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Il pro-americanismo degli iraniani preoccupa Tehran

LE MONDE | 24.04.03 | 13h27

La "vox populi" reclama un cambiamento di regime "con l'aiuto dei marines."

Tehran, dalla nostra inviata speciale

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I governanti iraniani sono preoccupati: preoccupati della presenza americana alle loro porte, ad est e ad ovest, preoccupati dell'invasione dell'Iraq "con così poca resistenza popolare", preoccupati del rapido rovesciamento del regime di Bagdad, preoccupati dell'emarginazione dell'ONU, preoccupati della disillusione totale del popolo iraniano che, dall'inizio della crisi irachena, si manifesta in un accanito pro-americanismo della popolazione...

ma, soprattutto, preoccupati della vox populi che reclama "un cambiamento di regime con l'aiuto dei marines americani". Questa rivendicazione è presa così sul serio negli entourage politici che la ripresa delle relazioni con l'America - un tabù vecchio di ventiquattro anni - è oramai all'ordine del giorno a Tehran. Le relazioni erano state rotte alla vigilia dell'instaurazione della Repubblica islamica e della presa in ostaggio di 55 diplomatici americani, nel 1979.

E' Ali Akbar Hachémi Rafsandjani, ex presidente iraniano ed uomo chiave del regime, che ha rotto il tabù. In una lunga intervista ad un settimanale iraniano, pubblicato sabato 12 aprile, Rafsandjani ha proposto l'organizzazione di un referendum sulla ripresa delle relazioni con l'America. Secondo la rivista Rahbor (Strategia), Rafsandjani ritiene che una soluzione per risolvere "la crisi" tra Iran e America sarebbe "tenere un referendum per sapere ciò che ne pensa la società iraniana - purché, avrebbe aggiunto, il Majlis (Parlamento), la Guida suprema, sia d'accordo, il che è quello che solitamente avviene".

"LINEA ROSSA"

Le reazioni non hanno tardato. L'indomani, il quotidiano conservatore Keyhan ha accusato l'ex presidente di avere superato "la linea rossa". Una linea che è valsa la prigione ai dirigenti di un istituto di sondaggio per avere mostrato recentemente che gli iraniani sono massicciamente in favore di una ripresa delle relazioni con gli Stati Uniti.

Rigettando come "irrealistica" l'idea di un referendum sulle relazioni con l'America, i riformatori propongono che la questione sia esaminata dai dirigenti del regime "senza perdere un secondo". Per Behzad Nabavi, una delle "voci credibili" dei riformatori, le relazioni con Washington sono diventate "un affare di sicurezza nazionale". In una delle sue rare interviste, Nabavi, consigliere vicino al presidente Khatami, ha dichiarato al Mondo che la strategia americana nella regione "non si ferma sicuramente alle porte di Bagdad". Esiste a Washington, afferma, "un progetto Iran" che sta per essere messo in atto e che "non è necessariamente militare". Nel suo ufficio del vecchio palazzo di marmo, nel sud di Tehran che ospita quel Majlis di cui assicura la vicepresidenza, Nabavi parla della sua preoccupazione a proposito degli americani.

"Certo che ho paura!, esclama. Chi non avrebbe paura di una America armata fino ai denti e che ha dimostrato in Iraq la sua assenza totale di rispetto per la sovranità degli Stati? Sì, ho paura. Gli americani possono apparentemente fare qualunque cosa; gli importa poco dell'ONU o anche dell'opinione pubblica occidentale." "Il solo argomento ancora un po' accettabile agli occhi degli intellettuali occidentali per giustificare un'azione ostile contro un paese, ha detto ancora Nabavi, è l'instaurazione della democrazia." È per ciò, secondo lui, "che la migliore difesa dell'Iran contro gli americani sarebbe rafforzare la sua democrazia, per privarli dei loro argomenti."

Interrogato sulle voci che invocano "l'ingerenza americana", Nabavi dichiara: "È evidente che qui c'è un nostro errore. Il fatto che le persone preferiscano l'invasione straniera alla vita in una Repubblica islamica è solamente il segno del nostro insuccesso. Non abbiamo potuto realizzare le aspirazioni democratiche del popolo ed è normale che sia deluso". "Se si ammette, continua, che gli iracheni si rallegrino della fine di Saddam Hussein, si deve pensare anche alla possibilità che gli iraniani farebbero forse, anche qui, festa per la fine della Repubblica islamica."

"PERCHÉ NON NOI"?

Se i riformatori sono stati indeboliti molto dalla decisione dell'amministrazione Bush di mettere l'Iran nell'elenco dei paesi del "asse del Male", molti pensano che la "paura dell'America" può "essere una finestra di opportunità di fronte all'ala dura del regime che impedisce il processo democratico". I "duri, dice un membro del campo dei riformatori, hanno molta paura. Sono pronti a fare delle concessioni; sanno che noi abbiamo ancora molta più di credibilità di loro."

Ma per un architetto iraniano, che chiede insistentemente l'anonimato, "non c'è oramai più nessuna differenza tra riformatori e conservatori". Esasperato dalla "corruzione profonda" del regime, vuole la sua fine. "È semplice, ci dice, non ne possiamo più della Repubblica islamica. Sarà stato necessario quasi un quarto secolo perché ci rendessimo conto che la rivoluzione si è conclusa in un insuccesso." Chiede, come molti, "l'aiuto americano per un cambiamento di regime". L'argomento trova larga eco. "Gli afgani e gli iracheni sono stati ben sbarazzati dalla dittatura, dice un cineasta. Perché non noi"? Se all'uomo della strada capita di evocare l'arrivo dei marines, gli intellettuali non prevedono un'ingerenza militare, ma "piuttosto un'ingerenza politica."

Stesso "non ne possiamo più" da parte degli studenti. Il movimento degli studenti si è ritirato dalle organizzazioni riformatrici. Uno dei suoi membri, sotto copertura dell'anonimato, avverte gli americani di "non stringere la mano al regime". Questi parla della ripresa delle relazioni solo "perché ha paura degli americani. L'anti-americanismo, aggiungie questo studente, è l'anima del regime."

Il presidente della commissione affari esteri del Majlis, Mohsen Mirdamadi, non crede alle minacce militari americane. "Un processo democratico è decollato in Iran, dice. Un processo sostenuto, forse, più dall'opinione pubblica mondiale che dall'opinione pubblica in Iran, ma che impedirà ogni ingerenza militare americana nel nostro paese. Sarà la nostra migliore difesa contro l'America". Quello che, in compenso, lo preoccupa è la "delusione evidente" degli iraniani a proposito dei riformatori. La non-partecipazione alle elezioni legislative di febbraio - a Tehran, solamente il 12% degli elettori hanno votato - è stata vissuta da molti, a Tehran, come "la fine del periodo di grazia dei riformatori."

Afsané Bassir Pour


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