionalizzazione delle banche (come nei casi della Northern Rock in Gran Bretagna). Vi si trova invece una cieca e dogmatica professione di fede che sostiene che la politica monetaria non si deve occupare minimamente di problemi del genere. E' questo in parte il motivo per il quale considero il preteso «nuovo consensus monetarista» come un'idea non adeguata. Di fronte alla realtà di un sistema finanziario che affonda, le banche centrale non vi trovano nessuno strumento: hanno dovuto cercare altrove gli elementi per ripensare alle loro politiche. Quasi tutte lo hanno fatto, e questo va a loro onore. Ma non lo hanno ammesso.

Cos'è allora adeguato? Come molti commentatori hanno rapidamente riscoperto, sono le teorie di John Maynard Keynes, di John Kenneth Galbraith e di Hyman P. Minsky ad essere adeguate a farci comprendere la crisi economica attuale. Ecco cosa scriveva Keynes nel 1931, in «Le conseguenze per le banche della caduta dei valori monetari». Secondo lui, viviamo

in una collettività che, lo ricordo, è organizzata in modo tale che un velo di soldi ricopre la grande distanza tra i beni stessi e i proprietari delle ricchezze. Il proprietario apparente delle ricchezze dei beni se ne è assicurato la proprietà facendosi prestare dei soldi dal vero possessore della ricchezza. Inoltre, tutto questo viene fatto soprattutto grazie all'intermediazione delle banche. Le banche, cioè, in cambio di una commissione fanno intervenire la loro garanzia. Sono loro a stare in mezzo tra il vero creditore e il vero debitore ...

E' per questo che una diminuzione dei valori monetari come quella attuale minaccia di far crollare tutta la nostra struttura finanziaria. I banchi e i banchieri sono per natura ciechi. Non hanno visto quel che stava sopraggiungendo. Alcuni hanno addirittura accolto favorevolmente la caduta dei prezzi verso un livello che hanno battezzato come “il giusto livello” l'auspicabile livello «naturale» di prima della guerra. Il livello di prezzi, cioè, al quale erano abituati nel periodo della loro formazione. Alcuni di loro, negli Stati Uniti, assumono dei sedicenti «economisti» che ripetono ancora oggi che i nostri mali vengono dal fatto che i prezzi di certe merci e di certi servizi non si sono ancora abbassati abbastanza […] Un banchiere sensato non è assolutamente, ahimè, uno che vede sopraggiungere il pericolo e lo scansa, ma è un banchiere che, quando va in rovina, lo fa con modi ortodossi e convenzionali, contemporaneamente ai suoi colleghi, in modo che non gli si possa rimproverare niente.6

John Kenneth Galbraith, nel suo libro Il grande crollo, respingeva l'idea, adottata più tardi da Friedman, secondo la quale i banchieri e gli speculatori proseguissero semplicemente il corso precedente della politica monetaria. Nell'estate del 1929, diceva, «non c'erano motivi di pensare ad un disastro. Nessuno avrebbe potuto prevede che la produzione, i prezzi, i redditi e tutti gli altri indicatori avrebbero continuato a contrarsi per ancora tre lunghi e bui anni. E' solo dopo la catastrofe che si videro delle ragioni plausibili per supporre che le cose potevano aggravarsi ancora per molto tempo». […] «Sembra ci siano stati pochi dubbi che nel 1929 l'economia fosse fondamentalmente malsana […] molte cose andavano male: […] Una cattiva distribuzione dei redditi […] Una struttura delle società deficitaria […] un pessimo sistema bancario […] uno stato di incertezza sulla bilancia commerciale […] conoscenze economiche insufficienti». A quest'ultimo riguardo aggiungeva: «Considerare le persone di una determinata epoca come particolarmente ottuse non sembra una idea valida e questo creerebbe un precedente di cui le persone della nostra generazione potrebbero pentirsi. Sembra tuttavia certo che gli economisti e quelli che danno consigli in materia economica verso la fine degli ani '20 e all'inizio dei '30 si rivelarono piuttosto scarsi». Su questo punto si ritiene oggi che John Kenneth Galbraith si sia sbagliato. Vi rimando al «nuovo consensus monetarista».

