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La Costituzione europea in discussione

LE MONDE.FR | 11.04.05 | 10h02 • aggiornato il 11.04.05 | 19h31 

L'intero dibattito con Henri de Bresson, responsabile dell'ufficio Europa di "Le Monde", lunedì 11 aprile 2005

Kabinda: Della Costituzione si sente dire tutto ed il suo contrario da parte dei pro e degli anti. Questo non dipende dalla vaghezza di alcuni dei suoi articoli? 

Henri de Bresson: Gli articoli non sono vaghi. Ma è vero che ogni Costituzione è qualcosa di complicato. Quella della V Repubblica non è più semplice, anche se è più corta. Dietro il dibattito sulla Costituzione, c'è il dibattito sull'Europa, su ciò che deve essere, gli obiettivi che ciascuno lega alla costruzione europea. Ed è questo dibattito che rende le cose vaghe. 

Isit: Secondo lei, il dibattito attuale sui progressi o regressi sociali legati alla Costituzione è determinante? E perché così tanti argomenti contraddittori? 

Henri de Bresson: Non c'è nessuno elemento che sia determinante di per se stesso, ma questo è probabilmente uno degli sfondi più importanti nel dibattito sulla Costituzione. C'è tutto un contesto politico che ha avuto un peso in questi ultimi mesi, coi problemi di crescita, i deficit della Francia e della Germania che sono usciti del patto di stabilità della zona euro. C'è stata soprattutto la crescita della disoccupazione in Germania ed in Francia. Si sa che il dibattito in Francia sulla Costituzione è legato molto anche alle questioni legate all'allargamento. 

Tutte queste questioni, infatti, sono state motivo di preoccupazione perché ci si è chiesti se questo non finisse per rimettere in discussione tutto il sistema di garanzia di protezione sociale della società francese. E' questo il quadro generale in cui si iscrive la discussione sulla Costituzione. 

Gli esperti che hanno lavorato sulla Costituzione, particolarmente i membri di sinistra della Convenzione, che hanno negoziato il progetto della Costituzione sotto la presidenza di Giscard d'Estaing, hanno fatto il massimo per provare a vincere sulla questione del modello sociale europeo. Avevano ottenuto anche la creazione di un gruppo di lavoro speciale. 

Generalmente i sindacati europei, riuniti nella Confederazione europea dei sindacati, ritengono che c'è stato un progresso. La quasi totalità dei partiti socialdemocratici ritiene che c'è stato un progresso. Ci sono alcuni poli di resistenza nella sinistra del Partito socialdemocratico svedese, anche qualcuno tra i laburisti britannici, ma è soprattutto in Francia che si è sviluppata questa opinione: nella CGT, in un certo numero di sindacati, alla sinistra del PS, si ritiene che niente si sia fatto per l'Europa sociale. 

Per concludere, quelli che ritengono che ci sono stati dei progressi nella Costituzione partono in generale da ciò che c'era prima, nel trattato di Nizza, nel trattato di Roma. Quelli che sono contro partono da quello che vorrebbero ottenere in futuro. Evidentemente, si tratta di proiezioni che sono spesso molto politiche. 

Charlotte: Perché abbiamo bisogno di una Costituzione per l'Europa; perché oggi? 

Henri de Bresson: Perché si è arrivati ad un momento molto importante nella storia della costruzione europea. Si è passati da 15 paesi a 25, e si passerà da 25 a 30 paesi nei prossimi dieci anni, quando la Bulgaria, la Romania e probabilmente i paesi dei Balcani entreranno nell'Europa. Non parlo della Turchia né dei paesi del Caucaso, dei quali si vedrà in seguito cosa fare. Per i 25 paesi, si tratta di trovare un modo di funzionare efficacemente per rispondere ai problemi politici che pone la mondializzazione. 

Quale è il posto di una politica estera e di difesa europea? Che cosa si deve fare non solo di fronte agli Stati Uniti, ma anche agli altri grandi paesi come la Cina, per esempio, di fronte ai grandi poli che stanno costituendosi nel mondo? Si sa bene che nessuno dei nostri paesi, da solo, potrà pesare in questo contesto, come era una volta vero per alcuni di essi: l'Inghilterra col Commonwealth, o la Francia col suo impero coloniale. Si sa che sul piano della sicurezza interna, di fronte all'immigrazione, di fronte ai problemi del terrorismo internazionale, della criminalità attraverso le frontiere, bisogna anche qui trovare il modo per coordinare le nostre azioni. 

