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Le Monde | 22.03.03 | 19h00

L'ingresso del mondo in una nuova era

Tre esperti concordano su un'evidenza: le vecchie alleanze sono morte. Divergono sulla natura e la durata della politica americana attuale. Dibattito: come rifondare un sistema internazionale in rovina?

Gli USA hanno voltato le spalle all'ONU e sono entrati in guerra contro l'irak. Pensate che siamo in una fase di rottura strutturale delle relazioni internazionali così come le abbiamo conosciute fino ad oggi, o attraversiamo solamente una fase di tensioni congiunturali forti?

Pierre Lellouche. Quattordici anni dopo la caduta del muro di Berlino, siamo entrati veramente nel dopo guerra fredda, un mondo straordinariamente caotico e pericoloso.

Eravamo fino ad allora in un mondo strategicamente molto semplice: una parte dell'universo, il nord, costituiva una zona coperta dalla dissuasione nucleare dei due grandi (Stati Uniti, Russia), e per il sistema delle alleanze; al sud, avevamo delle zone più eterogenee dove si sviluppavano delle guerre. Quello mondo riposava su due pilastri: la dissuasione nucleare e la competizione di due modelli ideologici a vocazione universale. Con la decomposizione dell'impero sovietico, siamo entrati in un mondo radicalmente nuovo, contrassegnato dai cambiamenti demografici che giocano a scapito del nord, il mondo bianco, dominante, contrassegnato dalla crisi interna del mondo musulmano, 1 miliardo 200 milioni di uomini alla ricerca di una possibile riconciliazione con la modernità. Un mondo, infine, contrassegnato dalla proliferazione delle armi di distruzione di massa e dalla comparsa di un terrorismo globale.

Dall'11 settembre 2001, siamo rientrati in una sorta di terza guerra mondiale, di un tipo nuovo, che si distingue per i conflitti permanenti dove s'innestano al tempo stesso delle guerre regionali, delle crisi che mettono in causa le grandi potenze, ed un terrorismo di massa.

Perciò, le vecchie alleanze diventano anch'esse antiquate?

Pierre Lellouche. L'11 settembre ha fatto entrare l'America in una nuova fase della sua storia, al tempo stesso interventista ed unilaterale, mentre il sistema delle vecchie alleanze non c'è più. Ora gli Stati Uniti non hanno contrappeso. Dopo l'Afghanistan, l'Iraq mostra la seconda tappa della guerra americana contro il terrorismo. C'è un continuum dall'11 settembre: siamo oramai completamente dentro un periodo più lungo di trasformazioni del sistema internazionale.

Francois Heisbourg. Domandiamoci nettamente: c'è o non un grande scisma dell'occidente? Salvo alcune sfumature, sottoscrivo le affermazioi di Pierre Lellouche, ma ciò che dice non pregiudica la risposta alla domanda: andremo uniti di fronte alle minacce ed alle sfide che descrive, o ci saranno due Occidente, due o tre "mondi liberi" ad affrontarle? Credo purtroppo che stiamo entrando in una crisi più strutturale che congiunturale. Anzitutto, dei cambiamenti di fondo hanno avuto luogo. Implicano, come ha detto Paul Wolfowitz, il ministro aggiunto della difesa americano, alcuni giorni dopo l'11 settembre, che, oramai, "la missione fa la coalizione". Il tempo delle alleanze permanenti di difesa è finito, non ci sono che delle coalizioni di circostanza.

Perché andiamo verso questi grandi scismi in Occidente? Essenzialmente perché abbiamo un'amministrazione americana, ma anche una popolazione americana, oramai fortemente intrisa di ideologia. Per l'amministrazione, non è la semplice conseguenza dell'11 settembre. Nei confronti dell'Iraq, Paul Wolfowitz, Richard Perle, consigliere del Pentagono, ed i neo-conservatori restano nella logica che già sviluppavano prima dell'elezione del presidente George Bush. L'11 settembre ha creato l'opportunità, tutto era già pronto a muoversi.

L'opinione americana è stata traumatizzata dall'11 settembre ad tale un grado che facciamo molto fatica ad immaginare in Europa. Si è rivolta verso il potere tutelare dello stato federale, incarnato nell'occorrenza dall'amministrazione Bush, esattamente perché il trauma è molto profondo.

