DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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INTERVISTA 

Tre domande a Husham Al-Hussaini 

LE MONDE | 18.05.04 | 14h03 

Iman sciita di origine irachena, lei dirige, a Dearborn (Michigan), il centro di educazione islamica Kerbala. Poeta, scrittore, ma anche ingegnere aeronautico, lei è ritornato alla religione per "operare un avvicinamento tra le tre religioni del Libro, il giudaismo, il cristianesimo e l'islam", e sta preparando, col reverendo Jesse Jackson, un viaggio in Iraq per favorire il dialogo "invece della violenza cieca". Ma non è non già troppo tardi? 

Voglio credere di no. Il mio ruolo in questo paese, in quanto cittadino americano fuggito dall'Iraq di Saddam Hussein, ed in quanto iman sciita, è di costruire un ponte tra le due società, i due popoli. Questo è diventato molto difficile. Ho sostenuto il presidente Bush, ho militato e ho manifestato decine di volte contro il regime di Saddam Hussein e, oggi, manifesto contro la politica di questa amministrazione e contro ciò che non è una liberazione, ma un'occupazione. 

Lei tuttavia si rallegra della caduta del regime di Saddam Hussein... 

Saddam Hussein era il mio peggior nemico. Mio fratello e mia sorella sono stati imprigionati e torturati nelle carceri di Saddam a causa mia. Ero uno dei 54 dirigenti presenti ad Erbil poco prima della guerra per preparare l'avvenire democratico e libero dell'Iraq. Ma l'amministrazione ci ha traditi. Il sentimento verso gli americani nella popolazione sciita è passato dalla riconoscenza al dubbio, ed adesso quasi all'odio. Non hanno mantenuto nessuna delle loro promesse. Non ci sono state elezioni libere. Non hanno permesso alle squadre curde e sciite di partecipare alla liberazione del loro paese e poi di mantenere l'ordine e di proteggere la popolazione, come fecero le Forze francesi libere nel 1944. Si sono rifiutati di prendere in considerazione i veri dirigenti, come gli ayatollah Al-Sistani ed Al-Hakim, e hanno preferito delle marionette al loro soldo. D'improvviso, hanno dato un'importanza smisurata a Moqtada Al-Sadr che era un oppositore negli Stati Uniti, ma un piccolo personaggio nella comunità sciita. E si ritrovano così a condurre dei combattimenti nei luoghi più santi dello sciismo, provocando una popolazione che si erano già conquistata. 

Come spiega questi errori? 

Per paura e incomprensione. Il Pentagono ha più bisogno di cultura e di saggezza che di armi. Hanno avuto paura di vedere nascere in Iraq un regime simile a quello dell'Iran, una paura totalmente ingiustificata. Noi non siamo iraniani. Siamo differenti. Adesso, nessuno si fida più degli americani. Per stupidità ed arroganza, sono riusciti a chiudersi in una situazione dalla quale non ci sono più vie d'uscita onorevoli. 

Intervista raccolta da Eric Léser 

• Articolo apparso sull'edizione del 19.05.04

 

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