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Francia-Siria: la luna di miele è finita 

La risoluzione dell'ONU sostenuta da Parigi è percepita come una dichiarazione di guerra. 

Di Jean-Pierre PERRIN 

sabato 18 settembre 2004, Liberation - 06:00, 

In giugno 2000, Jaques Chirac è uno dei pochi capi di stato europeo ad andare a Damasco alle esequie di Hafez el-Assad. Avrebbe detto allora a suo figlio ed erede Bachar: "Ho teso una mano amichevole a vostro padre, la tendo a voi oggi." Già nel luglio 1998 la Francia aveva accolto in pompa magna il dittatore siriano. E, il 26 giugno 2001, il presidente francese riceveva a sua volta Bachar a Parigi. E' chiaro: la Siria è sempre stata coccolata da Parigi che ha ignorato largamente le accuse di terrorismo rivolte da Washington contro il regime baasista. Per queste ragioni, il regime siriano non si aspettava quella che è stata percepita come una dichiarazione di guerra: il fatto che la Francia si è unita agli Stati Uniti per promuovere, il 2 settembre, la risoluzione 1559 che esorta la Siria a rispettare la sovranità del Libano ed a non intromettersi nelle elezioni presidenziali libanesi. 

È stata la decisione di Damasco di fare emendare la Costituzione da parte del Parlamento libanese, per prolungare di tre anni il mandato del suo protetto, il presidente Emile Lahoud, che ha dato fuoco alle polveri e provocato la reazione di Parigi. La storia non finisce qui perché una risoluzione più costrittiva, attesa per il 3 ottobre, dovrebbe seguire al termine termine probatorio di un mese dato alla Siria ed al governo libanese per uniformarsi alle ingiunzioni dell'onu. Da subito il Parlamento libanese ha infranto il risoluzione Onu prolungando il mandato di Emile Lahoud. 

Schiaffo. A Damasco, l'iniziativa francese è stata percepita come "un lancio di Scud", come afferma un uomo di affari libanesi. Sembra anche che i suoi dirigenti, anche se avvertiti della preparazione di questa risoluzione, non abbiano immaginato che la Francia potesse arrivare fino in fondo. Da qui la domanda che ci si pone per Beirut e per Parigi: che cosa ha spinto brutalmente la diplomazia francese ad allearsi con gli Stati Uniti? Certo, anche se c'è stata luna di miele tra Parigi e Damasco dopo la presa del potere da parte di Bachar el-Assad, e per di più, coincidenza di puti di vista tra i due governi nel respingere l'invasione americana dell'Iraq, le relazioni non erano più al bello costante durante questi ultimi mesi. 

Come prova, lo schiaffo ricevuto da Total che, dopo avere sondato un importante giacimento di gas e ricevuto l'assicurazione da parte di Damasco che gli sarebbe stato concesso lo sfruttamento, ha visto in conclusione il contratto per un importo di 700 milioni di dollari cadere nella saccoccia della compagnia americana Occidental Petroleum. Lo stesso in Libano dove France Télécom ha perso il suo posto nel mercato del telefono cellulare, dato che la sua filiale libanese è stata vittima di conflitti di interesse tra il generale Lahoud ed il Primo ministro Rafic Hariri. La nuova campagna di aggiudicazione prometteva di essere favorevole ad Orange [Compagnia telefonica francese, NDT]. Ma il contratto è andato ai tedeschi ed ai kuwaitiani. È tuttavia Parigi che aveva organizzato, due anni fa, un eccezionale salvataggio finanziario del Libano, mobilitando su garanzia pubblica francese circa 500 milioni di dollari contro il parere di Bercy [Ministero delle finanze francese, NDT]. Tutto questo peraltro non spiega il brusco capovolgimento di Parigi. 

"I francesi hanno creduto che le cose sarebbero cambiate in Siria con Bachar. Oggi pensano di avergli dato sufficiente tempo. Hanno visto anche che gli americani cominciavano a precederli nel Libano", stima Simon Abiramia, uno dell'entourage del generale Michel Aoun, in esilio a Parigi. Un uomo di affari libanesi aggiunge: "I francesi hanno finito per scoprire che non si possono avere relazioni anche solo equilibrate con la Siria. Non c'è più che ultimo quadrato di irriducibili che credono di potere negoziare coi siriani." Ma c'è anche un'altra ragione, meno confessabile: il ruolo del Primo ministro, Rafic Hariri. Questo grande amico di Chirac è un avversario determinato di Lahoud, con il quale ha relazioni pessime. "Non cercate altrove: è lui che ha spinto Chirac ad impegnarsi contro i siriani", sottolinea un ex ministro francese degli Affari esteri. Un diplomatico francese, fine conoscitore della regione, rincara: "Prima, tutto ciò che si faceva per la Siria, era per Hariri. Adesso, tutto ciò che si fa contro la Siria, è ancora per Hariri"

"Tagliarsi una mano". La questione scottante è che Harari aveva promesso ai francesi di fare di tutto per contrastare l'emendamento costituzionale voluto da Damasco, cosa che legittimava la posizione franco-americana. Secondo fonti diplomatiche, aveva promesso anche di "tagliarsi una mano" piuttosto che arretrare. Ora una convocazione a Damasco da parte del presidente siriano, seguita un secondo dopo da quella di Rostom Ghazalé, il capo dei servizi di informazioni siriani in Libano, l'hanno riportato alla ragione. Secondo una fonte vicina al Primo ministro, questi "ha subito una pressione inimmaginabile da parte dei siriani, che gli hanno messo una pistola alla tempia". I deputati del suo Blocco hanno dunque votato l'emendamento e nessuno dei suoi ministri si è dimesso, contrariamente a quelli del leader druso Walid Jumblatt. 

Da allora, Parigi è furiosa. Per sovrappiù, la disaffezione franco-siriana cade nel momento peggiore: il rapimento dei due giornalisti francesi. Ora Damasco, fine conoscitore delle reti al Vicino-Oriente, è probabilmente la capitale meglio informata sull'Iraq. Ed il ministro degli Affari esteri Michel Barnier non c'è andato.

 

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