DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Dominique di Villepin, ministro francese degli affari esteri: "Occorre un sussulto della comunitÓ internazionale prima della scadenza del 30 giugno" 

Le Monde | 18.03.04 | 15h18 

Un anno dopo l'inizio della guerra in Irak direste, come romano prodi martedý, che il mondo Ŕ diventato meno sicuro? 

╚ un convincimento che non ho mai smesso di esprimere. Bisogna guardare la realtÓ in faccia: siamo entrati in un mondo pi¨ instabile e pi¨ pericoloso che richiede la mobilitazione della comunitÓ internazionale tutta intera. Si tratta al tempo stesso di rispondere alle minacce e di rifondare l'ordine internazionale. La nostra migliore carta vincente, la condizione dell'efficacia, Ŕ l'unitÓ. 

E' stata la guerra dell'Iraq a creare questa instabilitÓ mondiale?

Non semplifichiamo all'eccesso una realtÓ complessa. La guerra dell'Iraq non ha condotto questo mondo a una maggiore stabilitÓ. Restiamo ai fatti: il terrorismo non esisteva in Iraq prima della guerra; oggi, questo paese Ŕ uno dei principali focolai del terrorismo mondiale. Assistiamo alla moltiplicazione delle violenze, contro le forze della coalizione, contro gli iracheni stessi, come mostra l'attentato di ieri a Bagdad. Questo terrorismo ci riguarda tutti, la minaccia Ŕ oggi onnipresente. La tragedia di Madrid mostra bene che l'Europa non Ŕ risparmiata. La comunitÓ internazionale deve prendere delle misure e deve migliorare gli strumenti a sua disposizione per combatterla. 

Ci sta descrivendo un insuccesso completo dell'impegno americano in Iraq. Al contrario, che cosa vi sembra positivo in ci˛ che Ŕ stato fatto? 

Una oscura pagina della dittatura Ŕ stata voltata. Ma Ŕ urgente creare condizioni di sicurezza e di stabilitÓ duratura in Iraq. E' in atto una corsa di velocitÓ perchÚ questo terrorismo - Ŕ una delle sue caratteristiche - non smettere di evolversi. E' un virus opportunista, mutante: cambia, si adatta. Dobbiamo avanzare continuamente e ancora pi¨ rapidamente. 

La mia convinzione Ŕ che bisogna ritrovare lo slancio che aveva condotto la comunitÓ internazionale a mobilitarsi all'indomani dell'11 settembre. L'azione militare in Afghanistan, condotta sotto l'egida delle Nazioni unite, ha raggiunto i suoi obiettivi. ╚ stata decisa nella cornice di una strategia chiara che mirava a mettere fine al regime dei talebani, che sosteneva il terrorismo. Bisogna riprendere l'iniziativa adesso e trovare delle nuove risposte adattate ad un terrorismo oggi esploso e mondializzato, che si muove sia sul piano locale, sia planetario. 

Sull'Iraq non c'Ŕ l'unitÓ della comunitÓ internazionale: le dichiarazioni di Zapatero, che annuncia un rimpatrio del contingente spagnolo, non hanno piuttosto ravvivato i disaccordi? 

╚ un pessimo processo. Di fronte al terrorismo che cerca continuamente di dividere la comunitÓ internazionale, la nostra migliore arma Ŕ l'esigenza di veritÓ e di azione; Ŕ rimanere fedeli ai nostri principi, ai nostri valori ed al diritto. Le dichiarazioni di Zapatero sottolineano bene la necessitÓ di un sussulto della comunitÓ internazionale, di un lavoro collettivo prima della scadenza del 30 giugno. Dobbiamo tutti mobilitarci per combattere il terrorismo, per una cooperazione rafforzata in materia di polizia, di giustizia, di informazione. Bisogna perseguire anche l'obiettivo dello smantellamento delle reti finanziarie. 

