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Una serie di passi falsi dai negoziati di Camp David 

LEMONDE | 05.11.04 | 15h10

Nel 2000, il capo storico palestinese ha puntato sui legami della famiglia Bush coi dirigenti arabi nella speranza che Washington prendesse in considerazione gli interessi del suo popolo. Non si è accorto dell'ascesa dei neoconservatori.

Gerusalemme, dalla nostra corrispondente.

La scena si svolge poco più di quattro anni fa, a Parigi. In quell' inizio del mese di ottobre 2000, palestinesi ed israeliani sono riuniti sotto la guida degli americani nella capitale francese per tentare di rimettere in moto i negoziati di pace, che si sono svolti durante tutta l'estate a Camp David, negli Stati Uniti. In quella che si rivelerà essere una delle sue ultime manifestazioni di forza sulla scena internazionale, Yasser Arafat, il presidente dell'autorità palestinese, tenta allora di dettare le sue condizioni agli israeliani.

Quattro giorni prima, il 29 settembre, a Gerusalemme era partita l'Intifada Al-Aqsa. La violenza della repressione israeliana fece 65 vittime e migliaia di feriti in pochi giorni, inasprendo la collera della parte palestinese e dei suoi dirigenti. Incitato da Bill Clinton, il presidente americano, a calmare i suoi concittadini, il capo palestinese esige, prima di risedersi al tavolo dei negoziati, tre condizioni preliminari,: "Il rispetto del cessate il fuoco, il ritiro delle forze israeliane dai punti di frizione e la costituzione di una commissione di inchiesta internazionale" per determinare le responsabilità nello sviluppo delle violenze, così come riporta Charles Enderlin nel suo lavoro "Il sogno spezzato" (Fayard).

A dispetto della prosecuzione delle discussioni di pace per ancora alcune settimane, particolarmente nella città egiziana di Taba, nei due campi si scatenerà la violenza. In questo inizio di anno 2001, si aprirà un'epoca durante la quale il vecchio capo palestinese moltiplicherà gli errori di giudizio, i tentennamenti politici e le decisioni al momento sbagliato.

I negoziati infruttuosi di Taba hanno avuto luogo in un contesto particolare. Le elezioni israeliane si sarebbero svolte di lì a poco e Clinton, infaticabile promotore degli accordi di pace, era sul piede di partenza, dopo la disfatta del suo campo contro il repubblicano George Bush in novembre. Due elementi che hanno incitato il leader palestinese a temporeggiare. Commette allora una degli errori che influirà  più pesantemente sulla sua sorte per i quattro anni a venire.

Ricordando i legami del presidente Bush padre con la maggior parte dei dirigenti arabi e la conferenza di pace che egli impose a Israele a Madrid nel 1991, Arafat si aspetta molto dall'elezione del figlio quanto a comprensione degli interessi palestinesi. Una convinzione erronea: il nuovo presidente americano, circondato da consiglieri neoconservatori certamente vicini al Likud israeliano, si metterà in sintonia col nuovo primo ministro di Israele, Ariel Sharon, responsabile di questa formazione di destra.

Durante il primo anno del suo mandato, il contributo di Bush al regolamento del conflitto si rivelerà minimale e contrassegnata da un sostegno senza fallo al governo israeliano. Per la prima volta, nel maggio 2001, l'esercito israeliano utilizza degli aerei da combattimento F16 in rappresaglia ad un attentato-suicidio. Questo cambiamento di regime nella repressione israeliana suscita la riprovazione della comunità internazionale, ma non impedirà ad Israele di ricorrervi poi regolarmente, particolarmente per colpire la striscia di Gaza.

