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Per una tele-visione della televisione

di Christophe Girard

LE MONDE | 23.08.08 | 13:43 • Aggiornato il 24.08.08 | 17:50

[articolo originale]

Non è perché si guarda molto la televisione che la si vede bene. L'evoluzione principale della televisione in quest'ultimi trent'anni è stato un cambiamento d'ordine tecnico i cui effetti e conseguenze vanno oltre il settore della tecnica audiovisiva, provocando sconvolgimenti nella ricezione, l'interpretazione e l'utilizzo delle immagini. Si tratta della riduzione della durata di ogni piano, che ormai raramente supera i dieci secondi.

Il numero di piani al minuto (NPM) infatti è aumentato in modo vertiginoso, a causa della moltiplicazione delle telecamere utilizzate simultaneamente, al punto che l'unità di misura di un piano televisivo è ormai il secondo. Ed allora? Si potrebbe domandare ...

Il principale effetto di tale accelerazione del flusso di immagini è da un lato quello di impedire ogni sviluppo di una stessa immagine o idea polverizzandola in una molteplicità di immagini o di idee più o meno disparate, e dall'altro quello di mettere l'intelletto del telespettatore sotto tutela, in uno stato di fascinazione televisiva. La rapidità delle immagini e l'abbreviazione dei piani rispondono alla necessità economica dell'industria televisiva di tenere lo spettatore prigioniero, necessità che dipende direttamente o indirettamente, attraverso il criterio dell'audience rating, dall'ordine economico della redditività. La televisione è concepita soltanto in termini di quote di mercato.

Di conseguenza, la subordinazione della televisione al diktat economico della concorrenza si manifesta già a livello del trattamento tecnico delle immagini teletrasmesse. L'assemblaggio televisivo delle immagini appartiene a questo titolo all'universo della pubblicità. L'attore principale non è dunque né il presentatore né nessuno degli attori che si vedono sullo schermo, ma il regista al banco di montaggio che agisce fuori campo. Nella misura in cui il lavoro di questo montatore-regista si limita a quello che nel cinema si chiama montaggio “cut”, e che non si occupa delle transizioni tra le immagini, lo si dovrebbe piuttosto chiamare “tagliatore” invece di montatore. In televisione, tagliare l'immagine è un mezzo molto efficace per tagliare la parola, o per distruggere il pensiero … Questo affettare i piani come salsicce rende difficile la produzione di un pensiero che abbia un minimo di continuità. Ogni intervento non dura più di uno o due minuti e per di più viene tagliato in sezioni di cinque secondi!

Se lo zapping designa il fatto di saltare da un canale ad un altro secondo il grado della propria noia, manca un termine per denominare quel saltare incessantemente da un'immagine a un'altra all'interno di ogni programma che subiscono e i telespettatori e gli attori, secondo l'umore del “montatore-tagliatore”. Propongo di chiamare “zipping” questo montaggio “cut” interno ai programmi, che sottende la logica commerciale della televisione e che trasforma ogni programma in uno spettacolo polverizzato e qualsiasi telespettatore in un cervello disponibile.

Come si può pretendere, ad esempio, che una trasmissione culturale degna di questo nome sia possibile quando gli immaginari, le percezioni ed i pensieri devono essere sottoposti ad una durata dei piani inferiore a dieci secondi? Se dei “filosofi” o altri “intellettuali” si esibiscono convinti di trasmettere il loro pensiero al ritmo di sette piani diversi al minuto (il pensatore che parla, un altro ospite che beve un sorso, il presentatore che maneggia nervosamente gli occhiali …), ebbene questo è abbastanza rivelatore dell'idea che hanno di cosa sia il pensare. Anche se certi hanno saputo resistere e continuare ad inventare ai margini.

Un altro cambiamento rivelatore del funzionamento economico della televisione e dei sui obiettivi soprattutto mercantili è l'inclusione del pubblico. Il pubblico è infatti il nuovo personaggio televisivo di quest'ultimi trent'anni (certamente ci sono stati dei precursori: “La scuola dei fans” presentata da Jacques Martin, “Champs-Elysées”, animata da Michel Drucker e prima di lui da Guy Lux, e “Intervilles”, che dimostrano che il servizio pubblico non ha soltanto seguito il privato ma ha anche saputo precederlo).

