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Alla vigilia dell'allargamento dell'unione, la crescita nella zona euro non decolla 

LE MONDE | 30.03.04 | 14h03 

I Quindici si confessano incapaci di mantenere gli obiettivi di competitività fissati per il 2010. 

Bruxelles, dal nostro ufficio europeo 

A dispetto di una crescita sostenuta negli Stati Uniti ed in Asia, il commissario europeo incaricato degli affari economici e monetari, Pedro Solbes (previsto come prossimo ministro spagnolo delle finanze), ha riconosciuto lunedì 29 marzo che la ripresa resterà "relativamente moderata" in seno alla zona euro, in questo anno dell'allargamento. 

Anche se prevede un'accelerazione progressiva nel secondo semestre 2005, con una crescita compresa tra il 2% e il 2,5%, la commissione non nasconde le sue preoccupazioni: "Le prospettive a breve termine sembrano recentemente un po' più incerte", si osserva a Bruxelles, particolarmente a causa della "debolezza persistente dei consumi." 

Se gli investimenti tendono a ripartire timidamente, anche la crescita del morale degli imprenditori marca il passo dall'inizio dell'anno. E' indietreggiato in Germania. La crescita quest'anno dovrebbe essere attorno allo 1,7%, sospinta dalle esportazioni. La mancata crescita dovuta all'apprezzamento dell'euro rispetto al dollaro è per il momento, secondo gli esperti, compensata dal forte aumento della domanda mondiale. 

A questo ritmo, l'unione non sembra in condizione di beneficiare del dinamismo dell'economia mondiale per mantenere l'impegno preso dai suoi dirigenti, nel 2000 al Vertice di Lisbona, di diventare la regione più competitiva del pianeta in dieci anni. La famosa "strategia di Lisbona" che spinge gli Stati membri a vaste riforme per adattarsi all'economia della conoscenza e creare posti di lavoro, è in fase di ristagno. 

"Il bilancio è mitigato", hanno riconosciuto i capi di stato e di governo il 26 marzo, a Bruxelles, lasciando intendere che l'unione ha oramai poche speranze di mantenere i suoi obiettivi da qui al 2010. "Credo che sarebbe più onesto confessare che non saremo in grado di raggiungere gli Stati Uniti ed il Giappone da qui alla fine del decennio", osservava alla vigilia del Vertice Romano Prodi, il presidente della Commissione. 

LA STRATEGIA DI LISBONA 

In quattro anni alcuni progressi sono stati realizzati. Il tasso di occupazione, ovvero la quota di lavoratori attivi rispetto all'insieme della popolazione in età di lavorare, ha progredito dal 62,5% al 64,3% tra 1999 e 2002. Ma si è ancora lontani dal 70% nel 2010. Medesima prestazione negativa per quel che riguarda il tasso di impiego delle donne (il 55,6% contro l'obiettivo del 60%, e di quello dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni (il 40,1%, contro un obiettivo del 50%). 

L'aumento di produttività rimane peraltro troppo debole: il tasso di crescita della produttività pro capite per persona attiva ristagna dalla metà degli anni 1990. Fluttua tra +0,5% e +1%, contro un +2% negli Stati Uniti. Questo scarto sarebbe dovuto in particolare allo sviluppo meno veloce delle nuove tecnologie ed alla scarsità di investimenti nella ricerca. L'Europa non dedica a questo settore che l'1,9% del suo prodotto interno lordo, contro un obiettivo del 3% nel 2010, ed il 2,7% negli Stati Uniti. 

Al di là delle cifre, è il metodo che è in questione, nel momento in cui i dirigenti europei si chiedono come rilanciare la strategia di Lisbona. Guy Verhofstadt, il primo ministro belga, ha proposto all'epoca del Vertice di "mettere in opera degli strumenti più costrittivi, come si era immaginato per il mercato unico". Maggioritariamente a sinistra, i governi europei tra cui quello di Lionel Jospin - allora primo ministro di Jacques Chirac - avevano nel 2000 posto l'accento su orientamenti fortemente ispirati dalle posizioni del neo-laburismo di Tony Blair e del conservatore spagnolo José Maria Aznar: apertura alla concorrenza nei servizi pubblici; incoraggiamento ai comportamenti più virtuosi, particolarmente in materia di investimenti nella ricerca e nell'insegnamento; riforma dei sistemi sociali per tenere conto del nuovo dato demografico. 

Sono state prese importanti iniziative, non per tutti scontate. Telecomunicazioni, trasporto delle merci, energia: alcuni settori sono stati aperti radicalmente alla concorrenza. Ma questi cambiamenti entrano in vigore negli Stati membri a volte più, a volte meno rapidamente. Certi tardano a trasporre le numerose legislazioni comunitarie ispirate dalla "strategia di Lisbona." 

"UN RITMO MOLTO LENTO" 

I governi fanno soprattutto fatica a intraprendere, su base volontaria, le riforme strutturali di cui soli hanno competenza. "Le riforme necessarie si mettono in campo ad un ritmo molto lento e non vanno spesso abbastanza lontano", si ritiene nell'entourage di Solbes. Mentre la disoccupazione rimane notevole in molti paesi, i cantieri della riforma delle pensioni o dei sistemi sanitari suscitano preoccupazioni. La loro messa in funzione è impopolare, come mostrano le elezioni francesi e le tensioni suscitate in Germania per il programma di riforma "2010" del cancelliere Schröder. 

Philippe Ricard 

• Articolo apparso nell'edizione del 31.03.04 


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