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Iraq

Blair-Bush, una coalizione e degli attriti 

Il Primo ministro britannico è oggi alla Casa Bianca. 

Di Christophe BOLTANSKI 

venerdì 16 aprile 2004, Libération - 06:00,

Londra, dal nostro corrispondente 

Quelli che speravano di vedere il capo del governo britannico prendere le distanze dall'amministrazione Bush resteranno con un palmo di naso. Al termine dei loro incontri oggi a Washington, Tony Blair e George W. Bush ancora una volta di più sparleranno con una sola voce sull'Iraq e sul Medio Oriente. In pubblico, per lo meno. Perché, dietro le quinte, cominciano ad apparire delle frizioni tra i due alleati. 

Il Primo ministro laburista sembra avere desiderato che la sua visita a Washington fosse la più discreta possibile. Non incontrerà Bush a Camp David né nel suo ranch texano, ma nella cornice più formale della Casa Bianca. I suoi servizi non hanno giudicato di voler provvedere un aereo per i giornalisti. Altro segno rivelatore: ha voluto incontrarsi prima con Kofi Annan, il segretario generale delle Nazioni unite, durante una cena ieri sera a New York. 

Una scelta che, si spiega a Londra, tradisce un ordine di priorità. Tony Blair reclama un più grande ruolo per l'ONU, una volta che il potere venga trasmesso ad un'amministrazione irachena interinale, il 30 giugno. Doveva presentare al segretario generale Kofi Annan un testo di risoluzione in questo senso suscettibile, secondo lui, di ottenere il sostegno dei francesi, dei tedeschi e dei russi, ieri sera. Ora, anche se Bush si è detto aperto ad una nuova risoluzione sull'Iraq, una parte del suo entourage resta ostile ad un tale progetto. 

"Fino alla fine". Downing Street nega l'esistenza di un qualsiasi "disaccordo" tra una parte e l'altra dell'atlantico. In un'intervista pubblicata domenica nell'Observer, Blair si è dichiarato pienamente solidale col suo amico americano e ha fatto appello a condurre "fino alla fine" una "lotta storica" i cui esiti superano "la sorte del solo popolo iracheno". Discorso di fermezza ripreso quasi negli stessi termini da Bush due giorni dopo nel corso della sua conferenza stampa teletrasmessa. 

Ma, sotto anonimato, i dirigenti britannici pronunciano oramai delle critiche severe sul modo degli americani di condurre la guerra. Un alto responsabile militare ha confidato al Sunday Telegraph l'esistenza di "frizioni in seno al comando alleato" e ha denunciato i "metodi aggressivi" dei GI verso i civili. Alcuni responsabile politici sottolineano la necessità di trovare delle soluzioni diverse da quelle puramente militari alla crisi. 

Tradimento. Su richiesta di Londra, una delegazione iraniana è stata invitata a recarsi a Najaf per trattare un compromesso con Moqtada al-Sadr. Iniziativa vista molto di cattivo occhio dai "falchi" del Pentagono. Un vecchio collaboratore di Paul Bremer, Michael Rubin, ha accusato anche i britannici, nelle colonne del Daily Telegraph, martedì, di tradire gli obiettivi americani di "democrazia in Iraq" patteggiando con l'ex baasista o con elementi iraniani nella zona che controllano intorno a Bassora. 

L'appoggio accordato mercoledì da Bush ad Ariel Sharon costituisce un altro pomo della discordia tra Londra e Washington. In cambio della sua partecipazione alla guerra in Iraq, Blair aveva preteso da Bush la pubblicazione della "route map" destinata a rilanciare il processo di pace israelo-palestinese. Era la sola vittoria di cui poteva avvalersi con gli scettici del suo partito. Ma gli Stati Uniti puntano d'ora in poi sul piano di ritiro unilaterale del capo del Likoud. Questo voltafaccia marca un serio rovescio per il Primo ministro britannico, perché mostra una volta di più i limiti della sua influenza presso l'amministrazione americana. In un comunicato molto imbarazzato, Blair ha salutato la decisione di Sharon di ritirarsi della striscia di Gaza, ma ha ricordato il suo attaccamento ad una "route map" oggi defunta.

 

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