Per fare tutto questo, servono strumenti istituzionali sia a livello esecutivo, sia a livello legislativo, in modo che si possa avere un controllo democratico sulle decisioni che saranno prese in nome dei 25. Ed è per questo che abbiamo bisogno di una Costituzione. Siamo rimasti troppo a lungo nel vago tra ciò che fanno i singoli governi e ciò che si fa a livello europeo, che è spesso fatto in modo opaco. Bisogna ritrovare la trasparenza. 

UNA COSTITUZIONE LIBERALE? 

Clb9: La Costituzione francese è lunga solo una ventina di pagine e non definisce le regole degli scambi economici tra le persone. Perché la Costituzione europea lo fa? 

Antho 25: Una Costituzione deve essere politicamente neutra, perché sia liberale? 

Henri de Bresson: Ricordatevi che quando si è votata nel 1958 la Costituzione della V Repubblica, gli elettori hanno votato per un progetto politico che era quello del Generale de Gaulle. La Costituzione della V Repubblica non è un monumento di letteratura, è stata utilizzata in seguito dai governi di destra e di sinistra, anche se la sinistra nel 1958 non voleva sentire parlare di questa Costituzione che gli sembrava instaurare dei regimi troppo autoritari, ecc. Abbiamo nella Costituzione attuale degli strumenti che permetteranno, anche qui, al dibattito democratico di progredire in Europa. 

Il Parlamento europeo avrà una possibilità di decisioni comuni molto più importanti. Successivamente è stato effettivamente necessario integrare nella Costituzione tutto quello che era già stato stabilito nei trattati precedenti e che costituiva il corpus dell'azione dell'Unione europea. Ma il punto non è sapere se è liberale o non liberale, è sapere soprattutto cosa l'Europa deve fare in quanto Europa, e cosa deve essere lasciato agli Stati nazionali. Ora, curiosamente, nelle critiche alla Costituzione, si rimprovera insieme alla Costituzione di mettere in pericolo l'esperienza sociale della Francia, e di non andare abbastanza lontano a livello europeo sulla politica sociale. 

Ogni paese ha negoziato in funzione delle sue tradizioni politiche, alcuni con governi di sinistra, altri con governi di destra. Si è arrivati all'enunciato di un certo numero di campi di azione, ed io penso che è così che si può discutere efficacemente per sapere se bisognasse o meno andare più lontano. A questo punto, oggi, si è arrivati ad un compromesso. Tra dieci anni, in funzione dell'evoluzione mondiale, probabilmente bisognerà andare più lontano. Ma per il momento, accontentiamoci di sancire il punto dove siamo arrivati oggi. 

Fired: Questo testo rafforzerà la libertà di circolazione dentro all'unione? E toglierà i divieti di installarsi e di lavorare nei paesi dell'UE che sono stati imposti ai 10 nuovi paesi entrati nella UE? 

Henri de Bresson: La libertà di circolazione dei beni e delle persone è sancita nella Costituzione europea dall'Atto unico che è stato negoziato all'epoca di F. Mitterrand, J. Delors, il cancelliere Kohl, la Sig.ra Thatcher. Il principio è acquisito, la messa in pratica è stata molto lunga fino alla soppressione delle dogane per le merci. 

Per la libertà delle persone, si progredisce poco a poco. Gli accordi di Schengen, negli anni 90, hanno permesso di togliere la maggior parte dei controlli alle frontiere interne per la circolazione delle persone. Questo nei paesi che avevano firmato gli accordi di Schengen. Perché si trattava allora, all'epoca, di un accordo non comunitario, ma all'inizio tra 7 paesi. Tutto ciò suppone che si armonizzino un certo numero di regole, le più importanti riguardo ai visti, le questioni dell'immigrazione, ecc. 

Nel negoziato sull'allargamento, i tedeschi e gli austriaci hanno chiesto, prima di firmare l'accordo di allargamento, un periodo transitorio di sette anni durante il quale i nuovi venuti non potrebbero beneficiare della libertà di circolazione che l'unione riconosce oggi per i suoi cittadini. Siamo in questo periodo, poiché l'allargamento è iniziato un anno fa. C'è una domanda dei paesi dell'Europa centrale di facilitare questi movimenti di persone, ma i paesi dei Quindici possono fare ciò che vogliono. Se oggi si volesse lasciare entrare o vietare l'arrivo di manodopera polacca in Francia, si può farlo ancora per sei anni. Ogni paese è responsabile di sé durante questo periodo. Ci si era posti la stessa questione col Portogallo e la Spagna che sono entrati nell'UE nel 1985. Si sono avute le stesse paure. E curiosamente, ci sono più Portoghesi e Spagnoli che sono tornati nel loro paese che il contrario. 

