DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Punto di vista

George W. Bush ha ragione? 

LE MONDE | 25.03.05 | 16h12 • Aggiornato il 25.03.05 | 16h12 

Hubert Védrine

Quando George W. Bush ha presentato, all'inizio del 2004, il suo progetto "Greater Middle-East", l'Europa non ha nascosto il suo scetticismo. Ma, che abbiano torto o ragione, gli Stati Uniti hanno il potere di creare dei fatti compiuti. Hanno, qualunque cosa ne possiamo pensare, cominciato a cambiare il Medio Oriente? 

Da un lato, le ragioni di dubitarne o di preoccuparsi non mancano. Anzitutto, anche senza risalire agli sforzi di ammodernamento del mondo arabo nel XIX e XX secolo, si possono notare diversi progressi recenti, dal Marocco agli emirati, che non devono niente alle pressioni americane - o quanto meno, lo devono in modo molto indiretto - e che sono piuttosto dovuti a fermenti e all'impazienza nelle società arabe. 

Altro argomento: è artificioso considerare nello stesso modo Afghanistan, Medio Oriente e Magreb. Si può anche obiettare, agli annunci soddisfatti dell'amministrazione Bush, che è è ancora troppo presto per cantare vittoria, e che è relativamente facile organizzare delle elezioni - questo non toglie niente al coraggio degli elettori - ma è cosa lunga radicare la cultura democratica ed il rispetto della minoranza là dove non sono mai esistiti. 

È tutta la differenza tra importare e stabilire la democrazia. Si può obiettare dunque che tutto può ancora volgere al male: in Medio Oriente, se Ariel Sharon e George W. Bush non danno nessuna prospettiva politica a Mahmoud Abbas al di là del ritiro da Gaza; in Iraq, se i sunniti non si rassegnano ad essere minoritari e gli sciiti a dar loro delle garanzie costituzionali e politiche convincenti, e se non si trova un accordo su Kirkuk. 

Si può aggiungere che nessuno sa come le cose andranno in Libano. Senza dimenticare la crisi iraniana che si profila. 

Che dovunque i cambiamenti sono solo cosmetici; che elezioni veramente libere porterebbero verosimilmente al potere, in tutti questi paesi, degli islamisti; che non sia sicuro che siamo pronti ad assumercene le conseguenze, non più di quanto non lo siano i i musulmani moderni; che questi islamici non si trasformeranno a comando in "demo-islamisti" come sono apparsi a lungo termine, nel mondo cristiano, i democratico-cristiani, cosa all'origine antinomica. Tutto questo non è falso. 

Si sommano inoltre alcune altre ragioni, intellettualmente meno pure, di scetticismo. In particolare, in certi paesi europei dove si percepisce una certa irritazione all'idea che George W. Bush abbia potuto scatenare, a partire da giustificazioni così menzognere e con procedimenti così brutali, un processo promettente. Da cui un disagio percepibile nel collocarsi rispetto a questi nuovi dati. 

Tuttavia, sarebbe specioso accusare quelli che lo zelo trasformatore americano rende circospetti, di essere per ciò stesso sostenitori dello statu quo e di regimi autoritari. È un po' troppo facile! Dopo tutto, la situazione attuale del Medio Oriente è molto più dovuta agli Stati Uniti ed agli errori della loro politica durante questi ultimi decenni, che agli europei. 

Se fosse dipeso solo da questi ultimi, probabilmente da molto tempo esisterebbe uno Stato palestinese praticabile accanto ad Israele. Il rancore degli arabi sarebbe inferiore e meno utilizzabile da parte dei nemici dell'occidente. Non tutto sarebbe a posto, ma niente sarebbe simile. Non molto tempo fa, gli americani predicavano per un accordo con gli islamici algerini. E, nel 1979, Jimmy Carter credeva che dalla caduta dello Scià in Iran sarebbe spuntata la democrazia. Dunque, la prudenza degli europei, frutto dell'esperienza, non è né sconveniente né ridicola, e non tradisce nessun amore per le dittature. 

Peraltro, anche se tutte le obiezioni contro la politica missionaria del presidente Bush fossero fondate, sarebbe assurdo raziocinare e negare che stia accadendo qualche cosa di nuovo. E' dovuto a George W. Bush in persona ed alla sua retorica? All'effetto intimidatorio della forza americana su alcuni regimi costretti così sulla difensiva? A movimenti profondi in seno ai popoli arabi lasciati indietro dalla modernità, ma attratti dall'immagine che ne danno i media ed Internet? All'azione di alcuni dirigenti arabi e di alcuni pensatori modernisti che hanno preparato il campo? 

Al dunque, poco importa. Una volta fato partire un movimento, è vitale per i popoli arabi, ed anche per i loro vicini europei, che non finisca tutto in una catastrofe. Non dimentichiamo che nel XIX secolo il principio delle nazionalità che entusiasmò sia la Francia rivoluzionaria sia la Francia bonapartista, ha modernizzato l'Europa, ma l'ha anche messa a ferro e fuoco. 

La differenza vera non è tra quelli che sono per la democrazia nel mondo arabo e quelli che sarebbero contro. Chi può essere contro? È tra una posizione facile, un mezzo per criticare le diplomazie europee, un pretesto dilatorio per ritardare ancora il necessario Stato palestinese, un'esaltazione missionaria, e quella di coloro che sono  coscienti dei rischi, e per i quali esiste un impegno di lunga durata, responsabile e serio, un processo necessario ed augurabile, ma ad alto rischio che si estende per anni e che dovrebbe essere gestito, per questo, con perseveranza e prudenza quanto a scadenze e metodi. 

Ne concludo che noi Francesi e gli altri Europei dovremmo sentirci più nettamente e più visibilmente parte in causa, con gli americani e nella stessa loro misura, di questo processo, e non solamente come spettatori o commentatori. Approfittiamo per questo delle migliori disposizioni manifestate dall'amministrazione Bush: emergono già alcune nuove convergenze. In ogni caso, dovremo imporci con la nostra esperienza, la nostra conoscenza di questi paesi e tutti i nostri mezzi di azione, come il processo di Barcellona ed altri. Perché è per noi cruciale. 

Ma questo presuppone che gli americani e noi si parta dalle domande e dalle aspirazioni arabe, quelle dei governi ma anche quelle delle società; e che si tenga sempre in mente che, in definitiva, saranno loro gli inventori o gli affossatori della loro modernizzazione e del processo di democratizzazione. E che tutto questo deve essere condotto con fraternità, senza dogmatismo occidentale e senza arroganza. 

In caso contrario, per quanto ben intenzionata, si tratterà solamente di un'ondata neocoloniale in più che condurrà ai pericolosi inconvenienti. 

Hubert Védrine è ex ministro degli affari esteri.


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