DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Forte di una rete associativa vicino al popolo, il Movimento, votato alla distruzione di Israele, ha portato le sue tesi radicali nel cuore di molti palestinesi 

LE MONDE | 22.03.04 | 15h56 

Ariel Sharon aveva annunciato una "guerra totale" contro l'organizzazione responsabile degli attentati più omicidi. L'assassinio del fondatore del movimento non è che una tappa. 
Si potrebbe chiamare tutto questo "il teorema di Oum Khaled". Oum Khaled si presenta un giorno del settembre 2003 al domicilio dello sceicco Ahmed Yassin, il capo spirituale del Movimento della resistenza islamica (Hamas), a Gaza. Oum Khaled è una madre di famiglia che abita nel campo profughi di Bourej, più a sud. Si rivolge come ultima risorsa a Hamas: suo figlio deve rientrare all'università e non ha mezzi per acquistare i libri. Il segretario dello sceicco Yassin la riceve molto cortesemente ma gli annuncia che non ha il minimo denaro a sua disposizione: il movimento è senza un soldo dal congelamento dei suoi beni bancari decretati dall'autorità palestinese dopo l'attentato commesso a Gerusalemme il 19 agosto, che ha fatto ventidue morti. (In dicembre, sono stati sbloccati nella cornice di negoziati interpalestinesi). Il segretario ha però un'idea: sgancia il telefono, chiama un amico libraio. Oum Khaled è pregata di rendergli visita. Non tornerà a Bourej a mani vuote. 

Questa storia non riassume, da sola, il fenomeno Hamas, ma ne illumina molti aspetti, spesso trascurati quando si riduce questa organizzazione ad una fazione radicale votata alla distruzione di Israele. 
Oltre alle sue attività "militari", questo movimento di cui è impossibile stimare gli effettivi, dispone di una solida rete associativa. Si dice vicino alla popolazione, all'ascolto delle sue preoccupazioni, efficace nell'aiuto portato ai più deboli. E punta oggi su queste carte vincenti per rispondere alla sfida lanciata da Israele, che ha giurato di "schiacciarlo". 

Creato a Gaza nel 1987, all'indomani dello scoppio della prima Intifada, Hamas è diventato, in meno di due decenni, il secondo movimento palestinese dopo il Fatah di Yasser Arafat, con il quale si è scontrato durante gli accordi di Oslo, nel 1993. Le sue tesi radicali hanno guadagnato in popolarità assieme al regresso del processo di pace. Condannato alla clandestinità nella Cisgiordania rioccupata, è oramai sulla difensiva nel suo feudo storico: Gaza. 

Braccati, i suoi responsabili si nascondono. Il suo capo, lo sceicco Yassin - appena ucciso lunedì 22 marzo all'alba in un raid da un elicottero israeliano - era scampato per un pelo, il 6 settembre 2003, all'esplosione di una bomba da 250 kg lanciata da un aereo da combattimento israeliano sul palazzo in cui "era stato ospitato", grazie all'incomparabile rete di informatori di cui dispone l'esercito israeliano nei territori palestinesi. Questo raid ha provato già che la "guerra totale" annunciata dal governo di Ariel Sharon contro l'organizzazione, responsabile degli attentati più sanguinosi perpetrati sul suo suolo, non è vuota parola. 

"LISTA NERA" 

L'unione europea non sta alla finestra. Dopo l'attentato di Gerusalemme, ha iscritto l'ala politica di Hamas nella sua "lista nera" del terrorismo; una lista dove figurava già il ramo militare. Sotto pressione degli Stati Uniti, la morsa si è ristretta anche attorno ai circuiti finanziari. Decine di conti bancari sono stati sequestrati e nove associazioni caritatevoli sulle quali si appoggiava l'organizzazione hanno visto i loro fondi bloccati dalle autorità. Negli uffici di queste associazioni, le bocche si chiudono davanti ai visitatori troppo curiosi. Soprattutto, che non si parli di "politica"! 

Adib Youssef ha ben altre preoccupazioni che la "politica". Ha 40 anni, vive con sua moglie ed i suoi sette figli nel modesto quartiere di Nasr, a Gaza. Dopo anni di vacche magre, testimoniati dal mobilio raro e consunto del suo appartamento, ha appena trovato lavoro nella zona industriale di Erez, controllata da Israele. Per un stipendio da miseria: 55 shekels al giorno, circa 11 euro. Ne guadagnava più di 450 quando lavorava in Israele, prima del 1992. Adib Youssef doveva in teoria ricevere 400 shekels da un'associazione vicina ad Hamas, ma il denaro, proveniente dal Qatar, è stato congelato, e lui non potrà dunque fare riparare il suo frigorifero in panne da parecchi mesi. "Ho ricevuto spesso aiuto quando non avevo lavoro, racconta. In genere i responsabili vengono a ispezionare la casa in tutti i dettagli. Ci fanno domande sulla nostra situazione, si ricevono poi un po' alla volta dei vestiti, del cibo o del denaro, in funzione di ciò che hanno". 