Una Costituzione laica? 

Albertleon: Sulla laicità e la Costituzione (articolo 52-3): secondo questo articolo, la Costituzione accorda un statuto ufficiale di interlocutori privilegiati alle Chiese, cosa che costituisce la fine del principio di laicità. Immaginiamo che uno dei 25 paesi riconosca come chiesa la scientologia o i testimoni di Geova o altri i raeliani, diventeranno anche essi degli interlocutori dell'Europa, o no? 

Henri de Bresson: Vi segnalo che questo articolo precisa anzitutto, nel suo primo paragrafo, che l'unione rispetta e non pregiudica lo status di cui beneficiano, in virtù del diritto nazionale, le Chiese e le associazioni o comunità religiose negli Stati membri. 
Seconda cosa: viviamo in Francia con due regimi differenti nei confronti delle Chiese. C'è quello della maggioranza della Francia che vive sotto il regime della separazione della Chiesa e dello Stato. E ci sono poi l'Alsazia ed una parte della Lorena che vivono sotto il regime del concordato che esisteva quando queste due regioni erano un possedimento tedesco. Ed a mia conoscenza, gli interessati non hanno mai rimesso in questione questo regime. 

Non vedo dunque molto bene dove possa stare una minaccia allo stato attuale di laicità in Francia. Che ci siano delle differenze tra i paesi europei su questa questione, è del tutto evidente. E la Costituzione non cambia da questo punto di vista niente della situazione attuale. Si tratta dunque piuttosto del mantenimento dello statu quo. 

Faccio notare che se i sostenitori del laicismo si sono preoccupati in Francia, durante il negoziato, ebbene questo è stato un argomento sul quale i partiti sia di sinistra sia di destra, salvo la destra nazionale francese, hanno fatto fronte comune davanti al desiderio di altri paesi come la Polonia o l'Italia di cambiare la regola. 

UN SERVIZIO PUBBLICO GARANTITO? 

Tibère: Quale è il futuro delle funzioni pubbliche nazionali? 

Henri de Bresson: Nella Costituzione si parla dei servizi di interesse generale e si riconosce che c'è una specificità europea a riconoscere ai suoi servizi di interesse generale un ruolo nell'UE. Questo fa parte del modello sociale europeo, contrariamente a quello degli Stati Uniti. La Costituzione fornisce dunque una base giuridica per conservare i servizi pubblici. Poi, si può discutere se questi servizi di interesse generale debbano restare del campo della funzione pubblica o se debbano essere dati a imprese o a società miste. 

Qui avrete delle risposte molto differenti da un paese all'altro. E le risposte si sono evolute molto anche in funzione delle epoche. La Sig.ra Thatcher ha sfasciato il servizio pubblico inglese in molti campi, e Tony Blair, nella sua campagna elettorale, deve tentare di ricostruire un servizio sanitario che funziona, dei trasporti che funzionino. Ci sono state in questi ultimi anni privatizzazioni in un certo numero di settori: il telefono, per esempio. 

Si comincia pure per la Posta. Ci sono molte discussioni sul trasporto ferroviario. I monopoli di fornitura di elettricità, come EDF, non sono più un modello in numerosi paesi, salvo la Francia. La decisione riguarda i governi nazionali, ma evidentemente, essi devono prendere delle decisioni in un contesto più ampio. Non si può volere custodire al tempo stesso EDF come monopolio pubblico e volere che EDF diventi un partner commerciale in altri paesi dove le regole sono differenti. Sono questioni di politica interna, ma come molte altre questioni, si evolvono in una cornice generale europea e mondiale che obbliga ai cambiamenti. 

Alla fine del conto, si tratta di assicurare una garanzia di servizio pubblico nei campi essenziali che sono la salute, i trasporti ed alcuni altri, a prezzi che non siano proibitivi per il consumatore. La funzione pubblica alla francese resterà, ma si evolverà, e certi servizi pubblici hanno cominciato già ad essere privatizzati anche se devono rispettare determinati impegni. Nessuno oggi si chiede più perché il telefono non è più un monopolio pubblico. 

Alice: I sostenitori del no ci dicono che un articolo della Costituzione prefigura il contenuto del direttiva Bolkestein. Che cosa ne pensa? 