Hyman Minsky sosteneva, infine, che la stabilità economica era essa stessa creatrice di instabilità. La logica è semplice: in un periodo apparentemente stabile, le banche, tra le altre cose, si assumono dei rischi eccezionalmente elevati. Presto l'instabilità interna che generano minaccia tutto il sistema. La finanzia diventa speculativa e si arriva allo schema Ponzi7. Il sistema crolla e bisogna ricostruirlo. L'intervento pubblico non è la sola fonte di instabilità. I mercati sono molto più instabili, molto più destabilizzanti. Questo fatto è storicamente dimostrato: l'instabilità del mercato precede di molto la crescita dell'intervento pubblico ai tempi del New Deal e dopo, o anche dell'esistenza delle banche centrali.

Il comportamento della Banca centrale non è stato evidentemente l'unica causa della Grande Depressione. I difetti intrinseci della struttura sociale, finanziaria e industriale, combinata ad una cattiva politica prima e dopo il crash, sono tutti fattori altrettanto responsabili del disastro, e la stessa crisi ha avuto un effetto acceleratore. La situazione attuale è senza dubbio molto simile. Non penso dunque affatto che la crescita del tasso d'interesse abbia da sola provocato il crollo attuale, e non penso che sia sufficiente ridurre il tasso per porre rimedio ai nostri problemi. Bisogna considerare altre cause: l'incapacità di regolamentare il mercato dei subprime, un'attitudine permissiva di fronte alle cartolarizzazioni, l'abrogazione della legge Glass-Steagall del 1933, la silenziosa deregolamentazione del mercato dei future energetici e degli altri mercati delle merci, e la calamità generale consistente nell'affidare alle banche i compiti propri dell'intervento pubblico.

Se Friedman si è sbagliato, il «nuovo consensus monetarista» si sbaglia ancora di più. Questo consensus, che fa lo struzzo di fronte alla speculazione sulle merci, e che non ha niente da dire sui crediti abusivi, la cartolarizzazione speculativa e la frode d'impresa, non ha niente da dire sui problemi che oggi affronta la politica monetaria. Se fossero rispettate alla lettera, le sue istruzioni condurrebbero al disastro. Non c'è fortunatamente nessun rischio che le banche centrali scelgano di seguire questa strada, indipendentemente dai convincimenti mostrati in pubblico. E se sia Friedman, sia il «nuovo consensus» si sbagliano, cosa possono fare le Banche centrali che si trovano in trappola? Devono arrendersi all'evidenza: l'instabilità del capitalismo e l'irresponsabilità degli speculatori rendono la regolamentazione e l'intervento pubblico più che mai indispensabili.

James K. Galbraith [18/08/2008]


1 Derivata dai lavori dell'economista A. W. Philips, confutata da Friedman e dalla scuola monetarista, la curva pone in relazione inversa il tasso di disoccupazione e l'inflazione, lasciando intendere che la politica pubblica possa abbassare la disoccupazione al prezzo di un tasso di inflazione più alto. [NdT]

2 Durante una riunione dell’American Economic Association a San Francisco, ho assistito a questa intervista concessa ad una rete televisiva:

Professor Friedman, chiede il giornalista, come andrà l'economia l'anno prossimo?

Dato che l'anno scorso la moneta ha avuto una crescita lenta, la recessione sarà terribile.

E cosa ci si deve aspettare dai prezzi?

Dato che la moneta ha avuto una crescita rapida da diversi anni, l'inflazione sarà terribile.

Professor Friedman, continua il giornalista, la famiglia americana media sarà messa meglio l'anno prossimo, o peggio di oggi?

La famiglia americana media non esiste. Alcune famiglie americane saranno messe meglio, altre meno bene.

3 Firmata nel 1978 da Jimmy Carter, questa legge assegna esplicitamente quattro obiettivi nazionali alla politica economica del governo: pieno impiego, crescita. Stabilità dei prezzi e equilibrio di bilancio e della bilancia dei pagamenti. [NdT]

4 La parità aurea è un sistema monetario nel quale l'unità di conto corrisponde a un certo peso prefissato di oro, come per il sistema di Bretton Woods (1946–1971). [NdT]

5 Che riunisce membri del Congresso e del Senato USA. [NdT]

6 John Maynard Keynes, Essays in persuasion (1931)

7 Così chiamato da Carlo Ponzi, l’inventore del sistema di bolle nel quale le promesse di profitti straordinari provocavano un grande afflusso di capitali, creando un effetto non sostenibile sul lungo periodo. [NdT]

 

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