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Dibattito del dopo-guerra (1) 

Confronto Michnik/Cohn-Bendit 

LE MONDE | 28.04.03 | 13h38 

Alleati per anni nella lotta contro il totalitarismo, Adam Michnik, direttore del quotidiano polacco "Gazeta Wyborcza", e Daniel Cohn-Bendit, deputato Verde al Parlamento europeo, sono in disaccordo sulla guerra americana in Iraq e sulle sue conseguenze. Si spiegano per "Le Monde."

Monde: Sull'Iraq, avete preso delle posizioni contrarie, lei - Adam Michnik -, sostenendo la politica americana e l'intervento militare, lei - Daniel Cohn-Bendit - a nome degli stessi principi, rifiutando questa guerra e condannando la politica americana. Perché queste divergenze?

Daniel Cohn-Bendit: Bisogna essere molto chiari.

La giustificazione dell'intervento militare in Iraq contro la dittatura di Saddam Hussein, per gli alleati della coalizione, è stata una menzogna continua. Si è portato come giustificazione il disarmo dell'Iraq. Ma non era questo il problema. Non nego l'esistenza della dittatura irachena, ma il fatto di lasciare ad una grande potenza il diritto di fare il bello e il brutto tempo costituisce un pericolo nel mondo globalizzato.

Ci sono due questioni. È vero che per il Kosovo l'intervento ha avuto luogo senza accordo formale dell'ONU, poiché c'era il rischio di un veto cinese o russo, ma esisteva una maggioranza morale al Consiglio di sicurezza in favore dell'intervento. Nel caso dell'Iraq, invece, la coalizione per la guerra non aveva la maggioranza al Consiglio di sicurezza, indipendentemente dalla minaccia di veto francese. Ciò detto, il "partito della pace" - non mi piace l'espressione, chiamiamolo "il partito della non-guerra", perché dire che i francesi, i tedeschi, sono il partito della pace, è un po' una leggerezza - il "partito della non-guerra", dunque, ha due debolezze fondamentali: prima di tutto, non ha proposto un'altra via per un cambiamento di regime in Iraq. Quale è la strategia per cambiare un regime, se non si vuole la guerra? In secondo luogo, ci si è mostrati ostentatatamente a fianco di Vladimir Putin e, in minore misura, dei cinesi, dimenticando Cecenia e Tibet.

Adam Michnik: Per te, il problema numero uno è il dominio imperiale degli Stati Uniti. Per me, la definizione dell'intervento in Iraq è la seguente: un cattivo governo, con cattivi argomenti, ha preparato un intervento molto buono.

Daniel Cohn-Bendit: Il cattivo governo americano?

Adam Michnik: Sì, certamente. Non sono l'avvocato di Donald Rumsfeld, il ministro americano della difesa. Analizzo la situazione in primo luogo dal punto di vista dei prigionieri politici in Iraq, degli uomini che sono stati vittime del regime totalitario di Saddam Hussein. Per queste migliaia di prigionieri, l'intervento militare americano è stato un momento di liberazione. Per me, questo è più importante di tutti gli altri argomenti. D'altra parte, tu pensi - l'hai detto in un'intervista con la Gazeta-Wyborcza (il quotidiano diretto da Adam Michnik) - che sarebbero stati possibili metodi differenti. Se hai ragione, spero tu abbia delle idee da proporre a Jaques Chirac ed a Gerhard Schröder a proposito della Corea del Nord.

Daniel Cohn-Bendit: E dell'Arabia Saudita, di Cuba...

Adam Michnik: Come ti auguri, senza gli americani...

Daniel Cohn-Bendit: Non senza, con...

Adam Michnik: Come? Assolutamente no. Senza gli americani...

Daniel Cohn-Bendit:... ma coi polacchi!

Adam Michnik: Certamente, non sono molto contento dei metodi di George W. Bush e della sua amministrazione. Sono arroganti, dominatori...

