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Libération -  Economia

Lunedì 29 gennaio 2012, ultima alle 0h00

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Cohn-Bendit:  "L'Europa discute un trattato di cui non ha bisogno"

Intervista ¤ Co-presidente del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, Daniel Cohn-Bendit sostiene  una strategia di rilancio accanto ad un nuovo patto di bilancio.

Dal nostro corrispondente da Bruxelles (UE) Jeans QUATREMER.

Per Daniel Cohn-Bendit, co-presidente del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, il futuro trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell'Unione Europea, in discussione domani tra i Ministri delle Finanze dei ventisette, "non serve a niente" e dimentica il rilancio economico.

Questo trattato che crea una "unione di bilancio" tra gli Stati della zona euro è necessario?

Per il Parlamento, assolutamente no. Esiste già tutto nei testi che abbiamo adottato l'anno scorso, in particolare nella riforma del Patto di stabilità ed il rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche e di bilancio. Per il surplus, basterebbe modificare la legislazione esistente. La sola cosa che necessiterebbe di un nuovo trattato, è l'introduzione a livello costituzionale, nelle legislazioni nazionali, del "freno all'indebitamento" ovvero della "regola di oro" [che impone un ritorno all'equilibrio di bilancio, ndr]. Ma questo trattato non risolverà la questione, perché ci sono da una parte Stati che non lo ratificheranno e, dall'altra, Stati che non potranno trascrivere questa regola d'oro nel loro diritto interno. Per esempio, in Finlandia occorre una maggioranza di quattro quinti per modificare la Costituzione ... idem per i Paesi Bassi o la Grecia. In Francia, semplicemente non c'è una maggioranza politica per una tale regola. Siamo alla pura gesticolazione politica:  è un trattato di cui non si ha bisogno.

Perché gli Stati credono di averne bisogno?

Tutti si sono sottomessi all'ideologia imposta dal governo tedesco, sostenuto dai suoi omologhi finlandesi ed olandesi:  secondo lui, la stabilizzazione dei mercati passa per la prosecuzione in eterno del rigore di bilancio, senza volere guardare più lontano. La maggioranza del Parlamento europeo non è su questa linea. Non siamo certo contro una buona gestione del bilancio:  quando la Francia deve rimborsare, nel 2012, 49 miliardi di euro per i soli interessi del suo debito, ci si rende conto che questo non può andare avanti a lungo. Ma bisogna guardare oltre. Vogliamo un percorso che conduca alla creazione di un fondo di "riscatto" che permetterebbe di mettere in comune quella parte dei debiti pubblici che supera il 60% del PIL. Questa parte sarebbe finanziata da obbligazioni europee emesse da un Tesoro europeo e dovrebbe essere rimborsata in venti anni. Si tratta di una proposta dei cinque istituti economici tedeschi che consigliano la cancelliera, ma che questa ha messo da parte. Vogliamo anche una strategia di investimenti che passerà dall'emissione di obbligazioni europee per rilanciare l'economia europea attorno a progetti comuni. Così, accanto ad un patto di rigore, si avrebbe un patto di rilancio e di messa in comune dei debiti europei. Così com'è, questo trattato è insufficiente, se non addirittura pericoloso.

Perché?

Basta guardare i tassi di interesse a dieci anni nei diversi paesi:  sia gli americani, sia gli inglesi, ottengono prestiti attorno al 2%, mentre i loro deficit ed i loro debiti sono superiori a quelli della zona euro. Il Giappone prende in prestito a meno dell 1% con un debito del 200%. La Francia deve versare degli interessi di circa il 3%, l'Italia del 6%, la Spagna del 5,4%. Non sono le logiche di bilancio dunque, ma logiche politiche quelle che spiegano questi tassi. Quando Obama dice che investirà per rilanciare la sua economia, ottiene la fiducia dei mercati. Noi, sul rilancio, non abbiamo niente da dire. Bisogna mostrare dunque che la zona euro si pensa come un tutto e non trascura la sua crescita. È ciò che del resto dicono le agenzie di valutazione:  il rigore non basterà a mettere fine alla crisi. Bisogna uscire della pedagogia fosca di Angela Merkel, quella della punizione.

Il trattato non è forse un passaggio obbligato per la cancelliera tedesca nei confronti la sua opinione pubblica?

Non è sbagliato. Quando sarà firmato, potrà dire alla sua opinione pubblica che la sua cultura di stabilità si è imposta, cosa che potrebbe permettergli di mostrarsi più elastica sulla solidarietà. Per esempio, smettendo di opporsi ad un intervento senza limiti della Banca centrale europea sul mercato secondario del debito sovrano o permettendo ai Fondi europei di stabilità ed alla Banca europea di investimento di rifornirsi dalla BCE. Ma, anche in questo caso, si rimane in logiche di salvataggio. Non si prepara l'avvenire, non si risponde alle sfide del rilancio globale.

C'è dunque un problema tedesco?

La realtà è più complessa:  nessuno osa porre la questione del rilancio. Se la Francia, l'Italia, la Spagna o il Belgio dichiarassero che sono consapevoli della necessità di risanare le finanze pubbliche, ma che questo rischia di strangolare l'economia se lo si fa troppo rapidamente, e che bisogna organizzare una strategia di rilancio, si potrebbe avere una discussione politica con la Germania. Ora questo dibattito non c'è. La Germania è tuttavia ben lontana dall'essere monolitica: delle personalità come gli ex cancellieri Helmut Schmidt e Helmut Kohl criticano la Merkel. Non si può obbligare un Stato ad agire, ma lo si può sfidare. Si cede troppo facilmente alla Merkel. Non abbiamo l'intenzione di lasciar fare. I verdi ed i liberali tenteranno di convincere il Parlamento a chiedere alla Commissione di proporre la creazione di obbligazioni europee e di un fondo di riscatto per lanciare questo dibattito.

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