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Pierre-Jean Luizard, ricercatore al CNRS: "Gli americani possono vincere la guerra, ma riusciranno a pacificare l'Iraq"?

Le Monde | 02.04.03 | 13h32 o Aggiornato Il 02.04.03 | 14h02

Per Pierre-Jean Luizard, ricercatore al CNRS ed autore di "La Questione irachena", Washington non ha inviato segnali forti che provassero alla popolazione che non sarebbe stata di nuovo "tradita."

La resistenza irachena alle forze americane e britanniche la ha sorpresa?

Sì. Facevo parte di coloro che pensavano che il regime, non avendo nessuna base sociale, e non potendo basarsi sulla solidarietà confessionale, come era successo nel 1991, si sarebbe disgregato. Ma non credo di essermi sbagliato sul regime e sulle sue capacità di resistenza. La sorpresa riguarda il modo in cui gli Stati Uniti sono entrati in guerra, ed il modo in cui la stanno conducendo. Credo che sia questo che, in grande parte, spiega la resistenza irachena, e la mancata riedizione di quanto accaduto nel 1991. Penso che la spiegazione stia anche nel fatto che il sistema di coercizione è rimasto apparentemente intatto. Al punto che oggi io stesso non sono più così sicuro che gli Stati Uniti possano vincere la guerra. Oggi c'è una reazione patriottica che dipende dal fatto che una grande parte della popolazione è stata presa in ostaggio dal regime e che le "bavures" americane si moltiplicano. Ma questa reazione non è affatto in favore del regime. Lo so sia per l'esperienza che ho dell'Iraq, sia anche, in modo più preciso, da iracheni con i quali riesco a entrare in contatto regolarmente a Bassora e nella regione. C'è effettivamente qualche cosa di cui il regime tenta di approfittare: è il fatto che la comunità sciita è stata invitata dalle sue autorità religiose a rintanarsi. È quello che risulta dalle fatwa che sono state promulgate a Nadjaf dallo sceicco Mohammed Hussein Fadlallah - una delle più alte autorità sciite - in Libano, o dalle autorità iraniane. Queste fatwa proibiscono ai musulmani di dare manforte all'invasore, ma non proclamano la jihad né contro il regime, né contro gli americani. Mirano a proteggere la comunità, per timore di una riedizione di quanto avvenuto nel 1991.

La popolazione resta dunque passiva ...

Sì. Nessuno può credere che la popolazione di Nassiriya, per esempio, che è stata vittima delle armi chimiche usate dalla Guardia repubblicana nel 1991, possa opporsi oggi agli americani in nome di Saddam. La gente di Bassora e di parecchie città del sud che ho potuto rintracciare è unanime nel dire che queste città sono state investite dalle forze speciali e dalla Guardia repubblicana. La metà di loro veste abiti civili e, grazie ai comitati di quartiere del Baas, il partito al potere, impedisce alle persone di uscire e talvolta le obbliga perfino a sparare contro gli americani, come è successo in un quartiere di Bassora. Hanno distribuito armi agli abitanti affidandogli la sorveglianza del quartiere e avvertendoli che, se i britannici fossero riusciti ad avanzare sulle loro posizioni, le loro famiglie sarebbero state le prime vittime.

E' rimasto sorpreso dalla resistenza opposta dal Baas, che si riteneva emarginato da Saddam Hussein?

