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In mezzo alle rovine di Al-Roussafia, migliaia di "incartamenti" raccontano gli arresti ed il terrore

LE MONDE | 17.04.03 | 13h25

"Questi mascalzoni ci hanno detto che mio fratello sarebbe tornato dopo qualche ora."

Bagdad, dal nostro inviato speciale.

Per la prima volta da undici anni, Khalifa lo confessa, ha perso la speranza. "Da qualche giorno, da quando ci sono gli americani, ho scoperto le sale di tortura del dipartimento di sicurezza generale.

Là, gli sbirri di Saddam strappavano le unghie ai detenuti ed immergevano i loro corpi in bagni di acido. Ho visto anche le gallerie sotterranee del complesso e ho sentito attraverso le pareti, qualunque cosa ne dicano gli americani che si rifiutano di crederci, le grida di prigionieri che chiedono ancora aiuto. Ho visitato anche la villa di tortura di Khadhimia. E' finita, credo, non rivedrò probabilmente mai più mio fratello."

Jeans blu e identica camicia, Khalifa Kadir Salem, barba nera nascente, ha 25 anni. Ne aveva 14 quando ha visto andarse il suo fratello adorato. Da undici anni, non ha dimenticato mai. "Aveva 27 anni. Aveva appena finito il servizio militare. La sera in cui sono venuti a fermarlo a casa, era il 21 gennaio 1992 verso le 18. Erano tre, due civili, uno in divisa. Abdul Amir stava pregando nel locale accanto. Hanno detto che non era niente di grave. Sono andato a cercarlo io stesso".

All'evocazione del suo dramma, la voce di Khalifa si rompe. Nasconde gli occhi nelle mani, si riprende. "Sapete, lo sogno ancora regolarmente. Ci vedo partire insieme per andare a pregare a Nadjaf come quando ero piccolo." "Questi mascalzoni ci hanno detto che sarebbe stato di ritorno dopo qualche ora. Non lo si è rivisto mai più", dice.

"NIENTE DA FARE"

Alcuni mesi più tardi, il padre di Khalifa, grazie all'intervento "dello sceicco della nostra tribù degli Al-Timimi", il reverendo hadji Abou Moutneh, ha preso contatto con hadji Abed Al-Tikriti, zio di Saddam Hussein, il fratello di suo padre. Ci ha detto: "Se è accusato di un furto o di un crimine di sangue, posso aiutarvi. Se è politica, niente da fare. Il raïs mi ha vietato di intervenire in questo genere di affari".

Era "politica". Abdul Amir era accusato, "a torto", insiste ancora oggi il suo giovane fratello minore, di simpatia verso Hezb Al-Dawa, il rinascente ex-grande partito sciita, vietato e perseguitato durante gli anni della dittatura.

Khalifa erra tra le rovine bombardate della direzione della sicurezza nazionale, ad Al-Roussafia, sulla riva sinistra del Tigri. Fruga nelle rovine degli edifici, raccoglie delle cartelle verdi di cartone, zeppe di carte, le sfoglia, le getta, scuote la testa, poi ricomincia.

Non è il solo. In questo luogo sinistro, Alouane Mared, 40 anni, cerca gli incartamenti di suo fratello Salman, e di suo padre, Jassem Mahdi, arrestati tutti e due nell'aprile 1980. Da allora sono spariti. "Avevano fermato anche me, dice Alouane. Ma ero ancora un liceale. Mi hanno rilasciato tre mesi dopo." Motivo? Sospette simpatie per Al-Dawa.

Abdel Rassoul Hassan Al-Maksoussi sfoglia anche lui gli incartamenti sparpagliati tra le rovine. Faceva il maestro. Dimesso dalla posizione ventitré anni fa, è diventato commerciante di frutta secca. "Cerco notizie di mio padre e dei miei due fratelli, arrestati nel 1980. I miei fratelli avevano 29 e 30 anni, mio padre 50. Non abbiamo avuto mai più loro notizie. Potete aiutarmi a ritrovarli"? Le cartelle verdo pallido o grige raccolte tra i calcinacci svelano, alla lettura, tutta la paranoia e la crudeltà del regime caduto.

Esempi. Schedario di Mohammed Azza Fulayeh Al-Chomari. "Fermato il 7 dicembre 1999. Motivo: nulla." Una nota manoscritta, con la stampigliatura "top secret" ed inviata su un foglietto volante al commissariato alla Sicurezza generale dice di più. "Omar Rachid Saleh, zio del soldato interessato, è stato giustiziato per adesione accertata al partito mercenario Hezb Al-Dawa"

Richiesta di indagine n. 450 sulla denominata Balris Jawad Al-Ghorabi. "Professione: donna di casa. Nata nel 1962. Indirizzo: Kerada, centro elegante di Bagdad. In seguito alla domanda della direzione alle informazioni, abbiamo stabilito ciò che segue. L'interessata dispone di una buona reputazione e non sembra frequentare elementi sospetti. Tuttavia è da notare che sua sorella, Tagharote, ha lasciato l'Iraq nel 1978 per seguire gli studi in Gran Bretagna e non è mai ritornata nel paese. Affare da seguire."

Dossier n. 263/87. Richiesta di indagine del comando delle forze del regime in data 8 ottobre 1999. "Top secret". Il denominato Jabar Loheibi Aziz Al-Fatlaoui, professione soldato, che abita a Al-Kassra, ex-Saddam City, "gode di una buona reputazione così come la sua famiglia. Tuttavia suo fratello Safi Loheibi è stato condannato per adesione al partito mercenario Al-Dawa e liberato nel 1986 in occasione di un'amnistia presidenziale. Bisogna notare anche che né Jabar né nessuno membro della sua famiglia sono membri del Baas." Lo spionaggio dei cittadini iracheni era totale e permanente. Ci sono migliaia di altri incartamenti ad Al-Russafiah.

È mezzogiorno e mezzo di questo 16 di aprile del 2003. Una pioggia fine ed effimera cade sul quartiere. Tre poliziotti in uniforme verde oliva e basco nero fanno irruzione sul posto. Lanciano seccamente degli ordini. Le ombre che fruganotra le rovine obbediscono, si allontanano. Perché cacciare queste persone alla ricerca dei loro scomparsi? Rimessi in sella tre giorni fa dagli americani, i poliziotti si ammorbidiscono: "Scusateci, credevamo di avere a che fare con un saccheggio". Le ombre ritornano. Qualche cosa è comunque cambiato a Bagdad.

Patrice Claude

Articolo apparso sull'edizione del 18.04.03

 

 

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