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George Tenet regola i suoi conti

LE MONDE | 02.05.07 | 14h47 • aggiornato il 02.05.07 | 14h47

WASHINGTON, DAL CORRISPONDENTE

Circa  tre anni dopo avere lasciato l'agenzia centrale di informazione americana, la CIA, George Tenet ritorna clamorosamente nella scena politica negli Stati Uniti. Nelle sue Memorie, " At the Center of the Storm", (Nel cuore della tempesta), uscito lunedì 30 aprile, regola i suoi conti con l'amministrazione Bush e giustifica le pratiche di interrogatorio nelle prigioni segrete della CIA. Rievoca complotti di Al-Qaida sventati sotto la sua direzione e le armi nucleari che sarebbero state introdotte negli Stati Uniti, in attesa di essere attivate ad un segnale di Osama Bin Laden.

Chiamato in carica dal presidente democratico Bill Clinton, George Tenet ha trascorso sette anni alla testa della CIA. Si è licenziato nel giugno 2004, avendo capito che stavano tentando di fargli fare da capro espiatorio per il fiasco iracheno. Il giornalista Bob Woodward l'aveva presentato in un libro, (Plan of Attack), come colui il quale aveva garantito, nel dicembre 2002, al presidente Bush che Saddam Hussein possedeva delle armi di distruzione di massa.

Oggi afferma che la decisione di attaccare l'Iraq era stata già presa molto tempo prima. "Non c'è mai stato nell'amministrazione un serio dibattito sull'imminenza della minaccia irachena", scrive. Quanto alla sua affermazione del dicembre 2002, essa è avvenuta "dieci mesi dopo che il presidente ha visto il primo piano di attacco operativo contro l'Iraq" e "due settimane dopo che il Pentagono aveva emesso il primo ordine di dispiegamento militare nella regione."

Sull'ossessione irachena della Casa Bianca, Tenet racconta nuovi aneddoti, provenienti dal cuore di un apparato di informazione sollecitato e circondato senza tregua dai neoconservatori, nelle loro ricerca continua di legami tra gli attentati del 11 settembre 2001 e l'Iraq. L'indomani degli attacchi terroristici contro New York e Washington, afferma di avere incontrato il super-falco del Pentagono, Richard Perle, mentre arrivava alla Casa Bianca. "L'Iraq deve pagare", gli avrebbe detto Perle, (questi ha affermato che era a Parigi l'indomani del 11-settembre e non a Washington. Tenet ha replicato che si era forse sbagliato sulla data, ma che l'incontro aveva avuto comunque luogo). Il club dei neoconservatori era allora sotto il fascino dell'esiliato iracheno Ahmed Chalabi. "Menzionavano ad ogni piè sospinto Chalabi nelle loro note. Sembravano delle liceali alla prima cotta."

L'ex-direttore riconosce che il suo servizio si è sbagliato pesantemente affermando , nel "National Intelligence Estimate" del 2002, messo in piedi in fretta prima del voto del Congresso che doveva autorizzare la guerra - che Saddam Hussein possedeva importanti quantità di armi chimiche e biologiche. Ma, aggiunge, la CIA non si è mai sbagliata sui legami tra l'Iraq ed Al-Qaida, malgrado l'insistenza di Paul Wolfowitz, vicesegretario alla difesa.

Nell'agosto 2002 afferma di avere assistito ad una presentazione realizzata dalla squadra del sottosegretario al difesa Douglas Feith, dove era descritta "una relazione matura e simbiotica" tra l'Iraq ed Al-Qaida. La CIA aveva preso l'abitudine di chiamare questo genere di informazioni come "analisi basate sulla fede" - gioco di parole sul nome di Feith che, salvo per una lettera, può tradursi come "fede". George Bush ed il vicepresidente Dick Cheney hanno continuato ad accreditare l'ipotesi. "Immaginate che Al-Qaida abbia le armi di Saddam Hussein", ripeteva il presidente.

Sui pretesi tentativi di Saddam Hussein di procurarsi dell'uranio in Niger, chiama in causa Cheney che affermava, nell'agosto 2002, che il dirigente iracheno aveva rilanciato il suo programma nucleare e avrebbe potuto procurarsi velocemente un'arma, forse in un anno". Questa affermazione "andava molto al di là di ciò che le nostre analisi potevano sostenere", scrive. Secondo lui, la CIA aveva già, a due riprese, fatte togliere la menzione dell'uranio dai discorsi del presidente. La terza volta, le sedici parole sono apparse nel discorso sullo stato dell'unione di gennaio 2003.

Tenet imputa anche a Cheney la decisione di sorvegliare le comunicazioni telefoniche e gli e-mail con l'estero. Fin dall'autunno 2001 chiedeva se il National Security Agency (NSA) poteva "fare di più" in termini di sorveglianza elettronica.

La segretaria di stato, Condoleeza Rice, appariva superata. Un giorno, lei gli chiede di chiamare il giornalista del New York Time Alison Mitchell, che copriva il dibattito parlamentare sull'autorizzazione ad entrare in guerra contro l'Iraq. Avrebbe dovuto spiegargli di non tenere conto delle conclusioni del suo proprio servizio che minimizzavano i legami tra Saddam Hussein ed Al-Qaida. E lui obbedisce.

Ma, soprattutto, la Sig.ra Rice non avrebbe misurato correttamente la situazione. Anche prima dell' 11 settembre, Tenet gli chiese un appuntamento per comunicargli notizie allarmanti che aveva ricevuto a proposito di un attacco in preparazione. Lei lo ha dirottato su figure di secondo piano. Perché non ha avvertito il presidente? "Perché non è così che funziona il governo degli Stati Uniti, risponde lei. Il presidente non è colui che agisce, lui definisce le politiche."

George Tenet pensa che Al-Qaida ha "introdotto una seconda ed una terza ondata di agenti" prima dell' 11 settembre. "Non posso provarlo. È una mia intuizione." Nel 2003, afferma, degli uomini erano pronti a colpire nella metropolitana di New York. Ha ricevuto un'informazione secondo la quale il collaboratore di Bin Laden, Ayman Al-Zawahiri, aveva annullato l'attacco per "preparare qualche cosa di più grande". Secondo lui, non può che trattarsi di un attacco nucleare.

Tenet ha percepito 4 milioni di dollari per le sue Memorie. Non esce aumentato da questo esercizio di denigrazione tardiva. Perché, se la Sig.ra Rice era stata così negligente, non dirlo nella sua audizione davanti alla commissione d'inchiesta sull' 11 settembre? Per l'ex - capo dell'unità Bin Laden della CIA Michael Scheuer, che ha pubblicato la sua propria requisitoria più di tre anni fa, le dimissioni di Tenet avrebbero potuto cambiare il corso della storia. "Le dimissioni di Colin Powell probabilmente non avrebbe impedito la guerra, dice al Washington Post. Quelle di Tenet avrebbe distrutto il castello di carte dei neoconservatori screditando il solo elemento che lo faceva stare in piedi."

Tenet stima che la sua carriera sia ormai rovinata. "La sola cosa che mi resta, dice, è l'onore". E la vendetta, un piatto di cui Washington non si stanca mai.

Corine Lesnes
Articolo apparso sull'edizione del 03.05.07

 

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