È una novità. Ma ciò che mi sorprende, è soprattutto il modo in cui gli Stati Uniti sono entrati in guerra. Gli iracheni hanno visto che questa era molto diversa dal carattere decisivo e radicale che suggeriva il nome "Shock e stupore". Tutti hanno potuto constatare che gli Stati Uniti hanno risparmiato la Guardia repubblicana. Ci sono stati dei bombardamenti mirati sulle postazioni irachene, ma la Guardia repubblicana non è stata presa di mira. Gli americani hanno cominciato solo recentemente ad attaccarla. Tutti hanno interpretato questo modo di entrare in guerra come una riproposizione del 1991. Tutte le persone che ho raggiunto in Iraq mi hanno detto di essere certi che gli americani vogliono risparmiare le forze di repressione perché pensano di contare su di esse una volta rovesciato il regime. Il timore che fino ad oggi abita l'animo di un buon numero di iracheni, è che la guerra nasconda negoziati col regime. E so da fonte sicura che negoziati del genere sono effettivamente esistiti. Non sono andati a buon fine perché Saddam Hussein voleva salvare gran parte del suo clan. Chiedeva un lasciapassare per una cinquantina di persone, mentre gli americani gli hanno lasciata aperta la porta solo per nove tra cui lui stesso, con la garanzia che sarebbero sfuggiti alla giustizia internazionale e che avrebbero potuto godere di una parte del gruzzolo che il regime è riuscito a mettere al riparo all'estero. Malgrado i mezzi di cui dispongono gli americani, la televisione irachena non è stata ridotta al silenzio. Gli americani hanno permesso che Saddam Hussein mantenesse un'immagine pubblica che si è ritorta alla fine contro di essi. Prevedevano che con la pressione della guerra, Saddam Hussein avrebbe annunciato la sua resa ed il suo esilio e avrebbe chiesto alle sue truppe di smettere di battersi. Non si sono resi conto che questo regime, o crolla di un colpo, oppure, se gli si permette di mantenere un'immagine pubblica, può tenere in piedi il suo sistema di coercizione. Il nucleo del sistema che tiene assieme i corpi d'élite ha continuato a funzionare e, col passare dei giorni, la reazione patriottica ha restituito speranza alle persone che intendevano comunque portare avanti una sorta di "combattimento d'onore". Infine, gli americani sono entrati in Iraq, non solo infischiandosene del sostegno internazionale, e con una coalizione che non permette grandi illusioni, ma anche tenendo da parte l'opposizione irachena. I curdi, che sono i loro più probabili sostenitori, non sono stati molto consultati. E gli americani hanno notificato all'Iran che un intervento dell'opposizione sciita irachena sarebbe stato considerato come un casus belli.

I negoziati di cui parla sono continuati anche dopo lo scoppio delle ostilità?

Sì. Alcuni figli di dirigenti iracheni - e non tra i minori - sono al riparo, in alcuni paesi arabi o europei, particolarmente là dove il regime ha messo al riparo una parte del suo gruzzolo. Certi conti di cui gli americani avevano vietato l'uso sono stati sbloccati. È il caso della figlia di Taha Yassine Ramadan, che è ora in Svizzera. E' tutto noto. Gli iracheni hanno potuto vedere che molti dirigenti hanno venduto le loro case, e hanno mandato i loro figli all'estero.

Chi, oltre alla figlia di Ramadan, è andato all'estero?

Soprattutto le ragazze. Questa è una cosa importante del punto di vista iracheno. È grazie a questi ragazzi, autorizzati ad andare in Siria, in Giordania ed in certi paesi europei, che i negoziati sono potuti continuare, e grazie a certi intermediari che hanno giocato il tradizionale ruolo di go-between tra gli americani ed il regime.

Gli americani accusano l'Iran di avere messo sul piede di guerra i Custodi della rivoluzione. E' una cosa vera, o è retorica?

È retorica. Credo che l'Iran sia estremamente attento a non provocare gli americani, e che i dirigenti iraniani stiano aspettando che gli americani si arenino, per apparire come un'ancora di salvezza, una via di fuga per una parte della comunità sciita irachena. Il problema è sapere se faranno in tempo perché, al ritmo di come stanno andando le cose, la comunità sciita si sta radicalizzando. Le fatwa degli uni e degli altri potrebbero essere superate da una dinamica di guerriglia.

Dubita sul serio della capacità degli americani di vincere la guerra?

Possono vincere la guerra, ma oggi dubito veramente che possano pacificare l'Iraq. Avrebbero dovuto dare segnali forti agli iracheni per dimostrare che non li avrebbero un'altra volta traditi. Tutti i segnali che hanno mandato andavano in senso contrario. Hanno anche avuto un occhio di riguardo per la Turchia e per l'Arabia Saudita a proposito del dopo-Saddam, e gli iracheni sanno che questo sarà a loro spese. I turchi non vogliono l'autonomia del Kurdistan, né vogliono vedere curdi a Kirkuk. Il regime iracheno l'ha capito e ha teso una trappola ai curdi, ripiegando dalla regione di Kirkuk, per spingere i peshmerga ad impossessarsene, provocando così un intervento turco che avrebbe a sua volta, come reazione, suscitato un intervento iraniano. In una tale situazione caotica, il regime sarebbe apparso come un male minore.

Intervista raccolta da Mouna Naïm

o Articolo Apparso sull'edizione sel 03.04.03

 


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