Pierre Hassner. Permettetemi di tornare indietro. L'11 settembre ha segnato una cesura altrettanto importante che la fine della guerra fredda nella nostra storia recente. Siamo ora in un terzo periodo. Dopo la caduta del muro di Berlino, abbiamo conosciuto una fase durante quale il "centro" era pressappoco tranquillo e pacifico, con le guerre civili in lontananza. Ci si chiedeva se si andava ad intervenire, uccidere o farsi uccidere per i diritti dell'uomo. Coll'11 settembre, questa opposizione tra il centro e le periferie che era successa alla guerra fredda, è esploso completamente. È al "centro del centro" che le persone venute da sessanta paesi del mondo sono stati colpiti l'11 settembre. La minaccia terroristica è reale e multiforme. Si è identificata una sorgente: Al-Qaida. Resta di sapere se Al-Qaida è uguale a Arafat, e uguale a Saddam Hussein, è uguale ai Ceceni. Conosceremo una guerra di nuovo tipo tra il nord ed il sud, una guerra dei cristiani e degli ebrei contro i musulmani? È una domanda senza risposta che riflette un clima di ostilità generale ben più forte che durante la guerra fredda, mischiata ad un tipo di fluidità, di incertezza del contesto internazionale.

Dei tre periodi, quale è il più pericoloso?

Pierre Hassner. Il periodo attuale, perché combina incertezze come con la guerra fredda e gli confronti multiformi! È lo sfondo. Gli europei che vorrebbero restarne fuori, o prendere delle posizioni sfumate, si trovano trascinati nella spirale dei confronti. Gli americani hanno identificato molto bene le tre minacce contemporanee: il terrorismo, le armi di distruzione di massa e la tirannide. Hanno percepito meglio la novità del periodo, ed il fatto che la dissuasione classica non può funzionare più come prima, che non si può attaccarsi alla dissuasione, al secondo colpo, con persone che cercano il suicidio, che non hanno un territorio organizzato dove si possa prevedere delle rappresaglie.

Il problema è che questa logica comporta un pericolo: quello di far passare per terroristi gli Stati e di applicare una politica di "guerra preventiva" allargando indefinitamente i suoi limiti e il suo fondamento. Gli Stati Uniti finiranno per vedere dei pericoli ovunque e per darsi, senza chiedere il permesso a nessuno, il diritto di intervenire dovunque? Se sì, questo non potrà durare a lungo. George Bush voleva fare assolutamente la guerra in Iraq, con o senza "smoking gun" - la prova accertata dell'esistenza di armi di distruzione di massa. Ciò non potrà ripetersi all'infinito. Quanto alla popolazione americana, agisce sotto l'influenza di un triplo sentimento: quello di essere vittima, di essere vulnerabile ed allo stesso tempo invincibile. Si è riunita a Bush dopo essere stato molto tempo unicamente favorevole ad una guerra nella cornice di un accordo ONU.

Ma tanto sono convinto che stiamo assistendo ad un cambiamento in profondità della scena internazionale, tanto sono incapace di presagire se il progetto imperiale americano sarà duraturo o no.

Francois Heisbourg. Non sappiamo oggi se l'affare iracheno sarà il preludio ad un'impresa bonapartista americana, nel senso che la spedizione d'Egitto era stata il preludio alle altre spedizioni di Bonaparte e di Napoleone, o se la tentazione isolazionista di Washington vincerà, in caso di un rovescio in Iraq. Per ora, la tentazione bonapartista dei neo-conservatori vince. Colin Powell che si opponeva, ha avuto le sue chances; ha fallito. Dick Cheney, il vicepresidente, Donald Rumsfeld, il ministro della difesa, Paul Wolfowitz e Richard Perle hanno ora la briglia sul collo. E questa è una vera cesura.

La seconda rottura, è quella tra noi europei. Abbiamo avuto la "prova dell''8", con la lettera degli otto capi di stato e di governo che hanno sostenuto Washington, che non ci può essere una politica estera e di sicurezza comune sulla scala dell'Europa allargata, se questa fosse, poco o tanto, mal vista dagli Stati Uniti. Sappiamo d'ora in poi che l'Europa a 25 non può più funzionare secondo la logica del preambolo del trattato di Roma, verso un'unione sempre più stretta.