Henri de Bresson: La libertà di circolazione dei servizi è stata riconosciuta nell'Atto unico, esattamente come la libertà di circolazione delle merci e delle persone. Si è andati avanti molto rapidamente per le merci, ma è stato più difficile per le persone. La discussione del progetto di direttiva Bolkestein mostra che ad ogni nuova tappa ci si deve misurare con problemi che non si erano previsti e che bisogna tenere in considerazione. La Costituzione riafferma infatti che non ci possono essere restrizioni alla libera prestazione di servizi entro l'UE verso i cittadini residenti all'estero degli Stati membri. 

Ma la Costituzione prevede anche che questa liberalizzazione richiederà del tempo e che fino a quando le restrizioni alla libera circolazione non vengono soppresse, gli Stati membri le possano applicare. 

Il dibattito attuale ci mostra che abbiamo bisogno di regole di funzionamento più trasparenti da parte del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione, per evitare che questo tipo di questioni vengano regolate tra le amministrazioni nazionali e le amministrazioni di Bruxelles senza il controllo dei Parlamenti. È per questo che la Costituzione rafforza precisamente i poteri del Parlamento e richiede che il Consiglio europeo, quando agisce sul piano legislativo, lo faccia con maggiore trasparenza. Si dispone anche di un nuovo elemento che è un diritto di petizione che permetterà, se si arriva a riunire un milione di firme in tutta Europa, di opporsi ad una decisione che appaia errata e di esigere una rinegoziazione. 

I RUOLI DELLE ISTITUZIONI 

Mathilde: Qual è la procedura prevista dalla Costituzione perché i governi nazionali possano influire sulle decisioni dell'Unione Europea? 

Henri de Bresson: Le decisioni dell'Unione Europea sono sempre state prese dai governi nazionali. La Commissione ha solamente un diritto di iniziativa, e poi di controllo e di gestione delle decisioni comunitarie. All'inizio, tutte le decisioni erano prese con il consenso tra i governi. Nel frattempo, un certo numero di settori sono diventati oggetto di gestione comunitaria. L'ultima in ordine di data è la politica monetaria per i dodici paesi della zona euro. 

Nella nuova Costituzione, una parte della politica estera e di sicurezza sarebbe determinata in comune. Una parte della politica di immigrazione lo è già. In questi settori, c'è un negoziato tra il Parlamento europeo ed i governi nazionali per decidere su ciò che si deve fare. La Commissione si vede conferire dei diritti per gestire un certo numero di politiche a nome dei governi. Nei casi dove le decisioni sono prese a maggioranza qualificata, ciò permette infatti di superare il problema dell'opposizione di alcuni Stati minoritari per potere andare avanti. In altri settori, degli Stati hanno voluto che la regola dell'unanimità sia mantenuta, particolarmente in materia di difesa, in materia sociale, ecc. 

Albertleon: Il diritto di petizione (iniziativa popolare) è talmente circondato da bizantinismi che non sarà applicabile. Non è d'accordo? 

Henri de Bresson: Quando su un argomento tanto importante come la direttiva Bolkestein ci sono dei movimenti sindacali molto potenti contrari, non si vede molto bene cosa potrebbe fermare una petizione. Siamo in una Europa di 350 milioni di abitanti, dunque riunire un milione di voti su una petizione non è molto complicato. Dopo di questo, il diritto alla petizione mette in moto dei meccanismi che non sono semplici. Non si tratta neanche di bloccare continuamente la macchina. 

Ma quando ci saranno petizioni di questa natura, i governi e la Commissione saranno obbligati a reagire politicamente. C'è infatti un certo numero di indicazioni sul modo in cui queste petizioni sono devono essere prese in considerazione, e non tutte riusciranno, ma non si potrà politicamente ignorare delle petizioni che raggiungano 1, 2 o 3 milioni di firmatari. 

Trusteram: Ma il ministro degli affari esteri dell'Unione potrà veramente parlare a nome dei 25 Stati membri? Se ci sono delle vedute difformi, parlerà a nome di una maggioranza di stati o dovrà tacere? 

Henri de Bresson: Il ministro degli affari esteri avrà due cappelli: quello di rappresentante dei governi, poiché egli siederà nel Consiglio europeo e presiederà il Consiglio degli affari generali che è il Consiglio dei ministri degli affari esteri. Siederà anche nella Commissione di cui sarà il vicepresidente, ed avrà a sua disposizione i mezzi finanziari di cui dispone attualmente il commissario incaricato delle relazioni estere. 
Questi gestisce, per esempio, i fondi per la ricostruzione dei Balcani. Avrà un bilancio dunque non trascurabile. 