Sul campo, l'anno 2001 resta contrassegnato dai primi grandi attentati perpetrati dai kamikaze palestinesi in Israele. Una scelta tattica particolarmente controproducente, messa in opera dai militanti radicali palestinesi sostenuti, secondo gli israeliani, dal capo dell'autorità palestinese. Gli attentati dell'11 settembre 2001 che portano il terrorismo nel cuore degli Stati Uniti, faranno solamente inasprire il rigetto radicale di queste pratiche e rafforzare la vicinanza tra israeliani ed americani. A questo punto, commettendo un nuovo errore di analisi, Arafat non afferra al primo colpo il cambiamento geopolitico che gli attentati provocheranno. Servirà tutta la persuasione dei diplomatici europei per portare il vecchio capo palestinese a misurarne la portata esatta.

Conseguenza indiretta di questo nuovo clima mondiale, il 3 dicembre 2001, all'indomani di due attentati palestinesi, il primo ministro israeliano accusa Arafat di essere "il maggiore ostacolo alla pace nel Medio-Oriente" e qualifica l'autorità palestinese come "entità che sostiene il terrorismo". L'isolamento del responsabile palestinese nel suo quartiere generale di Ramallah, in Cisgiordania, inizia da quel giorno. Nel gennaio 2002, il fermo da parte della marina israeliana di un cargo che trasportava parecchie tonnellate di armi, destinate  secondo gli israeliani ai palestinesi,  contribuisce a gettare il discredito sul loro capo; quest'ultimo non riesce a convincere che non è implicato nell'affare.

Questo affare maschera, inoltre, uno dei rari successi ottenuti da Yasser Arafat dall'inizio dell'Intifada. Per  tre settimane, è riuscito a fare rispettare un cessate il fuoco dai differenti gruppi armati palestinesi, mentre Sharon esigeva "una settimana di calma" per rilanciare i contatti. La tregua sarà rotta dopo l'assassinio, il 14 gennaio, da parte degli israeliani, di Raed Al-Karmi, uno dei responsabile militari del Fatah, il partito di Arafat, in Cisgiordania. Gli attentati-suicidi riprendono a tutta forza, provocando la rioccupazione quasi totale della Cisgiordania per le truppe israeliane, a partire dalla primavera 2002.

L'isolamento diplomatico di Arafat si accelera in giugno. In un discorso giudicato fondante che riguarda la sua politica in Medio Oriente, il presidente americano fa della sua esclusione una condizione preliminare della creazione di un Stato palestinese. Spinto a fare le riforme dalla comunità internazionale, il dirigente, recluso da più di due anni, tenta di conservare tutti i poteri tra le sue mani, particolarmente il controllo dei servizi di sicurezza.

Costretto e forzato, accetta nel marzo 2003 la creazione di un posto di primo ministro al suo fianco. Questa decisione tardiva, salutata da Washington come "un passo positivo", è ritenuta in grado di sottrargli un certo numero delle sue prerogative. La sua messa in atto dimostrerà finalmente, una volta ancora, le sue reticenze, come all'epoca della composizione del governo diretto dal segretario generale dell'organizzazione di liberazione della Palestina (OLP), Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen. Il primo ministro, la cui azione non è stata molto sostenuta dagli americani ed ancora meno dagli israeliani, getta la spugna sei mesi più tardi. È sostituito da Ahmed Qoreï, alias Abu Ala, un personaggio abbastanza poco popolare e meno incline del suo predecessore ad opporsi al capo.

Segnato da tre anni di reclusione fisica e psicologica, tagliato fuori dalla maggior parte dei contatti internazionali che hanno costellato la sua vita politica dalla fine degli anni 1980, il vecchio capo palestinese commette un ultimo errore di giudizio, nel febbraio 2004. Mentre il primo ministro israeliano annuncia, nella sorpresa generale, la sua intenzione di evacuare la banda di Gaza entro la fine del 2005, schernisce il progetto di Sharon: "Diciassette colonie evacuate? E allora? Possono benissimo sostituirle con 170 di nuove"! L'idea del disimpegno unilaterale, sostenuta dalla comunità internazionale, occuperà tuttavia il centro della vita politica israeliana lungo tutto l'anno 2004, fino al suo voto da parte del Parlamento il 26 ottobre. Il 27, inizia l'agonia di Arafat.

Stéphanie Le Bars

• Articolo apparso nell'edizione del 06.11.04


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