Pierre Lellouche. Sono sorpreso dal vigore della posizione, in fondo quasi antiamericana, di Francois Heissbourg e di Pierre Hassner. Discerno quasi un'angoscia in ciò che descrivono come una specie di America imperiale, di wilsonismo in stivali. Lo si paragona anche a Napoleone! Ora c'è una differenza abbastanza importante: l'America è una democrazia che funziona, ciò che non era francamente il caso della Francia post-rivoluzionaria, ed in ogni caso non dell'Impero. La democrazia americana è in contraddizione con la volontà di andare verso un impero incontrollabile ed incontrollato.

Quali sono i fattori di esacerbazione della crisi "Ovest-ovest" e di approfondimento della cesura che rievocate tutti?

Pierre Lellouche. La prima grandissima incognita, è l'aumento del numero delle potenze che si doteranno di armi di distruzione di massa. Ce n'è soprattutto in Asia e nell'arco che va dal Pakistan al Magreb.

Francois Heisbourg. Dimentica la Corea del Nord!

Pierre Lellouche. Ma no, la includo nell'Asia. Il secondo problema è il rischio di accensione nucleare di un certo numero di conflitti. Il mio grande timore, è un confronto nucleare tra l'India ed il Pakistan, fin da quest'anno. Ero nel Cachemire all'inizio dell'anno: la situazione è diventata là insostenibile. L'anno scorso, si è stati vicini ad una guerra che è stata fermata all'ultimo minuto dagli americani. Non è escluso che tutto questo non ricominci quest'anno. Perché il secondo fronte è la lotta contro il fondamentalismo. E gli indiani si posizionano impercettibilmente come il principale alleato degli Stati Uniti contro l'islamismo fondamentalista. Ora, nel Cachemire si ritrovano tutti gli ingredienti conosciuti del rischio fondamentalista: il wahhabismo, il denaro saudita, i moudjahiddin. La terza enorme sfida riguarda soprattutto l'Europa: è l'immensa questione della riconciliazione dell'islam col modello democratico e liberale, nella quale bisogna assolutamente avere successo, pena il finire realmente in una guerra di civiltà e di religioni.

Sembrate particolarmente angosciati da questi rischi potenziali.

Pierre Lellouche. Ciò che mi angoscia, è che le democrazie sono totalmente divise di fronte a queste sfide. Il campo democratico è esploso in Europa, è esploso alla NATO, esploso tra la Francia e gli Stati Uniti, che sono comunque due democrazie sorelle, portatrici di messaggi universali.

I miei colleghi dicono: stiamo per avere un'America completamente sregolata, rispetto alle normali reti delle alleanze multilaterali. Sarebbe un animale completamente nuovo, militarmente invincibile ma vulnerabile. Lo dico chiaramente: attenzione a non mettere addosso a George Bush qualcosa che esisteva fin dalla caduta del muro di Berlino, cioè un'America sempre più unilaterale. Si era già vista Washington sotto Clinton rifiutare la Corte penale internazionale, il trattato di interdizione sulle prove nucleari, si è visto il disprezzo con il quale era trattato tutto ciò che poteva somigliare a delle costrizioni politiche e giuridiche.

Ma l'America non è un grande Frankenstein che sfonda tutto al suo passaggio. Ci sono enormi contrappesi democratici nella società americana. Inoltre, noi europei, avremo l'America che ci meriteremo.

In altri termini, non bisognava minacciare il veto?

Pierre Lellouche. Si può utilizzare perfettamente il diritto di veto. Ma bisogna sapere cosa si vuole. Se l'obiettivo era di evitare la guerra, non lo si è raggiunto. Se l'obiettivo era di rafforzare l'ONU, allora l'atteggiamento adottato ha portato non solo gli americani ad ignorarlo, ma la minaccia del veto li porterà ancora di più ad essere, nell'avvenire, più unilaterali. Dal lato americano, non si vorrà mai più prendersi il rischio di trovarsi invischiati e battuti dalla diplomazia francese. L'inconveniente è che vincendo per KO, la diplomazia francese ha minacciato il suo ultimo veto. È molto improbabile che gli americani si rimetteranno mai più in una situazione dove rischierebbero di farsi "vetare" da chicchessia.