Daniel Cohn-Bendit: Dei bolscevichi democratici.

Adam Michnik: Come la Francia nell'unione europea, è la stessa cosa!

Daniel Cohn-Bendit: Ho detto infatti alla Gazeta che c'è un'arroganza franco-tedesca in Europa. Ho detto che i dirigenti francesi e tedeschi si sono comportati in Europa come gli americani nel mondo.

Adam Michnik: Voglio aggiungere un argomento molto importante ai miei occhi. Non mi sarebbe piaciuta una situazione nella quale il regime di Saddam Hussein fosse stato tanto forte quanto quello di Kim Jong II in Corea del Nord, e l'intervento militare praticamente impossibile. È probabilmente un'ossessione polacca che abbiamo nel nostro subconscio. Rileggiamo la storia di Hitler. Nel 1936, l'intervento in Germania era possibile. Ma la logica della classe dirigente europea, di Daladier, Chamberlain, ecc., era quella dell'appeasement.

Daniel Cohn-Bendit: Citi Daladier, Chamberlain, ma, nel 1991, papà Bush poteva liberarci di Saddam Hussein.

Adam Michnik: Allora perché critichi Bush figlio quando non vuole ripetere gli errori di suo padre?

Daniel Cohn-Bendit: Voglio che Donald Rumsfeld spieghi al popolo americano cosa volesse dire la sua stretta di mano con Saddam Hussein prima del guerra Iraq-Iran; voglio che spieghi agli americani cosa volesse dire la consegna di armi di distruzione di massa chimiche agli iracheni per colpire gli iraniani, come la Francia, che ha consegnato una centrale atomica all'Iraq. Ne ho abbastanza che ci si rompa la testa, tu da un lato, io dell'altro, pensando alla storia, alle nostre responsabilità. Ed i grandi della politica, siano Chirac, Bush o Rumsfeld, non devono mai giustificarsi riguardo alla loro storia. Non parlo della storia in generale, ma di ciò che hanno fatto. Avrei compreso forse meglio ciò che era cambiato nella testa di Rumsfeld o di George W. Bush se mi avessero spiegato perché i legami dell'amministrazione con l'economia petrolifera non hanno niente da vedere con l'intervento in Iraq. Ed è forse vero! Ma perché non ce lo spiegano?

Adam Michnik: Adesso abbiamo le prove che Saddam Hussein ha utilizzato la tortura.

Daniel Cohn-Bendit: Sono d'accordo, ci sono state delle prove. Ma con la strategia degli ispettori, che cosa si stava facendo? Si rosicchiava la sovranità di Saddam Hussein.

Adam Michnik: Su dei dettagli.

Daniel Cohn-Bendit: Non su dei dettagli. La nostra preoccupazione comune, è quella di aiutare i popoli a liberarsi delle dittature, dittature religiose, integraliste, clanico-religiose come in Arabia Saudita, delle dittature militari dei nostri migliori alleati come l'Egitto, della dittatura di Castro a Cuba, nella Corea del Nord o delle minidittature in Africa. Al di là dell'Iraq, bisogna sviluppare una strategia di intervento che non si riduca all'azione militare. Non bisogna escludere mai l'intervento militare, perché non sappiamo ciò che può succedere, ma questo deve essere l'eccezione. Era giustificato intervenire nel 1991, sarebbe stato necessario andare allora fino a Bagdad, è stato utile creare una "no fly zone" - zona di esclusione aerea - al nord per proteggere i curdi. Nel 2002-2003, il pericolo rappresentato da Saddam Hussein non era più lo stesso per la regione che nel 1991.

È vero che l'embargo imposto dall'ONU non era neanche una soluzione, perché era un massacro del popolo iracheno. Eravamo in un vicolo cieco. Ma la decisione americana presa dopo l'11 settembre 2001 non ha niente da vedere con le tue idee sulla liberazione dei popoli. Questa decisione è pericolosa per l'equilibrio futuro del pianeta. Ed è per questa ragione che mi oppongo.

