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Iraq 

La prova si forza sciita inflitta a Bush 
A Sadr City, la popolazione esprime la sua disperazione e reclama la sua parte di potere. 

Di Hélène DESPIC-POPOVIC

Libération, martedì 06 aprile 2004 

"Manderemo gli americani al cimitero perché disprezzano i nostri sentimenti e le nostre speranze." Mohamed Zurdjani, un operaio di Sadr City. 

Bagdad, inviata speciale, 

sei decine di giovani, la maggior parte in camicia nera, ma senza armi visibili, fermano le automobili. La perquisizione è scrupolosa. Le guardie notturne lasciano passare solamente delle rare persone, dei religiosi, dei militanti, abitanti del posto ed alcuni giornalisti. Accompagnati, certamente. Perché il viale che si apre davanti conduce verso la sede locale dell'Ufficio del secondo martire, il movimento del capo sciita radicale Moqtada al-Sadr che, con le sue milizie ed anche i suoi tribunali, regna da padrone a Sadr City, la periferia depressa di Bagdad una volta chiamata Saddam City. La via ha un'andatura da gimcana coi suoi ostacoli, mucchi di pietre, di immondizie o di lamiere storte. Porta ancora le stimmate dei combattimenti del giorno prima. Alcuni veicoli carbonizzati sono venuti ad aggiungersi alle barricate. In mezzo si trova la sede del movimento radicale, annidato in una piccola moschea. Nessun responsabile è sul posto, abbandonato a dei ragazzi, spesso degli adolescenti, se non addirittura dei bambini. I più anziani portano un kalashnikov. Seduto al sole, un giovane manipola una rutilante mitragliatrice russa. In questa fine di pomeriggio, i minibus scaricano sul posto decine di ragazzi, dall'aria seria e pervasa da una missione. "La mattinata è stata calma", conferma una delle giovani guardie. "Gli americani si accontentano di bloccare coi carri gli accessi verso il centro città. Non ci sono stati scontri. Stamattina, abbiamo accompagnato le spoglie di sei dei nostri martiri, come noi abitanti del quartiere. Saranno seppelliti a Najaf", la necropoli degli sciiti. Soldato dell'esercito del Mehdi, formato l'anno scorso dal movimento estremista, Mohamed Zurdjani, un operaio di 19 anni, non nasconde la sua gioia di avere alla fine combattuto gli americani. "Li manderemo al cimitero perché disprezzano i nostri sentimenti e le nostre speranze." Si dice pronto a gettarsi sotto i cingoli dei carri americani. "L'ho annunciato stamattina alla mia fidanzata ed i suoi occhi erano pieni di lacrime. Erano delle lacrime di gioia, perché morire da martire è un onore per i musulmani." 

Mentre i giovani militanti sembravano scaldarsi per una nuova ondata di combattimenti, e elicotteri Apache tiravano razzi contro i militanti in un altro quartiere sciita, a nord-ovest della capitale, Sadr City ha l'aria di essersi assopita. Molti garage e piccoli negozi sono chiusi. "Le persone hanno paura che gli americani ritornino, perché abbiamo avuto ieri circa 250 feriti e quasi 30 morti", spiega lo sceicco Rassoul al-Garaoui, l'iman della piccola moschea del Mehdi, al centro di questa periferia diseredata di 800 000 anime, contadini venuti dal Sud iracheno, sradicati dall'esodo rurale. E' su Imam educati come lui dal padre di Moqtada al-Sadr, l'ayatollah Mohamed Sadek al-Sadr, assassinato nel 1999 e per questo diventato il secondo martire, che di fonda il movimento radicale sciita. Secondo analisi poco verificabili, i suoi sostenitori potrebbero raccogliere circa il 30% dei voti di questa comunità maggioritaria nel paese. "Non siamo degli imbecilli, martella lo sceicco. Vogliamo che il nostro movimento ottenga il posto che gli è dovuto!". Ostile alla presenza americana in Iraq, il movimento si è tenuto lontano dal Consiglio di governo provvisorio messo in campo dall'autorità di tutela. "Il 90% degli iracheni comprende che gli americani brigano per restare in Iraq e mettere le mani sulle risorse del paese. Che cosa hanno fatto in un anno? Niente. Il 65% della popolazione è disoccupata. La religione non è rispettata. Siamo passati da un regime di repressione ad un regime di oppressione." Lo sceicco estrae un volantino ciclostilato che ha ricevuto in giornata dalla sede centrale del suo movimento. Legge: "Noi vogliamo" un processo per Saddam Hussein, la rimessa in libertà dei detenuti catturati dagli americani, la stigmatizzazione dei crimini commessi dalla coalizione, ed un governo eletto dagli iracheni senza influenze straniere. 

L'arrivo di un cugino porta dell'animazione nel salone di ricevimento dove la presenza della moglie dello sceicco, una perfetta francofona vestita di nero e dal viso completamente velato da una mussola dello stesso colore, dà un tono di austerità. Odeï, 27 anni, ha gli occhi rossi di stanchezza, ma non nascondere la sua gioia di essersi battuto. "Ho visto ieri gli americani tirare senza distinzione sugli assembramenti. I loro corazzati hanno schiacciato delle automobili civili. Non potevamo restare a braccia incrociate. Allora, con le granate e dei RPG, li abbiamo respinti." Afferma che quattro blindati sono stati messi fuori combattimento. "Non li si vede più. I soldati sono andati a liberarli." 

Foto. L'imam afferma che i soldati della coalizione hanno provocato la folla del manifestanti "tirando in aria". E colmo del sacrilegio, "hanno accerchiato la sede del movimento e tirato una granata sulla foto dell'ayatollah Al-Sadr, il padre di Moqtada". La periferia si è infiammata. Si definisce un membro dell'esercito del Mehdi, questa milizia il cui lato paramilitare è apparso alla luce del giorno sabato durante una manifestazione. "Sono nato nel 1968 ed il mio vicino nel 1956. Questo esercito non è un esercito di oppressione. Il suo lavoro è caritatevole, è quello che pulisce le strade, che regola la circolazione, va di pattuglia e respinge le bande di ladri."


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