La nostra determinazione Ŕ totale. Ma non ci sarÓ sicurezza possibile se non prendiamo in considerazione la specificitÓ del terrorismo, che Ŕ quella  di nutrirsi di tutte le crisi del mondo, dell'umiliazione, dell'ingiustizia, della povertÓ. ╚ dunque imperativo offrire soluzioni politiche a queste crisi. ╚ vero in Iraq come nel Vicino Oriente. 

C'Ŕ a suo dire qualche incertezza sulla data stessa del 30 giugno? 

Tutti sono coscienti dell'importanza di rispettare questa data. Ma Ŕ imperativo che questa segni un ritorno ad una reale sovranitÓ che garantisca dei veri poteri agli iracheni. Non ci siamo ancora. Bisogna dunque accelerare. 

Avete proposto una conferenza internazionale. Ma non Ŕ diventata una panacea in questa regione? 

╚ uno strumento essenziale di dialogo e di mobilitazione. All'indomani della guerra in Afghanistan, la conferenza di Bonn ha permesso alla comunitÓ internazionale di radunarsi per portare il suo sostegno ad un piano di regolamento. 

Per l'Iraq, bisogna riuscire a chiudere una triplice dinamica. Occorre una dinamica interna, un processo politico, per fare vivere insieme tutti gli iracheni. La seconda dinamica Ŕ regionale. Non si pu˛ garantire l'unitÓ dell'Iraq e non si pu˛ giungere alla riconciliazione in questo paese senza l'appoggio degli Stati vicini. Infine, occorre una dinamica internazionale affinchÚ l'insieme dei paesi della comunitÓ mondiale partecipi alla ricostruzione politica ed economica della nazione irachena. 

Da qui al mese di giugno abbiamo degli appuntamenti particolarmente importanti: il vertice Unione europea - Stati Uniti, il sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, il vertice del G8, il Consiglio europeo, il vertice NATO, ed infine il 30 giugno in Iraq. Lavoriamo insieme in modo che non siano i terroristi a dettare l'agenda. 

Pensate che gli Stati Uniti possano mostrare qualche evoluzione in proposito? 

╚ l'interesse di tutti: degli Stati Uniti, dell'Europa, come idel Medio Oriente. Un paese, qualunque sia la sua potenza, non pu˛ assicurare nÚ garantire da solo la sicurezza del pianeta. Occorrono decisioni collettive, fondate sulla concertazione. Bisogna trattare oggi questioni che sono rinviate eternamente a domani. E' per questo che la Francia ha proposto delle riunioni di emergenza dell'unione europea e del Consiglio di sicurezza. 

Quale potrebbe essere il contenuto di una nuova risoluzione? 

Il voto di una risoluzione al Consiglio di sicurezza pu˛ essere utile solamente se definisce il cammino da seguire, se fissa un calendario e degli impegni, e non si accontenta di avallare delle decisioni giÓ prese. La legittimitÓ non pu˛ andare avanti senza la responsabilitÓ. 

Non abbiamo pi¨ tempo da aspettare: bisogna determinare le modalitÓ di designazione di un'autoritÓ irachena interinale e realmente rappresentativa. Il governo che si metterÓ in piedi il 30 giugno deve beneficiare di una sovranitÓ reale. La posta Ŕ della massima importanza. PerchÚ le decisioni che impegnano oggi l'Iraq ed il Vicino Oriente sono delle decisioni che ci riguardano tutti. 

L'avvento di un governo sovrano in Iraq Ŕ compatibile col mantenimento delle forze attuali, anche se non si chiamassero pi¨ di occupazione? 

La situazione sarÓ completamente differente. StarÓ al governo iracheno assumersi le sue responsabilitÓ nell'organizzazione della sicurezza. Saremo in un regime di sovranitÓ, con l'appoggio di tutta la comunitÓ internazionale. In questa cornice, il mantenimento della forze avrÓ un altro significato. Una forza richiesta dallo stato sovrano iracheno, su mandato delle Nazioni unite, e stabilita in accordo con gli Stati della regione, avrÓ allora tutto il suo spazio. 