Adam Michnik: Sono d'accordo con la tua analisi sulla guerra del Golfo. Tuttavia la mia conclusione è differente. L'intervento militare ha messo fine ad un governo totalitario.

Daniel Cohn-Bendit: E si prosegue in Siria?

Adam Michnik: No, non ancora.

Daniel Cohn-Bendit: Ma come! La Siria ha delle armi di distruzione di massa; nasconde i terroristi...

Adam Michnik: Dalla mia recente visita a Washington, sono sicuro che il bombardamento di Damasco non è all'ordine del giorno. Ma il bombardamento di Parigi, questo sì! Dove si trovano le maggiori differenze tra di noi? L'11 settembre 2001 è stato il segnale di una nuova epoca. È come la Notte dei Cristalli in Germania, il 9 novembre 1938, inizio dei pogrom antisemiti nel III Reich.

Monde: L'inizio della quarta guerra mondiale, la terza essendo la guerra fredda, dicono i neoconservatori americani.

Adam Michnik: Dal mio punto di vista, il pericolo numero uno, per il mondo contemporaneo, non è il dominio americano. È il fondamentalismo terroristico. In questo contesto, l'amministrazione di George W. Bush che non mi manda certo a nozze. Non ho nessuna simpatia per questa retorica conservatrice, demagogica, arrogante, populista. Ma sta dalla parte giusta, in questa guerra contro il fondamentalismo terroristico. D'altra parte, nessun potere, in America, in Russia, in Polonia, in Francia, in Germania, è il custode dei valori. Noi, i contestatari, i critici, i commentatori, abbiamo dei criteri di analisi e di giudizio diversi dai governi. Evidentemente, vorrei che l'amministrazione americana si concentrasse nel mondo intero sulla distruzione delle dittature, in Arabia Saudita, a Cuba, in Egitto, dovunque. Ma so perfettamente quanto la decisione di intervenire in Bosnia o in Kosovo sia stata difficile. Quanto era difficile convincere l'opinione americana. L'uomo della strada non vuole la guerra. L'opinione pubblica polacca era contro la partecipazione all'intervento in Iraq; la maggioranza della classe politica era favorevole. Sono solidale con l'opinione pubblica. Comprendo perfettamente l'uomo della strada che non vuole vedere dei soldati polacchi morire in un paese esotico per una causa che non comprende affatto. Perché ho allora sostenuto questa guerra - non questa guerra, questo intervento? Perché pensavo che non c'erano altri mezzi per combattere Saddam Hussein. Per dodici anni si è burlato dell'opinione pubblica mondiale. Il fatto che ciò sia stato tollerato dall'amministrazione americana non vuole dire che sia stato sbagliato mettere fine a questa tolleranza.

Ultima nota: evidentemente, la guerra in Cecenia e la repressione in Tibet sono altrettanto scandalose. Ma niente lascia supporre che Putin o la Cina vogliano attaccare altri Stati. Se so che un bandito abita nella mia città, questo mi preoccupa. Se abita nella mia via e se, domani, può uccidermi, non sono solamente preoccupato, cerco di ucciderlo io stesso, perché è un pericolo immediato per me. In questo senso, Saddam Hussein era come il mio vicino che poteva uccidermi domani. Non posso accettare il tentativo di ridimensionare la minaccia rappresentata da questo bandito.