Evidentemente, avrà in più un servizio diplomatico europeo che sarà composto di diplomatici dei paesi nazione e di diplomatici europei che saranno un tipo di laboratorio incaricato di definire quelle che potrebbero essere le ulteriori grandi linee dell'azione ulteriore. È chiaro che il loro ruolo sarà probabilmente quello di raccogliere consensi e, a poco a poco, quello di gettare le basi di una dottrina di politica estera e di difesa. Ma lo faranno sotto il controllo dei governi. In questi settori, ciascuno è geloso delle sue prerogative, e faccio fatica ad immaginare un ministro degli affari esteri europeo che lancia una politica che non sia accettata dai grandi Stati membri o da un gruppo importante di Paesi. 

Ci si pone spesso la domanda di sapere cosa sarebbe accaduto quando c'è stata una divisione in Europa sull'intervento in Iraq. Un ministro degli affari esteri nella situazione in di due anni fa non avrebbe potuto evitare probabilmente la divisione che abbiamo visto, ma si può pensare che a lungo andare permetterebbe di prevenire le divergenze e, a poco a poco, di provare a mettere in moto dei meccanismi per evitare conflitti come quello di cui parliamo. Il vantaggio è evidentemente che avrà su molti dei punti sui quali i Quindici sono d'accordo, particolarmente la politica nel Medio Oriente, quella possibilità di assicurare sbocchi politici che l'Unione oggi non ha. 

Alain: Quale sarà l'indipendenza del ministro degli affari esteri nei confronti della NATO? 

Henri de Bresson: Il ministro degli affari esteri dipenderà dal Consiglio dei ministri, dunque dai governi, e dalla Commissione europea. Nella cornice dei loro accordi di difesa, gli Stati sono in particolare legati in seno all'alleanza atlantica per gli impegni che sono stati presi dalla creazione dell'alleanza, alla fine dell'ultima guerra. Alcuni Stati non aderiscono alla NATO, del resto, e restano neutrali. 

La dottrina di difesa europea si svilupperà parzialmente accanto, parzialmente in collegamento con l'alleanza atlantica. Questa non sarà rimessa in causa dalla creazione di una carica di ministro degli affari esteri. Si può pensare semplicemente che questo ministro permetterà di sviluppare quell'autonomia della politica estera e della politica di sicurezza che molti in Francia vorrebbero vedere crescere in modo che ci sia una reale partnership equilibrata con gli Stati Uniti in seno all'alleanza atlantica, cosa lontana dall'essere vera nel nostro caso. 

Daredevil: Non è peraltro scritto che la NATO è il fondamento della difesa europea? Come si può sviluppare collateralmente una difesa parziale? 

Henri de Bresson: Gli accordi presi nella cornice della NATO restano in vigore. Sono degli accordi di aiuto reciproco, di solidarietà. Una delle novità della Costituzione è di rimettere in vigore tra europei il famoso articolo 5 sulla solidarietà dei membri europei in caso di attacco contro uno di essi, che non esisteva finora altro che nella cornice dell'alleanza atlantica. Ciò ha del resto dato adito a discussioni all'epoca della Convenzione, un certo numero di paesi ritiene che bastasse avere questa clausola di solidarietà reciproca a livello atlantico. Il fatto di averlo sancito a livello europeo è importante. 

Adesso, vediamo svilupparsi in un modo generale in Europa il sentimento di dovere essere più responsabili della propria difesa. Questo movimento è nato molto per l'incapacità di reazione degli europei davanti ai massacri che si sono prodotti nei Balcani negli anni '90. La politica condotta da G. Bush in Iraq ha sviluppato anche lei una presa di coscienza in un buon numero di paesi della necessità per gli europei di avere i loro propri strumenti militari per potere pesare nelle discussioni con Washington. Ma ciò non rimette in causa la cornice generale, la politica stabilita dall'alleanza atlantica. C'è un desiderio di riequilibrio, non un desiderio di uscita dall'alleanza atlantica. 

"LA COSTITUZIONE NON È LA COSTITUZIONE DI UN STATO FEDERALE" 

Proeurope: È vero che il trattato dà i pieni poteri alla Commissione per negoziare accordi sopranazionali? Se sì, come può ogni paese, in queste condizioni, fare da sbarramento agli accordi che non gli convengono, (l'AMI, per esempio) [Accord Multilatèral sur L'Investissement, anche MAI, proposto dall'OCDE NEL 1995 e che ha conosciuto moltissime polemiche e una generale opposizione, ivi compresa quella del governo Francese, dei socialisti francesi e di Jospin come allora primo ministro. NDT]? 

