DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Una mondializzazione di stati-nazione

Le Monde 6 marzo 2007

Jean-Paul Fitoussi

In questa campagna elettorale [Royal-Sarkozy, risoltasi con la vittoria di quest'ultimo, NdT] la mondializzazione è presente nello spirito dei cittadini e, talvolta, nei discorsi dei candidati. Ma gli stessi schemi di pensiero continuano ad affrontarsi in un'opposizione che non permette veramente di illuminare il campo delle politiche possibili: la mondializzazione liberale è opposta al protezionismo e/o alla "mondializzazione sociale."

Per scuotere le certezze dottrinali, conviene metterle a confronto con la nostra conoscenza del mondo così come esso è. Su questo il nostro sapere, per parziale che sia, è facilitato dall'ampiezza dei fenomeni che percepiamo. "Per quanto sia difficile definire un elefante, è facile riconoscerlo quando lo si incontra", diceva Joan Robinson. Qual è l'elefante che incontriamo? Viviamo la mondializzazione di un mondo costituito di stati-nazione, senza nessuno interstizio tra essi nel quale sistemare il mercato globale. E nessuno considera oggi, salvo nelle utopie più generose, o più pericolose, o nelle opere di fantascienza, la scomparsa di questi Stati-nazione a vantaggio di un governo globale.

Il mondo è così frammentato, segmentato, diviso, non in modo artificiale - anche se esiste ancora un certo numero di frontiere imposte - ma spontaneo, per il bisogno degli uomini di vivere in società. Questo bisogno è il fondamento della missione più importante degli Stati, quella di proteggere la loro popolazione. Dato che esistono tra essi delle iperpotenze, delle superpotenze e semplicemente delle potenze, alcune più deboli di altre, questa funzione di protezione è esercitata nel modo più asimmetrico e diseguale.

Per dire le cose in un altro modo, il mercato effettivo globale è anche il "luogo" dove si affrontano delle forme diversificate di potere e delle forme diversificate di protezione. Questo stato del mondo è molto lontano dal liberoscambismo descritto nei manuali di economia, tanto è vero che potere e protezione non vanno d'accordo col mercato. Quante volte ho sentito che, se gli Stati Uniti possono permettersi un tale deficit estero, è perché hanno acquisito il diritto regale di battere moneta su scala planetaria. Gli esempi abbondano, con quel determinato paese che preferisce le merci di un altro per ragioni che non hanno niente a che vedere con una razionalità economica, ma tutto a che vedere con una razionalità globale che include le esternalità legate al potere.

Se la Cina acquista una centrale nucleare dagli Stati Uniti invece che dalla Francia, bisogna stupirsi? E come interpretare i viaggi dei capi di stato attorniati da capitani d'industria nei principali paesi del pianeta, soprattutto potenti? Se esiste una diplomazia degli scambi, vuol dire che lo scambio commerciale internazionale è anche politico. Non dico che questo stato di cose sia soddisfacente, ma semplicemente che è questo.

Chi non sogna una democrazia mondiale dove tutti gli abitanti del pianeta possano ricevere la stessa attenzione? Forse è tempo di cominciare a costruirla, ad immaginarne le istituzioni, ma le difficoltà che incontra la democrazia europea mostrano che la strada è lunga e cosparsa di insidie.

Intanto, protezione non significa protezionismo. Gli Stati dispongono di un'ampia panoplia di strumenti per compiere la loro missione di interposizione e devono utilizzarla giudiziosamente in funzione del loro livello di sviluppo. Così se si deve accettare che, per ragioni di protezione di industrie nascenti o di raccolta di introiti fiscali, i paesi emergenti pratichino in una fase transitoria il protezionismo, un tale privilegio non dovrebbe essere ammesso per i paesi ricchi del pianeta di cui i mercati devono restare aperti, particolarmente alle merci dei paesi poveri.

Ma anche riguardo ai paesi evoluti, bisogna guardarsi da ogni ingenuità. La protezione è pluridimensionale e prende delle forme dinamiche. Il sistema di educazione, di insegnamento superiore e di ricerca ubbidisce certo ad un valore fondamentale di ogni società - la conoscenza - ma si può analizzarlo anche come una sovvenzione generale all'economia del paese: alle imprese evidentemente che beneficiano al tempo stesso di una forza di lavoro più produttiva, ma tanto più autonome e dunque meglio in grado di innovare, e delle ricadute dirette ed indirette della ricerca di cui potranno trarre il maggiore profitto (Airbus ha beneficiato di altrettante sovvenzioni di ricerca quanto il Boeing?); ai salariati la cui competenza aumenta il valore del lavoro.

Parimenti, le grandi infrastrutture la cui esistenza e qualità riduce i costi di funzionamento del settore privato, aumentandone la produttività. Ma un sistema di protezione sociale ben pensato e soprattutto, ben costruito, perché mutualizzi le perdite potenziali, che dia almeno una seconda possibilità ad ogni persona, costituisce un formidabile incentivo a prendersi dei rischi individuali, all'innovazione, al gusto di intraprendere. Infine, una buona gestione macroeconomica dell'attività, dato che riduce l'incertezza inerente agli investimenti - minimizzando il tempo delle recessioni o dei rallentamenti - permette alle imprese di proiettarsi oltre nel lungo termine, e costituisce uno dei migliori antidoti alla disfunzione economica maggiore del nostro tempo: la dittatura del breve termine.

Questo insieme di protezioni, quando esiste, permette ai paesi di trarre grande partito dalla mondializzazione, perché è al tempo stesso riduttore di incertezza e motore della produttività. E' proprio perché i paesi in via di sviluppo non ne hanno ancora i mezzi che deve essere loro consentito un protezionismo transitorio.

L'Europa ha compreso tuttavia male il suo proprio ruolo strategico ed anche la sua stessa dinamica. Ha lasciato degradare il suo sistema di insegnamento e di ricerca a danno del futuro dei suoi giovani e di quello delle sue imprese. Si è, in materia di infrastrutture, adagiata sui suoi allori del dopoguerra. Non ha saputo, nel suo cuore continentale, proporre ai suoi cittadini una concezione dinamica della protezione sociale. Al contrario il discorso dominante - anche se non si è ancora, o non dovunque, iscritto nei fatti - conduce all'anticipo di una regressione ineluttabile della sicurezza economica e sociale. La zona euro, che è il secondo potere economico del mondo, dubita ancora di se stessa al punto di vietarsi di utilizzare i suoi potenti strumenti di gestione macroeconomica.

Si parla seriamente oggi di rimediare a queste insufficienze. Mi piace crederci. L'Europa non può continuare a lungo ad essere la barca ubriaca, priva di protezione, della mondializzazione.

Jean-Paul Fitoussi per "Le Monde"

 

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