Daniel Cohn-Bendit: Hai ragione sul lato sanguinario e terribile di Saddam Hussein, ma non ci sono prove riguardo le armi di distruzione di massa. Sei come un procuratore che dicesse: "Ascoltate, abbiamo un criminale ma non riusciamo a provare esattamente come ha commesso il suo crimine, allora torturiamolo. Siccome è un grande criminale, abbiamo il diritto di ricorrere alla tortura." Ebbene, tu ed io diciamo che è un progresso della civiltà battersi contro la tortura, anche quando si tratti di Hitler. Bisogna ricordarlo nel tafferuglio sul diritto internazionale di fronte alla concezione della lotta contro il terrorismo difesa da Donald Rumsfeld o Richard Perle, consigliere ufficioso del presidente americano e del ministro della difesa. La lotta contro l'integralismo terroristico è necessaria - hai ragione, il grande pericolo è l'integralismo terroristico - ma questa lotta deve essere condotta dalla comunità internazionale che deve potersi esprimere sui metodi. È per questa ragione che mi batto per la Corte penale internazionale, competente per i crimini di guerra, non ratificata dagli Stati Uniti. Sono perché i prigionieri di Al-Qaïda, detenuti nella base americana di Guantanamo siano deferiti davanti a lei e non davanti ad un tribunale americano.

Adam Michnik: Sei d'accordo col governo polacco. È anche lui per la Corte penale internazionale.

Daniel Cohn-Bendit: Sono d'accordo con Tony Blair. Esistono delle visioni e degli interessi comuni dell'Europa che non sono identici a quelli degli Stati Uniti. Il mio nemico principale non è l'America. Non piango sull'America. Ciò che voglio, è più Europa. Non sono io a decidere se deve esserci più o meno America, sono gli americani. Scelgono un governo, questa amministrazione o un'altra. Non posso farci niente. In compenso, posso agire affinché ci sia una Europa autonoma che integra ciò che hai detto, ovvero la lotta contro il terrorismo e le dittature.

Monde: Potreste tornare sulla situazione particolare dagli europei dell'est. L'argomentazione di Adam Michnik riflette una specificità dei vecchi dissidenti che applicano all'Iraq la situazione che è stata la loro. Siete stati abbandonati per decenni e per una volta che delle persone che vivono in un regime totalitario non sono state abbandonate, trovate normale sostenere questa azione.

Adam Michnik: Non è vero che l'occupazione americana in Iraq sarà una catastrofe. Penso che le occupazioni americane nei paesi totalitari si concludono bene. Le occupazioni americane nei paesi non totalitari si concludono male. È il caso dell'America latina. Gli americani sono intervenuti quasi sempre là dove non si lo voleva, quasi mai là dove si voleva che intervenissero. Sono intervenuti in Guatemala e non a Budapest, nel 1956, dove li si aspettava. Intervenivano in Cile dove non lo si voleva, ma non a Praga, nel 1968, dove si aspettava un intervento, ecc. L'essenziale è questo: oggi, gli americani non portano con sé la dittatura. L'intervento in Iraq ha provocato la caduta della dittatura.

Siamo di accordo, si può vincere la guerra e si può perdere la pace. In Polonia, si racconta un aneddoto su di un generale di prima della seconda guerra mondiale che, alle 5 della mattina, usciva dal ristorante dopo lunghe libagioni e diceva ai suoi amici: "Ah ecco, gli scherzi sono finiti, adesso la strada davanti a noi è in salita." La strada di fronte a noi è in salita. Bisogna che l'Europa abbia una strategia intelligente di cooperazione con gli Stati Uniti per assicurare in Iraq la pace, la stabilità e l'ordine democratico. È vero che con questa amministrazione americana questo non sarà facile.

Daniel Cohn-Bendit: Se c'è un esempio dove da più di un anno la strada è in salita, questo è l'Afghanistan. Chi sta veramente facendo "nation building", la ricostruzione di un Stato democratico, in Afghanistan? L'Europa. Dove sono gli americani? Fanno delle piccole azioni militari qua e là, ma si è lasciata la maggior parte dell'Afghanistan in mano ai signori della guerra. E qui c'è una responsabilità degli Stati Uniti e dell'Europa. Non si è andati fino in fondo con la logica dell'intervento militare. È questa la mia paura.

Ma smettiamo di parlare del passato. Tu hai vinto, e io ho perso. L'intervento militare non è stato il dramma che diceva qualcuno; ma non è stato neanche quella bella cosa che dicono altri.