DEI LEADER "DISPONIBILI" 

Adib Youssef assicura che non si parla nemmeno per lui di prendere parte ad una manifestazione, neanche al funerale di un quadro di Hamas. "Troppo pericoloso"!, taglia corto. "Se venissi riconosciuto da un "collaboratore", non avrei più il diritto di lavorare ad Erez". Anche se è considerato come "pulito" dagli israeliani, e non ha che un rapporto abitudinario con la religione, non risparmia elogi ai dirigenti del movimento islamico, giudicati "seri", "disponibili" e "preoccupati del bene altrui". Anche se il suo leader politico di riferimento è Yasser Arafat, Adib Youssef non esclude di votare, "un giorno", per Hamas. Finora, non ne ha avuto il modo. A dispetto del buon successo all'epoca delle elezioni professionali o studentesche, (era maggioritario all'università Al-Najah di Nablus nel 2001 e ha vinto a Birzeit, vicino a Ramallah, nel 2003), il movimento aveva scelto, nel 1996, di non partecipare a quelle del primo Parlamento palestinese, (il Consiglio legislativo), in segno di rifiuto del processo di pace lanciato tre anni prima ad Oslo. 

Parallelamente alla legittimità ufficiale rappresentata dall'autorità palestinese, non ha smesso di affermare la sua, alimentata in parte dalle traversie di un potere dominato dal Fatah. 

Le sue figure di punta, Ahmed Yassin, Abdel Aziz Al-Rantissi o Ismaïl Abu Chanab - ucciso in un raid dell'esercito israeliano, il 21 agosto 2003 - vivono o vivevano nei quartieri poveri di Sabra o di Sceick-Raduan, in case modeste, lontano dal lusso ostentato della villa dell'ex primo ministro Mahmud Abbas, per esempio. 

Prima che le loro teste fossero messe quasi in vendita, non li si incrociava mai nei luoghi pubblici o nei circoli chiassosi che hanno assicurato la cattiva reputazione di una Autorità giudicata unanimemente corrotta. "C'è un detto che dice che si non può nascondere niente a Gaza, e con Hamas, il denaro arriva sempre a destinazione", dice un osservatore palestinese. 

RETE CARITATEVOLE 

Il potere della rete caritatevole non deve peraltro essere sopravvalutato. "Secondo contatti ufficiosi che abbiamo coi responsabili delle associazioni religiose, che non sono tutte nell'orbita di Hamas, come la Zakat che gestisce le elemosine, queste non avrebbero avuto a disposizione nel 2002 che un bilancio di 24 milioni di dollari, che non è certo un gran che", indica il rappresentante di un'organizzazione internazionale installata nei territori palestinesi. 

"In effetti, prosegue, si tratta soprattutto di piccole cose, di piccole somme distribuite qua e là da gente devota. Del resto, quando l'autorità congela le loro attività, come nel 1996 o come oggi, le conseguenze sociali restano minime". "Hamas dispone di un innegabile capitale di simpatia, ma non so come questo si tradurrebbe nelle urne", conclude. 

Questa simpatia è manutenuta quotidianamente da una moltitudine di interventi e di servizi adattati ad una società già indebolita da una demografia galoppante (la metà della popolazione ha meno di 18 anni), e messa in ginocchio da tre anni di Intifada. I doni alle famiglie dei "martiri", ai feriti ed agli orfani, ma anche i corsi serali, gli asili nido e le colonie estive denunciate in Israele come campi di reclutamento permettono ad Hamas di restare sempre visibile e di sottolineare le carenze del potere. Per fare questo, non disprezza nessuna attività, né i laboratori di informatica né le competizioni sportive. Due club di calcio considerati come vicini al movimento sono stati battuti uno dopo l'altro in agosto dal Gaza Sporting Club, la squadra vedette dei territori. In quel'occasione, vestiti del tradizionale costume verde, colore dell'islam, e dei pantaloncini islamici che scendono fino al ginocchio, i giocatori del Club dell'associazione islamica si sono distinti, sembra, per il loro fair-play. 

Non lontano dalla casa dello sceicco Yassin, un altro club accoglie una delle migliori squadre di ping pong della stretta striscia di terra. Va da sé che queste attività sportive sono essenzialmente destinate solo agli uomini. Ma questi club non sono sempre tanto anodini: l'esercito israeliano ha chiamato in causa l'estate 2003 un'associazione sportiva di Hebron che, secondo lui, forniva uomini alle cellule clandestine all'origine di attentati. 