È divertente osservare che il personaggio del telespettatore è inizialmente apparso nelle trasmissioni d'intrattenimento, per generalizzarsi poi alle trasmissioni culturali o politiche. Mostrando sullo schermo gente del pubblico, la televisione ha creato nel telespettatore anonimo la sensazione fantasmatica di fare parte, di fatto se non di diritto, della televisione, in altri termini di essere anche lui parte della televisione. La televisione si pone come l'oggetto supremo del desiderio: il sogno di ciascuno è “di esserci”, si tratti di una stella, di un presentatore o di una comparsa catodica di una sera. Desiderio tanto più fantasmatico dato che nella realtà l'audience rating (500.000 telespettatori) non conosce l'individuo ma soltanto la massa.

Mentre il telespettatore di una volta occupava un posto chiaramente esterno alla televisione, il nuovo telespettatore non si vive precisamente più come un telespettatore, ma si sogna come un vero spettatore. Si comprende bene l'interesse di questo approccio il quale, abolendo la distanza dallo schermo, neutralizza ogni arretramento riguardo alla televisione e favorisce con ciò anche l'assimilazione del (tele-)spettatore ai valori ed alle attese della (tele-)visione diventata spettacolo dal vivo.

Come il vero zapping non è più tra i programmi ma tra i piani di uno stesso programma (zipping), così la pubblicità non è tanto tra i programmi ma all'interno di ogni singolo programma. Non parlo soltanto delle pubblicità inserite nelle trasmissioni di giochi o altri, ad esempio sotto forma di regali, ma delle trasmissioni d'intrattenimento o culturali che, sotto la copertura della “sponsorizzazione”, non fanno altra cosa che garantire la pubblicità dei nuovi prodotti messi in vendita sul mercato: film, spettacoli, DVD, CD, libri. Tutte queste trasmissioni sono i cavalli di Troia del supermercato televisivo: molto remare poco navigare, avrebbero detto Gilles Châtelet.

Se la televisione deve essere anche un servizio pubblico e non soltanto un'attività economica, occorre dunque che si doti di un osservatorio critico teletrasmesso della televisione che smonti giorno dopo giorno sotto gli occhi dei telespettatori i montaggi visti il giorno prima alla televisione, perché l'analisi delle cause neutralizzi la fascinazione degli effetti. Quest'osservatorio avrebbe potuto, ad esempio, rivedere i funerali di Aimé Césaire (giornale “Soir 3”), che, con un montaggio fraudolento, mostravano lo Stadio Pierre-Aliker, dove si sono svolti, quindi una dichiarazione di Nicolas Sarkozy registrata all'aeroporto, quindi nuovamente lo Stadio, dando così l'impressione ai telespettatori francesi che questa dichiarazione facesse parte dei funerali. Sul posto, invece, gli abitanti della Martinica avevano visto il presidente se non proprio come persona non grata, almeno come semplice comparsa, dato che la famiglia del poeta non ha voluto che prendesse la parola. Vero caso di scuola dell'utilizzo quotidiano del montaggio fatto all'insaputa dei telespettatori in nome dell'informazione!

Inoltre, la televisione pubblica deve avere nel suo statuto un laboratorio d'analisi critica teletrasmesso dalla televisione che, oltre allo smontaggio critico dei programmi visti, esponga la tecnica e la logica economico-televisiva (principi, metodi, meccanismi, finalità). Tale laboratorio è una cosa completamente diversa dal CSA, che resta al di fuori dello spazio televisivo e ficca dall'esterno alla meno peggio i suoi consigli in un angolo dello schermo come un logo supplementare che fa concorrenza simbolicamente con quelli del canale che acconsente. In mancanza di questi due strumenti, e della diminuzione drastica del numero di piani al minuto, la qualità non è altro che l'alibi della redditività.

L'aggiunto del Sindaco di Parigi per la cultura

Christophe Girard

 


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