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I timori e le speranze degli iraniani

LE MONDE | 05.04.03 | 17h44

 L'ayatollah Montazeri invita il regime a "trarre le lezioni dalla sorte del dittatore iracheno."

Tehran, della nostra inviata speciale

L'Iran è il prossimo bersaglio? Gli iraniani sono assillati da questa domanda. Sempre più conservatori stimano che "l'obiettivo finale" di Washington è la "destabilizzazione" della Repubblica islamica.

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 "A vantaggio d'Israele", si aggiunge spesso. "Lo scopo degli americani, diceva il 31 marzo la Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, è di occupare l'Iraq, di dominare la regione e di guadagnare un controllo totale sulle nostre risorse petrolifere". Il suo consigliere politico, Ali Akbar Velayati, va più lontan l'America fa questa guerra "per completare l'accerchiamento della Repubblica islamica, prima di attaccarci". Il governo riformatore, malgrado la sua "neutralità attiva" ufficiale e la sua cooperazione tacita con gli americani, è anche lui molto preoccupato. In un recente articolo, lo stratega del presidente Mohammad Khatami, Saeed Hajjarian, rassegnato diceva: "Dato che un cambiamento di regime a Bagdad è inevitabile, l'Iran deve restare neutrale per raggiungere due obiettivi: garantire che il futuro regime di Bagdad non gli sia ostile, ed assicurarsi di non essere il prossimo obiettivo". 

L'Iran si preoccupa del nuovo rapporto di forze creato dal controllo americano nella regione, che ha come conseguenza quella di escluderli dal partecipare al riassetto della carta politica irachena. Inoltre, l'Iran è stato individuato da George W. Bush, come l'Iraq, come parte dell"Asse del Male". "Gli iraniani sono oramai accerchiati dagli americani", dice un diplomatico. "Sono presenti in Afghanistan, nei paesi del Golfo, in Asia centrale ed adesso in Iraq. 

Il golfo Persico è diventato il golfo d'America. E' comprensibile che le autorità iraniane si aspettino un intervento americano, anche se non necessariamente militare”. Washington non fa niente per spegnere queste preoccupazioni. Il segretario di stato alla difesa, Donald Rumsfeld, ha accusato Tehran di avere permesso ai combattenti sciiti iracheni di Al-Badr di recarsi in Iraq. "E' falso", nega Ali-Reza Assefi, del ministero degli affari esteri. L'Iran, ci assicura, ha "chiuso le porte. Nessun iracheno ha superato le frontiere dall'inizio delle ostilità". Tehran, infatti, finora è stata al gioco. Certi responsabili pensavano che l'afflusso dei profughi iracheni in Iran, in caso di guerra, avrebbe reso il loro paese "indispensable" agli americani. Ma per ora nessun profugo ha domandato asilo. 

Quanto all'avvenire dell'Iraq, una fonte interna al regime afferma che l'Iran rifiuterà "un governo americano" a Bagdad. Tehran gioca la "carta democratica", chiedendo che in avvenire, "l'influenza politica di ogni minoranza sia proporzionale alla sua forza numerica", il che darebbe la maggioranza agli sciiti. Gli americani, ritiene questa fonte, hanno commesso un "errore strategico" vietando ai combattenti sciiti iracheni rifugiati di recarsi in Iraq: "li avrebbero potuti incoraggiare a battersi, ma gli americani temono l'influenza iraniana veicolata da questi sciiti". La posizione di Londra è invece giudicata rassicurante. I commentatori hanno tutti notato che, interrogato sulla possibilità di una guerra preventiva in Iran, dopo l'Iraq, il capo della diplomazia britannica, Jack Straw, ha risposto "se fosse vero sarei preoccupato, ma ciò non è vero e saremmo contro un tale approccio". L'Iran, ha aggiunto, è "una democrazia nascente, non c'è nessuna ragione di intraprendere un'azione militare contro questo paese". 

Al contrario del regime, un certo numero di iraniani sembra invece augurarsi un'azione militare americana in Iran. Sadegh Zibakalam, professore di scienze politiche dell'università di Tehran, spiega: "il disincanto profondo del popolo è tale che certuni preferiscono ancora un intervento straniero allo statu quo". L'ayatollah Hussein Ali Montazeri, grande voce dell'opposizione, anche se condanna l'invasione dell'Iraq, ha esortato i responsabili del regime a "trarre la lezione della sorte del dittatore iracheno e, prima che sia troppo tardi, ascoltare le rivendicazioni democratiche degli iraniani". Secondo un sondaggio - i cui responsabili si trovano in prigione - "più dei tre quarti" degli iraniani sarebbero favorevoli agli Stati Uniti. "Qualunque cosa accada", si fa qui rilevare, il rovesciamento di un dittatore musulmano e la sua sostituzione con una democrazia in Iraq, paese come l'Iran a maggioranza sciita, "non è certo rassicurante per il regime di Tehran, oggi in crisi di legittimità". Gli iraniani, si aggiunge, mal sopporterebbero che gli afgani e gli iracheni finiscano per "stare meglio" di loro.

di Afsané Bassir

 Articolo apparso sull'edizione del 06.04.03 

 

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