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Iraq - Un milione di dossier presso gli epuratori 

Una commissione speciale deve "debaasificare" il paese, rischiando di fargli mancare una classe dirigente. 

Di Hélène DESPIC-POPOVIC 

Libération, sabato 10 aprile 2004, 06:00, 

Bagdad, inviata speciale 

Dei promotori, degli ex oppositori esiliati in Germania o in Gran Bretagna, hanno scelto il termine a causa della sua carica emotiva. Dicono "debaasificare" come si diceva "denazificare", l'essenziale è tracciare un segno di uguaglianza sia tra le ideologie sia tra i crimini di questi due regimi. 

Installato al sesto piano del palazzo del governo iracheno, un edificio rinnovato, graziosamente ammobiliato, climatizzato e non-fumatori, agli antipodi della realtà polverosa e sfasciata di Bagdad, Mithal al-Alusi è il grande officiante di questo nuovo rito che, nel nome di una giustizia e di un diritto alla memoria, ha così soppresso l'insieme delle strutture che tenevano l'Iraq da vent' anni. Con il rischio di creare un pericoloso vuoto. 

"Apparenze naziste". Alla testa della Commissione nazionale suprema di debaasificazione, creata due mesi fa, Mithal al-Alusi regna su un milione di dossier, tenendo tra le sue mani il destino professionale e talvolta giudiziario di migliaia di uomini e di donne che furono vicini al regime decaduto. "Il partito Baas non era un partito ordinario. Era un'organizzazione segreta come il partito nazista", martella il responsabile della commissione che aggiunge che lo scopo del suo lavoro è di comprendere "come funzionava questo regime di carnefici". "Molti dei suoi membri facevano la spia. Le loro denunce hanno condotto tanti innocenti alla morte", spiega. Per appoggiare il suo dire, Mithal al-Alusi, il braccio destro di Ahmed Chalabi, uno dei più fedeli alleati di Washington, apre sul suo tavolo un enorme dossier riempito di fogli ingialliti. "Là si trova il verbale di una pattuglia del partito Baas che ha appena fermato una persona che partecipava ad un pellegrinaggio religioso. È il suo solo crimine. Sono i soli testimoni davanti ad una corte speciale." Continua a sfogliare le pagine del faldone ed estrae diversi ordini emanati dai capi dei tribunali speciali, membri del partito Baas. Apre poi un libro verde che costituisce la schedatura sistematica di tutti gli abitanti di un quartiere di Bagdad, con menzione della loro appartenenza sindacale o politica. "Più si viaggia dentro il sistema Baas, più si vedono le sue somiglianze col sistema nazista", dice. 

"Umiliazione". Trentamila iracheni sono già stati destituiti dal loro impiego per appartenenza al partito Baas. Da allora, alcune centinaia, il cui nome è stato pubblicato nei giornali, sono stati reintegrati al termine di una procedura di appello. Il "nostro scopo non è perseguire i militanti di base ma scoprire gli assassini. Sappiamo bene che la maggioranza dei membri del partito si era iscritta solamente perché erano obbligati a farlo. E la liberazione dell'Iraq è anche la loro liberazione", spiega il responsabile della commissione. Il lavoro della commissione in seno alla quale siede un procuratore sarà di un'ampiezza mai vista. "Si giudicano pure, ancora oggi, degli ex collaboratori nazisti", ama ripetere Mithal al-Alusi. Lui sarà discreto. "Non vogliamo vedere tutti questi dati per le strade perché il nostro scopo non è la vendetta. Perciò, i nostri computer ed i nostri documenti sono fuori della portata del pubblico", precisa. 

L'annuncio di prime reintegrazioni di ex baasisti nel settore pubblico ha suscitato delle speranze nel corpo professorale che era stato il primo ad essere epurato. Ma le procedure d'appello scoraggiano più di uno. "E' molto umiliante", spiega l'ex capo del dipartimento di architettura dell'università di Bagdad, Husam al-Rawi, laureato in un'università inglese. "Dovete rinnegare la vostra vecchia affiliazione e dovete provare che avete aiutato almeno una persona a sfuggire ad una condanna, addirittura alla morte." 

"Paura". Destituito nello scorso maggio, in seguito ad un decreto firmato dall'amministratore provvisorio, Paul Bremer, che bandiva da ogni impiego pubblico gli alti membri del partito Baas, il rinomato architetto contesta questo approccio. "Non si può dire che il regime di Saddam era la dittatura di un solo uomo nella quale anche i membri del partito non avevano diritto di parola, e punire poi collettivamente i suoi militanti", spiega. L'uomo non rinnega il suo passato. "Come me, tutta una generazione ha aderito alle idee di unità araba e di socialismo arabo veicolate all'inizio degli anni 60 dal partito Baas. L'andata al potere del Baas nel 1968 ha coinciso con un grande boom economico. Quando Saddam Hussein si è imposto nel 1979 eliminando i suoi compagni, ogni possibilità di critica nel partito è morta. Tutti hanno avuto paura di parlare. A meno di non lasciare il paese, non potevate più lasciare il partito, non senza dare spiegazioni esponendovi così ad un avvenire incerto", dice. Un atteggiamento poco coraggioso? "Forse", dice l'uomo che confessa di provare "vergogna" davanti all'ampiezza dei crimini.


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