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Tsunami 

George Pararas-Carayannis, ex-direttore del Centro internazionale di informazioni sugli tsunami nelle Hawai.
"Nessuno avrebbe dovuto essere sorpreso"

Di Denis DELBECQ

martedì 28 dicembre 2004, Liberation - 06:00

Consulente di organizzazioni internazionali, George Pararas-Carayannis (1) ha diretto per molto tempo il Centro internazionale di informazioni sugli tsunami (ITIC), basato nelle Hawai.

Un allarme tsunami è partito domenica dal centro delle Hawai, ma non è stato ascoltato. Perché?

L'oceano indiano non fa parte della zona del Pacifico che è sotto la responsabilità del centro di allerta per gli tsunami del Pacifico (PTWC) delle Hawai. È per questa ragione che i suoi scienziati non hanno potuto lanciare velocemente l'allarme. E, in seguito, questo non è stata ascoltato nelle regioni minacciate.

Occorre solamente un minuto dopo un sisma per essere in grado di lanciare un allarme. Nel caso presente, prima che il messaggio potesse raggiungere le autorità competenti era trascorsa più di un'ora! In una regione dove la popolazione costiera è molto densa e le isole ravvicinate, era già troppo tardi. Solo l'India e lo Sri Lanka disponevano ancora di un po' di tempo, un'ora,  tra il sisma e l'arrivo delle onde, per avvertire le popolazioni. Ma non esiste un coordinamento internazionale in quella regione del mondo, e quindi nessuna infrastruttura di allarme.

Perché?

L'oceano indiano dispone di infrastrutture di base per le misure sismiche e le comunicazioni. E nessuno avrebbe dovuto essere sorpreso, poiché un sisma di magnitudine 8,1 si era prodotto il 24 dicembre. Si sarebbero dovute allertare le autorità. Ma manca anzitutto la volontà politica dei paesi implicati, ed un coordinamento internazionale delle dimensioni di quello che si è costruito nel Pacifico. Il primo elemento di una politica di allerta è la messa in atto di programmi di educazione della popolazione a lungo termine. In Hawai o in Giappone, tutti gli studenti delle regioni costiere sanno quale sia la condotta da tenere in caso di allarme. Anche se l'annuncio non è ufficiale, una persona che percepisce un sisma sa cosa bisogna fare. Inoltre, è tutta una questione di pianificazione e di organizzazione. All'interno stesso di un paese, e tra i differenti Stati della regione. Il tutto deve essere posto sotto la responsabilità di un centro di coordinamento, capace di unire le persone giuste al momento giusto. Occorre anche che i funzionari siano addestrati a disseminare efficacemente gli allarmi nel territorio. Anche se l'allarme fosse stato dato in tempo, domenica, la notizia non sarebbe potuta giungere alle popolazioni dei villaggi costieri.

Può proteggersi la popolazione dagli  tsunami?

Certamente! Occorre prima di tutto evitare di abbattere gli ostacoli naturali, capaci di attenuare la forza delle onde e degli oggetti trascinati. Perché gli tsunami trasportano numerosi oggetti che sono spesso più pericolosi dell'acqua stessa. Le mangrovie hanno questo ruolo protettivo, per esempio (molte sono state tagliate per costruire complessi turistici e fattorie di acquacoltura, ndr). Nelle Hawai, dopo lo tsunami del 1960, le leggi sulle costruzioni sono state riviste. E numerosi hotel sulla riva del mare sono stati costruiti in modo che i primi due piani siano meno popolati possibile. Si può inoltre prevedere di costruire delle piattaforme sopraelevate nei villaggi costieri, dove la popolazione possa rifugiarsi in caso di allarme, ed è quello che ho raccomandato in Papua Nuova Guinea. Certamente, si tratta di investimenti, tanto più difficili da finanziare dato che si tratta di paesi poveri. Ma, ancora una volta, sarà prima di tutto l'addestramento della popolazione e dei funzionari che permetterà di progredire.

Esistono delle regioni dove non si instaura la cooperazione, come nei Caraibi, malgrado la presenza degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna...

È vero, anche se il problema dei Caraibi è molto differente. Laggiù esiste un rischio di tsunami di origine sismica, ma è superato da quello di tsunami di origine vulcanica, provocati dal cedimento di un fianco di un vulcano come la Solfatara nell'isola di Montserrat. La messa in funzione di un meccanismo di allarme efficace resta ancora difficile e costerebbe molto. Se oggi sopraggiungesse una catastrofe importante, come è già successo nel 1865 o nel 1918, numerose isole della regione, oggi molto più popolate, sarebbero devastate. Per esempio Porto Rico o le isole Vergini americane e britanniche. Non dimentichiamo che uno tsunami può rovesciare qualunque piroscafo; e ce ne sono tanti nella regione, pieni di turisti. Immaginate l'impatto che questo avrebbe ... Gli uomini hanno la memoria corta. Aspettano sempre delle catastrofi come quella di domenica per agire ...

(1) http://www.drgeorgepc.com

 

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