Gli storici poseranno uno sguardo molto severo su questo episodio. A partire da adesso, la forza sarà utilizzata all'infuori dell'ONU. E ciò è grave. Di più, si è fatta implodere l'unione europea in modo spettacolare. Quale zanzara ha pizzicato i media ed i politici francesi per farli mettere a sparare sul solo vero europeo di tutta la classe politica britannica, Tony Blair! Il solo favorevole alla moneta unica, il solo che, decidendo di costruire due portaerei, ne dà una all'industria francese. Di inglesi come lui, non ne conosco altri!

Si vede lo smarrimento, l'indebolimento delle alleanze, il caos potenziale. Queste evoluzioni sono ineluttabili? Le leadership sono all'altezza?

Pierre Hassner. Voglio precisare prima di tutto che sono complssivamente d'accordo con la critica della posizione francese. Ha finito per rinforzare i falchi americani, indebolire l'ONU e togliere l'ultima possibilità, molto sottile, di vedere la questione irachena limitata al solo disarmo. Resta il fatto che non si può ignorare che Richard Perle e Paul Wolfowitz volevano andare in Iraq ad ogni costo. Qui sono in disaccordo con Pierre Lellouche. Non è a causa della Francia che oggi ci troviamo qui. Perle ha un profondo disprezzo per tutti gli europei. C'è uno spirito molto inquietante in una parte dell'amministrazione americana che, in seguito ad una serie di avvenimenti - ai quali abbiamo contribuito - ci guarda dall'alto in basso.

Per molto tempo?

Pierre Hassner. Non dico in eterno, né che questo riguarda tutta l'America. Ma gli Stati Uniti hanno portato l'Europa al battesimale col piano Marshall. Sono diventati ambivalenti sotto Kennedy, poi con Kissinger, ora sostenitori del mercato comune ma non dell'indipendenza europea, ora l'opposto. Adesso è chiaro: sono contro. Tentano di dividere gli europei. Anche lì, abbiamo fatto il loro gioco. L'idea di un Murdoch - proprietario della catena americano Fox News e del Times londinese - come di tutti i neo-conservatori americani, è quella di staccare la Gran Bretagna dall'Europa. E' per questo che non bisognava lasciare Blair solo di fronte a Bush. Forse ciò che è accaduto era inevitabile, perché gli inglesi sono legati troppo strettamente agli Stati Uniti. Ma sarebbe stato estremamente importante provare a preservare qualche cosa del trio anglo-franco-tedesco senza il quale non c'è Europa politica e di difesa.

Francois Heisbourg. Ma non è stata la Francia che ha fatto fallire la moderazione! Sì, i responsabili americani attuali hanno un totale disprezzo per gli europei. Del resto, in questa crisi, ciò che contava, per essi, era la Turchia, "il solo paese musulmano democratico". Purtroppo, quando questa democrazia si esprime, il 93% dei sondati sono contro la guerra americana in Iraq. Ed il suo Parlamento rifiuta agli americani i favori che vogliono. No, qualunque siano stati gli errori di manovra dei francesi e le peripezie ONU, gli americani volevano fare la guerra in Iraq appena fossero stati militarmente pronti.

Ogni volta che paesi che non sono stati trattati, come la Francia, da scimmie capitolarde o da topi arroganti, il Canada o il Cile per esempio, hanno proposto delle formule di compromesso, sono stati congedati da Washington. Il Canada, il 28 febbraio, propone di fissare un ultimatum al 28 marzo. In cinque minuti, la Casa Bianca dice "niente da fare". Il Cile tenta a sua volta, stessa reazione. Infine Tony Blair, alle strette, propone di allungare il calendario degli ispettori. Rumsfeld dice allora: chi se ne importa, faremo la guerra da soli. Lunedì scorso ancora, prima che gli iracheni avessero risposto al loro ultimatum, gli americani hanno fatto sapere che anche se Saddam Hussein ed i suoi figli se ne andavano, le loro forze sarebbero comunque entrate a Bagdad. Incredibile!