LA "FACCIA MILITARE" 

Si tratta qui dell'altra faccia di Hamas - la faccia "militare" - che è la sua particolarità. Adottando fin dalla sua creazione, nel 1987, il principio della lotta armata, e poi privilegiando più tardi gli attentati suicidi, quest'ultima ha in effetti rotto con un lungo passato durante il quale aveva privilegiato il lavoro sociale. Questo era, all'origine, l'obiettivo prioritario delle molteplici organizzazioni affiliate ai Fratelli musulmani egiziani che si erano succedute nei territori palestinesi, e di cui Hamas è l'ultimo avatar. Non che i loro responsabili siano stati indifferenti alla causa nazionale. Al contrario. Ma la creazione di Hamas, poco dopo quella del Jihad islamica, ha posto definitivamente la politica e l'azione violenta in testa a tutto, anche alle questioni sociali. Da un decennio, la vulgata del movimento presenta invariabilmente gli attentati come una rappresaglia legittima agli assassini, da parte di Israele, dei suoi militanti. Questa presentazione dei fatti gli garantisce in generale l'approvazione tacita di una grande parte della popolazione, ivi compreso di quella parte di palestinesi, come Adib Youssef, che possono dichiararsi peraltro ostili alla violenza. "Hamas si basa su questo consenso", riconosce Ghazi Hamad, il redattore capo di una rivista, Al-Rissala (la lettera), regolarmente vietata dall'autorità perché giudicata vicina al movimento islamico. "Ma Hamas sa che deve fare anche attenzione. Tutti hanno disapprovato l'attentato di Gerusalemme perché si sapeva bene che avrebbe ridato fuoco alle polveri." 

Questa operazione, decisa da una cellula di Hebron per vendicare un capo locale ucciso alcuni giorni prima, ha mostrato delle crepe nel funzionamento interno di Hamas. La sua direzione politica è apparsa a posteriori come trovarsi di fronte ad un fatto compiuto. "Il movimento è pragmatico, assicura Ghazi Hamad, quando sente che le pressioni sono troppo forti, si adatta, senza rinunciare peraltro ai suoi principi." 

Nel 1993, in piena euforia del processo di pace, lo sceicco Yassin non aveva scartato il principio di una tregua con Israele, di uno o di parecchi decenni, una volte evacuate Gaza e la Cisgiordania. Dopo ha ripetuto a più riprese questa posizione. Questa plasticità rimanda in effetti ad un pluralismo piuttosto relativo, in seno all'organizzazione, tra estremisti e "moderati", della quale attesta Ziyad Abu Amr, universitario specialista del movimento, effimero ministro della cultura ma soprattutto uomo di collegamento per l'autorità palestinese. 

I MODERATI 

Privilegiando in primavera "il dialogo" con Hamas, il primo ministro Mahmud Abbas aveva del resto fatto una scommessa, basata su questa considerazione: i vantaggi politici per l'autorità assicurati dal "percorso di pace", il piano di pace internazionale sostenuto dagli Stati Uniti, l'unione europea, la Russia e l'ONU, avrebbe costretto i "moderati" di Hamas a tenere conto di questo nuovo processo ed ad integrarsi, ad un certo punto, nel gioco politico ed istituzionale. Il movimento era spinto in qualche modo a "hezbollahsizzarsi" - vale a dire a imitare l'organizzazione sciita libanese, rappresentata nel Parlamento del suo paese - come si esprimeva un diplomatico europeo. 

Il ciclo di violenza ha tuttavia rinviato questo obiettivo, difeso anche dall'ex capo del Mossad, i servizi di informazione israeliani, Ephraïm Halevy, convinto della inutilità di una guerra frontale contro un movimento che giudica profondamente ancorato nella società palestinese. 

Nel 1996, Imad Faludji, portavoce di Hamas, aveva scelto di rompere col movimento per presentarsi, con successo, alle elezioni legislative. Yasser Arafat "l'aveva ricompensato" facendolo ministro delle telecomunicazioni. Il suo caso è restato un'eccezione. Hamas rimane al margine del gioco politico. 

Gilles Paris 

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Arafat, "l'uomo più pericoloso", 

Il presidente dell'autorità palestinese, Yasser Arafat, è ancora più pericoloso del capo spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, ucciso lunedì 22 marzo durante un raid aereo israeliano, ha dichiarato il generale di riserva Amos Gilad, consigliere del primo ministro israeliano, Ariel Sharon. "Yasser Arafat è l'uomo più pericoloso e più distruttore che abbia visto la luce in Medio Oriente. Vuole distruggere Israele nascondendosi sotto gli orpelli del pacifismo, mentre controlla il terrorismo", ha affermato Amos Gilad alla radio pubblica. "Yassin diceva almeno apertamente che obiettivi voleva raggiungere. Dobbiamo ora aspettare che una leadership normale si crei in seno all'autorità palestinese", ha proseguito. Secondo la portavoce dell'esercito israeliano, Ruth Yaron, il raid contro lo sceicco Yassin "è stato condotto dall'esercito israeliano, col semaforo verde della classe politica, tra cui il capo del governo", Ariel Sharon. Lo sceicco Yassin è un "capo omicida" che ha rivendicato parecchi attentati contro i civili e che "continuava a pianificare il terrorismo", ha aggiunto. (AFP) 

• Articolo apparso nell'edizione del 23.03.04


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