Non per i terroristi, non per l'iracheno lambda. 

Non dico che tutto sarÓ sistemato dall'oggi al domani. Lo sradicamento del terrorismo sarÓ un affare lungo, complicato, difficile. 

Ad ogni modo, il nostro interesse comune Ŕ fare della scadenza del 30 giugno un successo, partendo dal piede giusto: una sovranitÓ irachena ritrovata che apre la strada, fino a elezioni libere. 

Concretamente, molti iracheni temono che a un ritiro delle truppe americane seguirebbe una guerra civile. 

Non c'Ŕ purtroppo garanzia in questo campo. Una guerra civile pu˛ esplodere, anche con una forte presenza militare sul campo, la cui capacitÓ di azione Ŕ limitata dall'insicurezza crescente. L'importante Ŕ dunque ricreare una cornice politica legittima e rappresentativa alla quale tutti gli iracheni possano aderire. 

Succede per˛ che l'amministrazione Bush ha innanzitutto un calendario elettorale da gestire. 

In questa crisi, l'interesse di ciascuno si unisce all'interesse generale. Oggi, negli Stati Uniti si Ŕ consapevoli che nessuno meglio delle Nazioni unite pu˛ sbloccare la situazione in Iraq. Non Ŕ un caso che co si rivolga a Kofi Annan per chiedergli di mandare sul posto Brahimi. Mi auguro che questo ruolo dell'ONU possa intensificarsi in una cornice chiaramente definita. Per accelerare questo processo, occorre un calendario di lavoro lavoro accelerato. 

Vi consultate sul piano americano del "Grande Medio Oriente?" 

Completamente. Bisogna andare avanti nella via delle riforme, preoccupandosi di sviluppare una vera partnership con i paesi della regione, attenti al dialogo, alla tolleranza e al rispetto. Dobbiamo rispondere alle aspirazioni dei popoli del Medio Oriente prendendo in considerazione le situazioni di ogni paese, difendendo l'esperienza della partnership euromediterranea e senza dimenticare certamente la precedenza che ha la soluzione del conflitto arabo-israeliano. 

Resta il problema della sicurezza. ╚ il pi¨ difficile. Alcuni strumenti esistono giÓ, in seno all'unione europea e alla NATO. Siamo pronti a rafforzarli, particolarmente il dialogo mediterraneo dell'alleanza atlantica. Certi hanno intenzione di andare pi¨ lontano conferendo un ruolo diretto alla NATO in Medio Oriente. Bisogna imboccare questa via? La Francia, da parte sua, esprime delle riserve. Dobbiamo stare attenti ad evitare tutto ci˛ che possa apparire come inutile provocazione, alimentando la diffidenza, il risentimento, la frustrazione. 

Ritiene le evoluzioni positive libiche ed iraniane una delle conseguenze della guerra contro l'Iraq? 

Ogni situazione ubbidisce alle sue proprie regole. Nel caso della Libia, siamo di fronte ad un paese che, giÓ da qualche tempo, cerca di ritornare nella comunitÓ internazionale. Vuole giocare la carta della trasparenza. ╚ un passo volontario che va nella giusta direzione. 

Influenzato forse dall'immagine di Saddam Hussein estratto dal buco? 

Era un cammino giÓ in corso prima dell'arresto di Saddam Hussein. Il caso dell'Iran Ŕ diverso. La Francia, con la Germania ed il Regno Unito, ha voluto proporre alle autoritÓ iraniane un dialogo rigoroso e costruttivo per uscire della crisi della proliferazione nucleare. Questo dialogo ha giÓ prodotto risultati importanti. Merita di essere proseguito, senza compiacenze, ma con senso di responsabilitÓ. Nessuno uscirebbe vincitore da un confronto: nÚ l'Iran, nÚ la regione, nÚ la comunitÓ internazionale. 

Intervista raccolta da Franšois Bonnet, Mouna Na´m e Claire TrÚan 

Ľ Articolo apparso sull'edizione del 19.03.04 


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