Anche se i francesi avessero manovrato di un modo cauto quanto la Russia, con migliore destrezza tattica, un profilo più basso dei Russi e dei cinesi, il risultato - il grande scisma d'occidente - avrebbe avuto luogo ugualmente. In quanto alla profondità di questo scisma, sono d'accordo con Pierre Lellouche. La situazione è molto grave. Ma temo anche che nell'immediato dopoguerra dell'Irak, dovremo gestire una nuova crisi, questa volta a sfondo nucleare, tra l'India ed il Pakistan. E stiamo sempre appesi ad un atto di iperterrorismo di Al-Qaida.

Pierre Lellouche. Il problema che abbiamo, per evitare una sbandata americana, è che non c'è contrappeso europeo. Francois Heisbourg lo sa bene, gli europei tutti assieme contano quanto il 40% del bilancio della difesa americana. Il quale è solamente il 3,5% del loro PIL. Nella difesa, lo scarto delle somme spese in ricerca e sviluppo tra europei ed americani sono di 1 a 7. Risultato: del punto di vista del neoconservatore americano, l'Europa cos'è? Dei tipi che parlano, ma non sono mai là quando c'è un problema.

Ora ritorniamo all'Iraq. Permettetemi di non essere d'accordo sulle intenzioni di Saddam Hussein di disarmare. Se avesse scelto tra il suo regime ed i suoi arsenali, questa guerra non avrebbe avuto luogo. Una cosa è certa: saremmo stati, noi francesi, noi europei, infinitamente più coerenti e credibili nella nostra gestione del calendario se avessimo avuto delle forze pronte ad andare sul campo.

Ma ciò non immunizza dai disaccordi politici.

Pierre Lellouche. Certo, gli americani volevano dall'inizio fare la guerra e, noi, non volevamo farla, per ragioni strategiche del resto rispettabili. Gli uni credono che la strada di Bagdad conduca ai wahhabiti ,che è un passaggio obbligato per "riplasmare" il Vicino-Oriente, o ripulirlo. Dal lato di Parigi, la peggiore delle assurdità è lanciarsi in una guerra in pieno mondo arabo, oggi, mentre è attraversato da ogni tipo di forze pericolose. Ma, adesso, ci siamo. E noi siamo divisi profondamente. Viviamo la conclusione di due logiche conflittuali delle quali la prima vittima è l'ONU. Da due mesi, sono disperato assistendo ad una corsa alla collisione di due logiche, che è stata alimentata dalle due parti. Questo deve farci meditare sui meccanismi di scatenamento delle guerre.

Di quale guerra parla? Della guerra in Iraq?

Pierre Lellouche. No, parlo delle grandi guerre, dello scatenamento delle grandi guerre!

Pierre Hassner. Andiamo verso anni di vacche magre. Non vedo una vera possibilità di riconciliazione nel trio Bush-Chirac-Blair. Allo stesso tempo, non sono per la politica del tanto peggio tanto meglio. Mi auguro che la guerra sia veloce, che il popolo iracheno non soffra troppo e sia sbarazzato di Saddam Hussein. Ma l'ambizione imperiale americana è pericolosa. Voglio credere che ci sarà un ritorno del pendolo, perché l'America non ha la vocazione di ricolonizzare dopo i vecchi colonizzatori. Non occuperà parecchi paesi arabi o musulmani per quarant'anni, come ha fatto in Germania ed in Giappone. Gli americani si diranno, dopo un po', che hanno bisogno degli europei. In compenso, la NATO di papà è morta.

Ora si deve continuare a gestire la lotta contro il terrorismo, un certo numero di problemi di questo tipo. Sull'Iraq, Bush esibisce una straordinaria retorica: l'ONU e l'Europa, dice, possono "tornare sui loro passi" se pagano per la ricostruzione. Dilemma! Si era contro questa guerra, l'avete fatta malgrado noi, ed adesso ci chiedete di passare alla cassa e di lavare le stoviglie! Bene, in futuro bisognerà fare insieme le cose, non lasciare gli americani soli. Questo è il problema che abbiamo di fronte.

In seguito il confronto è diventato di tipo quasi personale tra Blair, Bush e Chirac. Ciò che si può fare è provare, da una parte, ad abbassare il tono, dall'altra a ricucire gli strappi tra europei per preparare il nostro futuro. Il multilateralismo era buono per la guerra fredda. Adesso, l'America non ha bisogno di nessuno. Il Kosovo è stato un successo, ma questa configurazione non si riprodurrà più. Purtroppo, non c'è gran che da fare con l'attuale amministrazione Bush.

