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Le Monde 3/12/2011 Gli effetti perversi del modello tedesco.FERDINAND FICHTNER, economista all'istituto di ricerca DIW a
Berlino, è tedesco. Nato a Stoccarda, non ha tuttavia paura di quel
rialzo dei prezzi contro il quale inveiscono i suoi compatrioti,
abitati dai fantasmi dell'iperinflazione degli anni '20. "Dr. Fichtner" ritiene anche che il suo paese non abbia molto da vantarsi per avere perseguito la produttività come ha fatto in questi dieci ultimi anni. "Questo ha contribuito ai mali della zona euro",
osa dire. Il ragionamento di questo keynesiano è singolare, in un paese
dove non si smette di biasimare la noncuranza dei Greci e di incensare
il modello tedesco. Ma Fichtner ha solidi argomenti. Secondo lui, le riforme del governo Schröder per restaurare la
competitività hanno, in conclusione, squilibrato l'economia. A forza di
compressioni salariali, il paese ha certamente sviluppato le esportazioni. Ma con altri effetti perversi. "Tra il 2001 e il 2006,
l'inflazione è stata più elevata degli aumenti salariali. Risultato, il
potere di acquisto delle famiglie è sceso e il peso dei consumi nel
Prodotto Interno Lordo (PIL) si è contratto”, fa notare.
Le esportazioni del paese hanno fatto un balzo avanti più rapidamente
delle importazioni, rendendo l'economia molto - troppo - dipendente
dell'estero. Ora, quel che la Germania ha venduto, altri hanno acquistato.
Chi? Più del 60% delle esportazioni sono verso l'Unione Europea,
il 40% verso la Zona Euro. I Portoghesi o i Greci hanno dunque
importato prodotti tedeschi, spesso indebitandosi. Credito facile.
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