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L'eliminazione di attivisti a Gaza, prima del ritiro unilaterale, mira a "santuarizzare" la Cisgiordania

LE MONDE | 23.03.04 | 18h11 

Gaza, dal nostro inviato speciale 

Le critiche, o le riserve, emesse dopo l'assassinio del fondatore del Movimento della resistenza islamica (Hamas), Ahmed Yassin, da parte di paesi abitualmente ben disposti nei confronti di Israele hanno messo in evidenza, lunedì 22 marzo, l'apparente mancanza di leggibilità della politica israeliana: il rilancio prevedibile delle violenze, mentre si parla di evacuare la striscia di Gaza. Per spiegare questa contraddizione, alti responsabili militari hanno dato il loro contributo, in modo insolito, in serata, per "vendere" al meglio l'operazione della mattina. 

"Bisogna fare comprendere ad Hamas che non ha niente da guadagnare con il terrorismo, anzi che i suoi dirigenti di rango più elevato sono suscettibili di pagarne il prezzo", ha così spiegato uno di loro. "Ma è una scommessa, l'assassinio dello sceicco Yassin non ha che una portata simbolica, è l'elemento più importante, più incontestato che è stato eliminato, quello che indicava la direzione da seguire. Qualcuno di insostituibile tenuto conto della sua storia. Indubbiamente, questa eliminazione modificherà il rapporto di forze dentro Hamas, ma in quale direzione, per il momento nessuno lo sa", ha aggiunto. 

Due dinamiche sono attualmente in corso dal lato israeliano: la gestione quotidiana dell'Intifada ed il progetto del primo ministro, Ariel Sharon, riguardo Gaza. La gestione dell'Intifada riguarda l'esercito, in funzione delle direttive date dal potere politico. L'eliminazione di Ahmed Yassin ne fa parte. Considerato come un bersaglio legittimo da quasi otto mesi, lo sceicco ha pagato tutto il prezzo dell'attentato contro il porto di Ashdod, un sito strategico per gli israeliani e, per questo motivo, una linea rossa da non superare. A torto o a ragione, questi ultimi attribuiscono a questa eliminazione capacità dissuasive. A questo si aggiunge la consegna di colpire il più possibile Hamas prima del ritiro da Gaza annunciato da Sharon. È in questo spirito che gli assassini mirati si moltiplicano, proprio come le incursioni destinate a provocare delle vere regolari battaglie, nel corso dalle quali l'esercito israeliano si aspetta di mettere fuori combattimento il più grande numero di attivisti possibile. 

RIPRENDERE L'INIZIATIVA 

Il piano di M. Sharon risponde ad imperativi politici: riprendere l'iniziativa nel momento in cui in Israele le pressioni e le critiche si moltiplicano e le relazioni di fiducia con gli Stati Uniti, presupposto importante per il primo ministro, sembrano un po' allentarsi. Questo piano s'impone alla logica militare, che può arrivare anche a prendere di contropiede, perché il ritiro unilaterale somiglia ad una disfatta sotto la pressione del "terrorismo". Ha la sua coerenza ed i suoi limiti. Nello spirito del suo autore, il ritiro è l'elemento di un baratto: Gaza contro la libertà d'azione in Cisgiordania, almeno per un tempo provvisorio ma destinato a durare. Ma dato che il primo ministro è stato costretto a spostarsi, il suo piano non è definitivamente stabilito ed oscilla tra diverse ipotesi (ritiro parziale o totale da Gaza, ritiro minimale basato sulla "chiusura di sicurezza" in via di costruzione, o ritiro massimo in Cisgiordania), che sono oggetto di serrati negoziati con gli Stati Uniti. 

Gli israeliani, in apparenza, non vedono contraddizioni o interferenze tra i due cammini, ciascuno dei quali ha la sua logica. Accavallamenti del genere hanno finito in passato per condurre ad un fiasco. La disfatta del candidato laburista, Shimon Peres, alle elezioni del maggio 1996, è stata a buon diritto imputata agli attentati di Hamas commessi alcuni mesi prima. Questi erano a loro volta la conseguenza dell'assassinio in gennaio a Gaza di Yehia Ayache, l'artificiere di Hamas ucciso dall'esplosione di un telefono minato, anche se per gli israeliani gli assassini di attivisti sono sempre apparsi legittimi a causa della passività dell'autorità palestinese di fronte al terrorismo. 

Gilles Paris 

• Articolo apparso sull'edizione del 24.03.2004


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