Ci sarà, spero, molto da fare con un amministrazione Bush ch si sia placata. George Bush è comunque un politico, ha scelto di dare una chance a Colin Powell una o due volte. Questo potrebbe succedere ancora, per pressioni del corpo elettorale, o del suo proprio entourage. Ma non nella fase attuale...

Quando parlate di "riparare", di colmare il fossato creato nel campo occidentale, pensate alla cornice dell'ONU?

Pierre Hassner. Pensavo piuttosto all'Europa ed alle relazioni transatlantiche. In quanto all'ONU, la sua riforma è inevitabile. Non è possibile oggi, perché gli americani farebbero tutto per cacciare la Francia dal suo seggio permanente. L'ONU resterà molto prezioso per i problemi di mantenimento della pace, quando saremo a quel punto. Ma, per ciò che riguarda l'articolo 7, le speranze di vedere una ONU diventare il "Parlamento" di un mondo più armonizzato, con la sua Corte permanente per giudicare i contravventori, no; non si ritornerà oramai più al vecchio ruolo che l'ONU ha avuto durante la guerra fredda.

Francois Heisbourg. Effettivamente, i vecchi legami delle alleanze permanenti di difesa sono oramai dietro noi. In compenso, ci sono due argomenti sui quali americani ed europei avranno interesse a convergere di nuovo. Il primo, è la Corea del Nord. L'argomento è gravissimo. Questo paese vende qualsiasi cosa a chiunque. Il giorno in cui i coreani avranno anche dei buoni artificieri e sufficiente materia fissile da vendere, ne venderanno. Là, c'è un vero problema di proliferazione mercantile e le due parti hanno interesse a lavorare insieme.

Secondo argomento, l'Iran. Questo paese, forse in reazione alla dottrina Bush, mostra in modo abbastanza deliberato agli ispettori dell'agenzia internazionale dell'energia che ha anche delle centrifughe. Certamente, a "fini pacifici" - ma si sa che questo genere di arnesi non ha fini pacifici. Tehran rischia di uscire, come ha fatto la Corea del Nord, dal trattato di non proliferazione. Se un secondo paese esce del TNP, temo che il regime internazionale che ha contribuito a trattenere una buona parte degli Stati del mondo a non considerare l'opzione nucleare, crollerà. Dei nuovi paesi partiranno dal principio che si devono dotare anch'essi di armi nucleari.

Europei ed americani avranno interesse a coordinare strettamente i loro politici per evitare questo. Queste domande dovrebbero portare logicamente a delle alleanze di opportunità.

Cosa dite sulla ricostruzione dell'Iraq?

Francois Heisbourg. Gli americani non ci offriranno dei contratti di ricostruzione. Non li danno del resto neanche ai britannici! Le loro richieste d'offerta per un miliardo di dollari, già lanciate, per la ricostruzione dell'Iraq, sono state aperte solamente alle imprese americane.... Ma, più inquietante è che i nostri intellettuali ed i nostri responsabile politici non hanno intrattenuto nessun dialogo con le vittime arabe di Saddam Hussein. Coi curdi, sì. Ma chi ha nutrito il dialogo con i futuri dirigenti della diaspora irachena? Questo è stato un vero errore. Si può criticare la guerra americana in Iraq - ed io lo faccio. Ma non si ha il diritto di mettere sotto la suola delle scarpe la bandiera dei diritti dell'uomo. Oggi, quelle persone non si rivolgeranno spontaneamente verso di noi.

Ultimo punto: l'Europa. Non si può partecipare ad un gioco se non si ha di che cosa mettere nel piatto. Le cifre ricordate da Pierre Lellouche sulle spese militari europee sono esatte. Peraltro, l'Europa-potenza non esiste a 15, esisterà ancora meno a 25. L'Europa-potenza, in quanto impresa dell'unione tutta intera, ebbene è finita. Se vogliamo avere qualcosa da "mettere nel piatto", bisognerà fondere certi mezzi di difesa e della diplomazia dei paesi del nocciolo europeo. Occorrerà, per esempio, fare passi avanti sui mezzi di mobilità strategica.

Facile a dirsi, ma come?