Per me, il paese della regione che è la vera tessera del domino, è l'Iran. C'è un popolo che somiglia al popolo polacco, un popolo chi si batte, degli scrittori e degli studenti in prigione, delle manifestazioni.... E che fa si per aiutare gli iraniani a liberarsi della dittatura totalitaria e terroristica? Niente.

Adam Michnik: Bisogna preparare ora le strutture che permettano di sostenere le tendenze democratiche e liberali in Iran. D'accordo. La nostra divergenza riguarda la valutazione dell'intervento militare.

Monde: Si può portare la civiltà sulla punta delle baionette?

Adam Michnik: Prima di tutto bisogna predisporre una strategia europea. Perché? Le dittature, in Iran, in Libia, a Cuba lavorano contro i nostri interessi. Non bisogna definire solamente i valori, ma anche gli interessi europei. Quando ero in prigione, ho scritto migliaia di pagine per dire che gli europei dovevano sostenere l'opposizione democratica in Polonia perché questo era meno costoso che fare una guerra. Ma la situazione in Iraq era differente. In Iran, puoi pensare ad una strategia per sostenere le forze democratiche. Un grande errore degli americani, e nostro, è anche quello di non avere una strategia. Ma, in Iraq, il regime era talmente totalitario e terroristico che non c'era posto per un'opposizione democratica.

Daniel Cohn-Bendit: È verissimo. Non si sarà d'accordo sull'intervento nel 2003, ma si sarà d'accordo sul fatto che bisognava finire il lavoro nel 1991. Vorrei ritornare sull'Europa perché abbiamo un po' la bocca troppo piena, adesso, del ritornello che vuole che l'Europa abbia dimostrato il suo fallimento per la sua frattura sulla crisi irachena. È una visione semplicistica. L'Europa ha sempre progredito attraverso le crisi. La domanda è: quale mondo vogliamo per domani? Questa necessità di battersi per la democrazia, per la ragione ecologica, per un mondo più giusto...

Adam Michnik: ... contro la corruzione...

Daniel Cohn-Bendit: È difatti, molto importante. Tu, coi tuoi amici americani, non hai certo finito di tribolare. L'Europa deve cominciare a pensarsi come un soggetto politico, come corresponsabile di ciò che accade nel mondo.

Adam Michnik: Questo è un tipico discorso franco-tedesco. Perché, con la Russia, la Cina, un mondo dominato dall'America è impossibile.

Daniel Cohn-Bendit: Non ho parlato di un mondo dominato dall'America. Gli americani, è ciò che fa la loro forza, pensano ai loro interessi. Se il mondo somigliasse all'America, sarebbe formidabile. Così credono loro.

Adam Michnik: Ma questo non ha conseguenze.

Daniel Cohn-Bendit: Ma sì. Prendo un esempio. La difesa del pluralismo culturale, non è difendere il cinema polacco o francese, che può essere migliore o peggiore del cinema americano, ma è difendere l'idea di un mondo multiculturale, dove non si sogna tutti nello stesso modo. L'America è pluriculturale e allo stesso tempo unidimensionale. Quello che mi interessa, è questo: qual è la nostra concezione, polacca, francese, tedesca, del mondo? La mia idea è che la Germania, da sola, di fronte alla mondializzazione ha tanta importanza quanto il Lichtenstein...

Adam Michnik: Non è vero.

