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Nel cortiletto di una villa ombreggiata, dietro le bougainvillae, le celle della tortura

LE MONDE | 17.04.03 | 13h25

Bagdad, dal nostro inviato speciale.

Nella tranquilla viuzza n. 42, nel settore 411 del quartiere di Kadhimia, c' una bella e grossa villa di cemento ocra pallido che nulla, salvo il grande portale cieco di 3 m di altezza che chiude l'entrata, distingue dalle sue vicine.

Abitato da commercianti relativamente prosperi e da funzionari di livello medio superiore, l'angolo ombreggiato, borghese, con uccelli negli alberi e bougainville che traboccano dai giardini sui marciapiedi molto curati. Siamo nel nord-ovest di Bagdad, una piccola via parallela al lungo e largo viale che costeggia il Tigri. La casa costruita su tre piani e dispone di due bei terrazzi soleggiati.

Quando si apre il portale, non si nota niente di particolare, salvo alcuni sacchi di sabbia accatastati in un angolo. La villa non stata bombardata n saccheggiata. Per rendersi conto di ci che accaduto qui, bisogna passare per un altro portale in acciaio che d sul cortiletto della casa. L, entriamo in un altro mondo. Una decina di piccole celle basse, chiuse da pesanti porte di acciaio con spioncini muniti di grate, si mostrano alla nostra vista. Verso destra, proprio dietro la villa, ce n' ancora una decina, costruite a quinconce.

"COM'E' TRISTE IL RICORDO"

In fondo, una rampa di scale in cemento conduce ad un seminterrato, 3 metri circa sotto terra. L ci sono altre celle, le stesse del pianterreno, circa 2 m per 1,50 m, con ciascuna un piccolo muretto in fondo, per nascondere il bugliolo, un volgare buco nel suolo. Ci sono anche tre sale, due grandi ed una pi piccola. In ciascuna delle due grandi, fissate nel cemento sporco del pavimento, a circa 20 cm d'altezza, ci sono delle barre d'acciaio da circa 5 m ciascuna.

" l, ricorda Mohammed Alouane, vecchio "inquilino" del luogo, che venivamo legati, allungati gli uni contro gli altri su pezzi di cartone durante le sedute di tortura." Dei grossi uncini d'acciaio sono stati fissati al soffitto delle tre sale, dai quali penzolano delle catene. Mohammed ha passato qui "tre anni senza vedere mai la luce del sole". Spiega come i detenuti ("ad un certo punto eravamo 157 in queste due sale"), appesi alle catene per i polsi preventivamente legati dietro la schiena, erano frustati regolarmente da due o tre custodi che li facevano girare appesi alla catena per colpirli a turno senza muoversi dal posto."

Mohammed Alouane, 40 anni, profonde cicatrici ai polsi, alle caviglie e nella schiena, il timpano destro definitivamente straziato dai colpi e le pupille bruciate, oramai in eterno movimento, si ricorda che nel 1998 uno dei suoi compagni - "si chiamava Ali Hossein Guittane, abitava nel quartiere Choleh ed aveva 20 anni" - non ha sopportato a lungo questi trattamenti. Ne morto.

Sulle porte delle celle si possono leggere, grattati con l'aiuto di non si sa quale attrezzo, le grida di sofferenza dei detenuti. "Allah com' triste il ricordo", ha scritto Mohammed Al-Timimi il 26 settembre 2001.

Karim: "La morte preferibile a quello che stiamo vivendo qui." Il 10 del mese di ramadan, (manca l'anno). "Mi chiamo Rahad Nouri e sono entrato in questo luogo con tre amici il gioved 27 del mese di rajab 1995". Manca la data di uscita. Ali Hadi: "Allah, luce dei cieli e della terra, siamo cos oppressi, aiutaci"!

Il 12 aprile 2003, quando il sayyed Hussein Al-Sadr, un imam sciita della famiglia di Mohammed Saddeq Al-Sadr, capo degli sciiti dell'ex-Saddam City, ha dato l'ordine di entrare nel luogo, restavano ventisette detenuti che i carcerieri, in fuga, avevano abbandonato nel seminterrato. Le ville di Bagdad non hanno ancora svelato tutti i loro segreti ...

Patrice Claude

Articolo apparso nell'edizione del 18.04.03

 

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