DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Il Pakistan, l'errore di Bush

Terrorismo. Il sostegno americano ad uno Stato minato dal jihadismo è gravido di conseguenze.

Bernard-HENRI LÉVY

Libération QUOTIDIANO: giovedì 8 novembre 2007

Il mondo in generale, e gli Stati Uniti in particolare, stanno scoprendo quanto molti osservatori si spolmonano da anni a dire: se c'è oggi uno Stato canaglia fra gli Stati canaglia, se c'è uno Stato allo stesso tempo dispotico, terrorista, minato dall'islamismo radicale e segnato, inoltre, da una fragilità preoccupante, questo è il Pakistan. Le "zone tribali"? Questa zona famosa grigia, intermedia tra l'Afghanistan ed il Pakistan, dove il potere centrale rinuncia a fare valere la legge? No. Il Pakistan stesso. Questo Pakistan del quale gli Stati Uniti hanno fatto il perno della loro strategia nella regione e che è tuttavia, come tale, uno Stato allo stesso tempo terrorista e di un'instabilità letteralmente terrificante. Questo Pakistan ufficiale che conosco, da parte mia, da quasi quaranta anni, ovvero dalla guerra del Bangladesh, e del quale il mondo inizia ad accorgersi che settori interi dell'apparato dello Stato (una parte, in ogni caso, dei suoi servizi segreti, la terribile ISI) sono sotto l'influenza di elementi legati ad Al-Qaeda.

Fortezza. Il caso Hamid Gul, ex direttore dell'ISI, che è diventato, all'età della pensione, turiferario non dissimulato di Bin Laden. Il caso Mahmud Ahmad, uno dei suoi successori, che dirigeva l'agenzia l'11 settembre 2001, e che è fortemente sospettato di avere contribuito al finanziamento dell'attacco. Il caso di quella moschea che ho visitato alla fine del 2002 e che si chiama Binori Town: vera città nella città, nel cuore di Karachi, dava allora rifugio a combattenti binladenisti ed aveva appena visto Bin Laden stesso ricevervi cure mediche. Il caso, ancora, di Khaled Sheik Mohammed, numero 3 dell'organizzazione, vero progettista della strategia degli aerei suicidi, che non posso dimenticare che fu fermato, nel febbraio 2003, nel cuore di Rawalpindi, la città gemella di Islamabad e che è, normalmente, cuore e fortezza del potere. Il caso, infine, di Omar Sheik, l'uomo che rapì Daniel Pearl e che è contemporaneamente il "figlio preferito" di Bin Laden ed agente dell'ISI, e che si muove come un pesce nell'acqua nei circoli dirigenti, in particolare militari.

E ricordo soltanto perché non lo si dimentichi il caso di Abdul Qadeer Khan, l'Oppenheimer del Pakistan, l'inventore ed il detentore dei suoi segreti nucleari, che vendeva da anni impunemente il suo "know-how" alla Corea del Nord e all'Iran. Pearl morì forse per essersi interessato troppo da vicino al caso del "Dr. Khan". Tutti sanno che era, nello stesso momento in cui il Pakistan lo celebrava come uno dei padri della nazione, un militante del Lashkar i-Toiba, un gruppo terrorista appartenente al primo cerchio delle organizzazioni costitutive di Al-Qaeda. E nessuno dubita più sul fatto che, mentre gli americani fingevano di cercare a Bagdad delle armi di distruzione di massa che sapevano non avrebbero mai trovato, queste armi erano in Pakistan, in transito verso Teheran, Pyongyang e, forse, verso la parte dell'Afghanistan controllata dagli uomini di Osama.

Implosione. Durante una riunione con Condoleezza Rice a Parigi, questa si era mostrata loquace, sorridente, impegnata a non scansare nessuna delle precisazioni che gli chiedevamo e a mostrare il viso "aperto" del bushismo. Una sola volta ha mancato al suo impegno. Una volta, una sola, si è rifiutata di rispondere. Era alla fine dell'intervista. Uno dei suoi interlocutori aveva tentato di sondarla sullo strano legame con uno Stato che non la smetteva di dare segni della sua profonda corruzione. Non è possibile, gli avevamo chiesto, almeno vincolare l'aiuto che gli fornite a condizioni politiche semplici: darvi delle prove, ad esempio, della sua volontà di risanare la ISI? Offrire la garanzia che saranno rigorosamente sanzionati quei suoi scienziati che fanno "vacanze" in Iran o da Kim il-Jong? Accettare un sistema a "doppia serratura" che chiudesse il suo arsenale così da fare diga contro il rischio di vederlo cadere alle mani dei "matti di dio"? Il viso di Condy Rice si era contratto. Il suo sguardo si era indurito. Ed ella non trovò nulla, rigorosamente nulla, da dirci, chiedendoci di passare subito alla domanda seguente... Sarei curioso di sapere cosa ne dice oggi, sulla questione, il padrone della diplomazia americana. Vorrei sapere come l'amministrazione Bush vive l'odierna implosione di un sistema che ha la doppia particolarità di essere preda della cancrena del jihadismo, e di vedere questo jihadismo a fianco di un arsenale nucleare che è la sua prospettiva ed il suo orgoglio. Un giorno si dirà che fu il più incomprensibile degli errori della diplomazia americana contemporanea. Un giorno si osserverà che fu, quest'errore, forse ancora più grave del sostegno ai talebani ed ai fondamentalisti afgani all'inizio degli anni 80.

Grida e furore. Attualmente, c'è un altro Pakistan che è sempre possibile (ma per quanto tempo ancora?) aiutare ed incoraggiare: quello che non vuole né la dittatura militare né l'estasi millenarista predicata nelle madrasse di Karachi, doppia faccia della stessa medaglia, doppia faccia dello stesso Giano, al quale si contrappone, in mancanza di meglio, il viso di Benazir Bhutto, figlia di Zulfikar Ali Bhutto, impiccato dal regime militare poco prima della guerra del Bangladesh, cioè alla inizio di questa storia di grida, di furore e, dio non voglia, di apocalisse sospesa. È mezzanotte meno cinque, rispetto al secolo, a Karachi.


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