Daniel Cohn-Bendit: Si è riusciti ad andare avanti quando l'unione europea ha trovato degli alleati nel mondo. Lo si è visto per il protocollo di Kyoto, per la Corte penale internazionale. Né la Francia né la Germania hanno imposto il CPI. Dobbiamo arrivare ad una riforma dell'ONU per abolire il veto. Parliamo della Russia, certo la Russia non va ad attaccare un altro Stato, ma un paese ha il diritto di massacrare la propria popolazione? Io dico di no, ed è per questo che bisogna inventare il diritto di ingerenza per l'ONU; bisogna inventare gli ispettori democratici, per andare a vedere ciò che accade in Tunisia, in Algeria, in Polonia, l'ingerenza sulla corruzione.... è ciò che è in discussione nel dopo-Iraq. Allora sullo stesso Iraq, capisco che gli americani e gli inglesi dicano: sono le nostre imprese che dovranno beneficiare della ricostruzione perché è il nostro sangue che è stato versato. O i polacchi perché avevano tre soldati e mezzo in Iraq.... L'unione europea deve definire il senso delle sue responsabilità e questo non è sempre coincidente con le vedute degli americani. Bisogna ridefinire l'alleanza transatlantica. Un'autonomia europea, un'autonomia americana. Quando dico una cosa del genere a Perle, risponde: "Mai."

Adam Michnik: Il mio problema è questo: quello che serve oggi è una tattica alla Chirac, ovvero andare al confronto con gli americani...

Daniel Cohn-Bendit: È diventato veramente molto carino con gli americani!

Adam Michnik: ... o piuttosto la strategia di Blair, vale a dire provare a farsi ascoltare dagli americani perché nei momenti-chiavi li ha sostenuti. La Polonia è troppo debole per avere un ruolo tanto determinante, ma mi sembra che il governo polacco voglia utilizzare le sue buone relazioni con Washington per uscire da questo vicolo cieco transatlantico. L'Europa deve essere forte, avere una strategia comune, ma in quanto partner degli Stati Uniti, non come avversario. Volere allontanare gli Stati Uniti dall'Europa è una cattiva idea perché essi portano stabilità all'Europa. L'Europa è entrata in una nuova fase. Quello che preoccupa non è Berlusconi al potere, è le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia, sono le tendenze del nuovo populismo, Haider, ecc. In sintesi, l'Europa è entrata di nuovo in una fase imprevedibile...

Daniel Cohn-Bendit: ... e l'America?

Adam Michnik: Credo che i legami debbano essere rafforzati. Per la Polonia, la presenza degli americani in Europa ha solamente delle conseguenze positive perché abbiamo tendenze imperialistiche in Russia, tendenze populiste nei paesi dell'Europa centrale ed orientale e tendenze populiste e nazionaliste in Germania.

Daniel Cohn-Bendit: Né Blair né Chirac, ma una terza soluzione. Non si tratta di un'opposizione all'America ma di una partnership. Con due partner che possono dire sì o no. Ora l'America ha una concezione unilaterale, definisce la verità ed è in grado di imporla.

Adam Michnik: Sì, ma resta il fatto che, in un modo brutale, arrogante, privo di tatto, l'amministrazione Bush ha preso una buona decisione.

Daniel Cohn-Bendit: Voglio che l'Europa, in modo aperto, tollerante, intelligente, possa prendere delle giuste decisioni. L'unione europea garantisce la propria stabilità. Haider al governo? Niente, crolla. La lista Pim-Fortuyn? Idem. Perché la realtà politica europea è tale che i populisti in un momento di crisi della società possono arrivare al potere, ma non lo tengono cinque minuti. È la stessa cosa per la Polonia. L'Europa è la garanzia che la Polonia potrà sormontare le sue difficoltà.

Adam Michnik: Sono completamente d'accordo.

Daniel Cohn-Bendit: Il 21 aprile 2002 in Francia, è stato terribile ma allo stesso tempo il sì a Chirac era un sì ad una società francese nell'Europa. E Jaques Chirac, che non sempre è stato un grande europeo, di fronte al rullo compressore americano, non ce la fa da solo, ha bisogno dell'Europa. Il rischio è nell'arroganza chiracchiana che dice ai polacchi: statevi zitti!