Francois Heisbourg. Si potrebbe cominciare dalla Francia e dalla Germania, perché questi paesi sono fondamentalmente più disposti a considerare questo tipo di misure che i britannici. Sarebbe certamente meglio anche coi britannici. Ma, in termini di spese militari, la Francia, oltre la gendarmeria, spende pressappoco ciò che spende la Germania oggi. Siamo piuttosto nella corte della Germania che in quella degli inglesi in materia. Dobbiamo essere pronti a considerare dei trasferimenti di bilancio importanti verso l'unione - nella cornice di un trattato nel trattato. Se non lo si fa, si sarà rimandati ai nostri mezzi nazionali, nella cornice di una sovranità francese che non ha neanche le carte vincente della sovranità britannica, che può aggrapparsi ad una relazione speciale con gli Stati Uniti.

Pierre Lellouche. Si è effettivamente trascurato il problema dei diritti dell'uomo in Iraq, concentrandosi solo sul suo disarmo. È uno dei mali della risoluzione 1441. Se si fosse preso il problema sotto l'angolatura politica - come in Bosnia o in Kosovo - non staremmo probabilmente nella tragedia di oggi. Controllavamo quanti razzi erano distrutti ogni quindici giorni. Ora, il vero tema è che Saddam Hussein è un orrore. Avere messo sotto il tappeto i diritti dell'uomo in favore della parola d'ordine "non si cambia il regime" è stato un grave errore.

Adesso, la domanda è "come se ne esce"?. Tenderei a dire che le prospettive per ricucire il legame euro-americano non sono così evidenti. Il punto di interesse comune è naturalmente quello di salvare il trattato di non proliferazione. Secondo tema di accordo, la lotta contro il terrorismo. Europa e Stati Uniti saranno fatti segno di attacchi terroristici qualunque sia la conclusione della guerra in Iraq. Su questo argomento, la Francia esiste per gli Stati Uniti, e non in modo trascurabile. Le relazioni continueranno.

Al di là di questi punti d'accordo, cosa si fa?

Pierre Lellouche. La priorità è provare a costruire un'alternativa europea. Chi dice contro-potere dice che bisogna uscire dal politicamente corretto. L'Europa-potenza, questo immenso aggeggio a 25 o 27, una specie di grande Svizzera grassa e neutra, sarà incapace di agire. Uno degli elementi più ironici dell'affare iracheno è che, se si fosse applicato il modo operativo del PESC - politica estera e di sicurezza comune - proposto dalla Francia, col voto a maggioranza qualificata, saremmo stati messi in minoranza nell'Europa allargata, così come è concepita.

Oramai, quest'ipocrisia è saltata. Potremo dunque guardare a quelle cose come le si voleva guardare, dal lato francese, fin dall'inizio: da un lato delle cooperazioni rinforzate, dall'altro dei noccioli duri. Per questo bisogna riannodare prioritariamente le relazioni con l'Inghilterra. Anche lei ha bisogno di noi, per l'unione monetaria, per la sua presenza in Europa. E noi abbiamo bisogno di lei per ricomporre il trio franco-anglo-germanico senza il quale non c'è unione politica e militare. È il solo modo di mostrare agli Stati Uniti che c'è un contrappeso; e che abbia, nelle crisi future, i mezzi per esistere. E' un lavoro enorme!

E per ciò che riguarda le relazioni franco-americane?

Pierre Lellouche. Dopo quello che è successo, gli Stati Uniti vorranno punire l'alleato ricalcitrante una volta per tutte, e su tutti i piani: politico, economico, strategico, cooperazione nei campi sensibili. Le nostre relazioni non ripartiranno dunque facilmente. Anche avvicinarsi sarà difficile. Ci sarà un periodo estremamente duro. Bisogna lasciare passare un po' di tempo, mettere in sordina i propositi vendicativi e provare, per mezzi differenti e discreti, a riannodare i fili là dove si può. Non penso neanche che l'Europa ripartirà sulla base di un soprassalto dopo una crisi. Perché non è una crisi ordinaria. Lo scisma euro-americano è profondo. Lo scisma intra-europeo anche.

Intervista raccolta da Sylvain Cypel ed Alain Frachon

Articolo Apparso sull'edizione del 23.03.03

 

 

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