Henri de Bresson: Vi segnalo che quando la Commissione negozia accordi sovranazionali, lo fa sulla base di mandati che sono stati proclamati prima di tutto dal Consiglio dei ministri europei. Cosa che ha permesso effettivamente alla Francia, nella cornice dell'AMI, di fare valere le sue posizioni, pur essendo minoritaria. Ricordo che la Francia ha ottenuto che l'unanimità resti la regola per l'eccezione culturale nella Costituzione. 

Clem: Si deve accettare il ruolo secondario di un Parlamento europeo che non ha iniziativa legislativa? 

Henri de Bresson: Il Parlamento europeo vede i suoi poteri di decisione collegiale aumentare in modo importante. Ha anche la possibilità di rifiutare la nomina del presidente della Commissione. Questo ultimo punto è stato oggetto di un compromesso passato tra i tedeschi ed i francesi, con il presidente Chirac che non desiderava all'inizio dare troppi poteri al Parlamento, mentre la tradizione federalista tedesca li spingeva al contrario a dotare l'Europa di un regime parlamentare rafforzato. La Costituzione non è la Costituzione di un Stato federale. 

I britannici sono stati custodi cavillosi di tutto ciò che avrebbe potuto affermare il carattere federale della Costituzione europea. È chiaro che in queste condizioni, i sostenitori di più parlamentarismo europeo saranno stati delusi. Certi hanno tentato di mettere la parola "federale" all'inizio della Costituzione, ma non ci sono riusciti. 

TL: Come spiegare, per esempio su una questione concreta come quella delle procedure di revisione, che persone di una stessa corrente politica come DSK (Dominique Strauss-Khan, anch'egli socialista come Emmanuelli, NDT) e Henri Emmanuelli danno delle letture opposte del testo? Uno parla di procedura-passerella, di revisioni facilitate, l'altro di gogna da cui non ci si tirerà mai fuori a causa dell'unanimità indispensabile per ogni modifica. A chi si deve credere? 

Henri de Bresson: È vero che non si adotta una Costituzione per cambiarla tutti i cinque minuti... ci sono tuttavia delle regole che sono state adottate per i casi in cui sia necessario rivedere alcuni articoli. Occorre per questo, grosso modo, riconvocare una Convenzione, poi una conferenza intergovernativa che dovrà deliberare all'unanimità. 

In certi casi di minore importanza, è previsto effettivamente che gli Stati possano decidere all'unanimità di prendere delle decisioni a maggioranza qualificata. Questo può sembrare bizantino, ed è quello che viene chiamato passerella. Questo permette se non altro di non inchiodarsi a discussioni su argomenti di minore importanza. 

Per quanto riguarda altre questioni, la procedura di revisione sarà complicata né più né meno di quanto non sia successo per tutta la storia della costruzione europea. C'è stato il trattato di Roma, l'Atto unico, il trattato di Maastricht, il trattato di Amsterdam, il trattato di Nizza. Si è ritenuto, davanti alle critiche suscitate dal trattato di Nizza, che non si poteva restare fermi a quel punto, che l'allargamento presupponeva di regolare un certo numero di problemi che non erano stati trattati a Nizza. Ed è bastato appena un anno per mettersi d'accordo per riaprire il negoziato ed iniziare il processo che ha condotto alla Costituzione europea. C'è là una questione di pragmatismo politico. 

È chiaro che in ogni momento ogni Stato può bloccare tutto. In questo, Emmanuelli non ha torto, ma la storia della Costituzione mostra che la dinamica ha sempre avuto il sopravvento. 

None: Perché "Le Monde" fa così apertamente propaganda per il sì? 

Henri de Bresson: "Le Monde" ha riportato nelle sue colonne sia i punti di vista dei sostenitori del sì, sia quelli dei sostenitori del no. Analizza lui stesso, con i suoi metodi, un testo di cui un certo numero dei suoi giornalisti ha seguito l'evoluzione dall'inizio del negoziato. 
Ci sono nella discussione delle questioni che suscitano un dibattito legittimo, poiché sono state l'oggetto di scelta, in un determinato momento o in un altro, della Convenzione, poi della conferenza intergovernativa. In compenso c'è anche, nel dibattito attuale in Francia, un certo numero di falsità che questi stessi giornalisti cercano di rettificare. 

Chat moderata da Nabil Wakim e Stéphane Mazzorato

 

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