Adam Michnik: So che l'Europa è la garanzia della nostra stabilità democratica; sono d'accordo che bisogna riformare le istituzioni internazionali, tanto l'ONU quanto la NATO che sono stati creati in un'altra epoca. Credo che le possibilità dell'Europa stiano nella sua offerta culturale. Quando sento dire che l'identità polacca è minacciata da Bruxelles, dico ai nostri nazionalisti: non siete dei patrioti perché non avete fiducia nella cultura polacca, io sono un vero nazionalista, non ho paura di Bruxelles, non ho paura neanche di Chirac. Non capisco come un europeo possa pensare che la cultura americana possa distruggere la sua identità; non capisco questo complesso di inferiorità.

Daniel Cohn-Bendit: Non parlerei di nazionalismo europeo, ma di fierezza europea, di dignità. Siamo capaci, culturalmente e politicamente, di inventare lo sviluppo durevole e di condividerlo. Perché questo funzioni, occorre che ci sia un diritto, un ordine mondiale, perché la diversità culturale possa esistere, che ci sia un'uguaglianza delle probabilità, che si possano vedere dei film polacchi.

Adam Michnik: Sono problemi di quart'ordine.

Daniel Cohn-Bendit: Assolutamente no. Sono i problemi dell'organizzazione quotidiana dell'Europa.

Adam Michnik: Immaginiamo di essere nel 1937, e tu mi dici che sei preoccupato del dilagare della pornografia, e io ti dico c'è Hitler, c'è Stalin. Il problema non è l'egemonia culturale americana, è la nascita di un nuovo fascismo, di un nuovo totalitarismo che utilizza gli attentati-suicidi...

Daniel Cohn-Bendit: Siamo d'accordo che c'è un pericolo.

Adam Michnik: Più minaccioso degli altri.

Daniel Cohn-Bendit: Se si vince la guerra contro il terrorismo ma il nostro mondo crolla a causa della degradazione climatica, si sarà vinta la guerra ma non si saprà più come vivere. Questo non vuole dire che non voglio lottare contro il terrorismo con gli americani, questo vuole dire che non voglio vincere la guerra contro il terrorismo e vivere in un deserto.

Monde: Per alcuni gli Stati Uniti sono un problema; per altri, una soluzione.

Daniel Cohn-Bendit: Sulla mondializzazione, sull'uguaglianza sociale, l'America non ha soluzioni. Noi neanche. Dobbiamo trovare, attraverso le organizzazioni internazionali, un modo di riorganizzare il mondo, non sotto la tutela dell'Europa, né dell'America, non senza l'America o senza l'Europa, intervenendo quando occorra con gli ispettori, e se occorre con interventi di polizia o militari, quando tutto il resto è fallito.

Adam Michnik: Abbiamo un modo di pensare ed un sistema di valori molto simili, ma c'è un'altra differenza tra di noi. Tu sei al 100% europeo ed io sono europeo al 10%. Ho sempre un piede nel comunismo, in Asia. Ho ancora questo sassolino nella scarpa. Tu sei tedesco, siedi a Strasburgo, sei eletto dai francesi, sei un europeo esemplare, ed io sono un provinciale, sono in Europa come un Rastignac che arriva a Parigi. Ed ancora, se mi paragono con la media dei polacchi, sono europeo al 150%. L'ossessione della mia vita, è di vedere la fine del comunismo, la Polonia senza censura, con le elezioni libere, nella NATO e nell'unione europea...

Daniel Cohn-Bendit: ... e senza corruzione.

Adam Michnik: Quest'ultimo sogno ancora non si è realizzato. Nell'unione europea, discutete per sapere come il treno debba essere attrezzato, le poltrone, i servizi. Per quanto mi riguarda, il mio obiettivo è semplicemente quello di salire su questo treno.

Detto questo, apprezzo molto quelli che si sono pronunciati contro la guerra perché ogni guerra porta in sé il pericolo di una militarizzazione della coscienza collettiva. L'unica garanzia sono quelli che sono contro e salvano la democrazia.

• Articolo apparso sull'edizione del 29.04.03

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