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George Bush si dice risoluto a mandare dei rinforzi in Iraq

LE MONDE | 14.04.04 | 13h30 •

Aggiornato il 14.04.04 | 13h54

Durante una rara conferenza stampa formale alla Casa Bianca, nella prima serata di martedì 13 aprile, il presidente George Bush ha annunciato di essere pronto a mandare delle truppe in rinforzo che si aggiungerebbero ai 135 000 soldati americani presenti in Iraq. Ha affermato la sua determinazione a "doppiare il capo", attenendosi al calendario fissato per trasferire, il 30 giugno, la sovranità del paese "in mani irachene". Bush ha ridimensionato la gravità delle violenze attuali in Iraq respingendo ogni paragone con la guerra del Vietnam. Il presidente americano si è detto pronto a "lavorare strettamente" con le Nazioni unite in Iraq, senza ulteriori precisazioni. A proposito degli attentati dell' 11 settembre 2001 negli Stati Uniti, Bush non ha riconosciuto alcuna negligenza da parte della sua amministrazione.

Washington, dal nostro corrispondente

Durante una conferenza stampa di un'ora, martedì 13 aprile in prima serata, il presidente George Bush ha riaffermato la sua determinazione a "doppiare il capo" in Iraq ed a fare tutto ciò che sarà necessario per stabilire la pace e la democrazia in questo paese.
Dopo avere riconosciuto che le ultime settimane sono state "dure", ha cercato di ridimensionare la gravità degli avvenimenti - "non è una guerra civile, non è una sollevazione popolare" - ed ha assicurato che la data del 30 giugno, per il ristabilimento della sovranità irachena, sarà rispettata.
Bush, che non aveva dato più conferenze stampa dopo quella del 6 marzo 2003, due settimane prima dello scoppio della guerra, ha cominciato con una specie di allocuzione di 17 minuti. "Permettetemi di parlare col popolo americano della situazione in Iraq", ha detto ai giornalisti, seduti davanti a lui in un salone della Casa Bianca.
Ha spiegato che gli Stati Uniti agiscono, in Iraq, conformemente ai loro ideali ed ai loro interessi e che l'alternativa è semplice: o l'Iraq sarà "un paese pacifico e democratico", o "sarà di nuovo una fonte di violenza, un rifugio per i terroristi, una minaccia per l'America e per il mondo."
La conferenza riguardava l'Iraq e le domande poste dalla commissione di inchiesta sugli attentati dell'11 settembre. A sette mesi dell'elezione presidenziale, non è stato affrontato nessun altro argomento. I soldati americani che combattono in Iraq "proteggono i loro concittadini", ha assicurato il presidente che ha respinto ogni paragone con la guerra del Vietnam come "falso" e "che manda un messaggio sbagliato". Si è detto pronto a mandare rinforzi alle truppe, prolungando la presenza di certe unità. Secondo Bush, gli effettivi americani in Iraq sono oggi di 135.000 persone, ovvero 20.000 in più del previsto.
Notizie ufficiose dal Pentagono hanno indicato che la 1a divisione blindata, che doveva ritornare in Germania, resterà tre mesi in più. Altre unità, ovvero 10.000 uomini in totale, potrebbero essere dispiegate in luglio.
UN ESEMPIO
Il mantenimento di forze importanti non rimette in discussine il calendario politico. Bush ha insistito molto, al contrario, sul trasferimento del potere, il 30 giugno, data alla quale "la sovranità irachena sarà depositata in mani irachene".
Le condizioni enunciate dal presidente americano per uscire degli scontri attuali attribuiscono un grande ruolo al Consiglio di governo (CGI). A Falluja il cessate il fuoco deve servire per permettere il ripristino dell'autorità centrale, vale a dire quella del CGI, sulla città. Gli Stati Uniti esigono solamente che i responsabili dell'omicidio di quattro contrattisti americani i cui i corpi sono stati bruciati e smembrati, all'inizio del mese, siano giudicati e puniti. Nello stesso modo gli americani lasciano agire il CGI, in prima linea, per ottenere la comparsa in giudizio dell'imam Moqtada Al-Sadr e la dissoluzione della sua milizia sciita. Per la formazione di un'autorità irachena legittima, Bush conta molto su Lakhdar Brahimi, l'inviato speciale del segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan, e inoltre sulla squadra dell'ONU incaricata di aiutare l'organizzazione delle elezioni, nel gennaio 2005, squadra diretta da Karina Perelli. Il presidente americano ha ricordato che il calendario negoziato nel novembre 2003 prevede queste elezioni, seguite da un referendum nell'ottobre 2005 su un progetto di Costituzione e, se questo sarà adottato, da elezioni legislative normali in dicembre.
È su questo piano complessivo che ha riaffermato il suo impegno. Bush ha spiegato le ragioni per le quali la riuscita dello sforzo intrapreso in Iraq è "vitale". Ne va, ha detto, non solo della sorte di 25 milioni di iracheni, ma anche dell'esempio dato a tutto il Medio Oriente e, inoltre, al mondo musulmano. Soprattutto, come ha ripetuto già parecchie volte, Bush ha sottolineato che l'Iraq è diventato "il luogo dove i nemici del mondo civilizzato mettono alla prova la volontà del mondo civilizzato". Così le conseguenze di un insuccesso, in Iraq, sarebbero "imprevedibili."
In un punto di vista, pubblicato martedì dal Washington Post, John Kerry, il candidato democratico alle elezioni presidenziali, rimprovera a Bush di non avere avuto un progetto, in Iraq, al di là del capovolgimento del regime di Saddam Hussein. "Anche se abbiamo potuto essere in disaccordo sul modo in cui siamo partiti per la guerra, scriveva il senatore del Massachusetts, gli americani di ogni convinzione politica sono uniti nella loro determinazione a riuscire. (...) Il nostro paese si è impegnato ad aiutare gli iracheni a costruire una società stabile, pacifica e pluralistica. Qualunque sia il presidente eletto in novembre, persevereremo in questa missione."
Kerry chiede che il ruolo di Brahimi sia rafforzato, che l'ONU diventi "il primo partner civile" degli iracheni per organizzare delle elezioni e che la NATO si impegni in un'operazione specifica, sotto comando americano.
Bush si è detto pronto a "lavorare strettamente" con le Nazioni unite, ma senza arrivare ad annullarsi dietro l'organizzazione internazionale. Quanto alla NATO, ha osservato che 17 dei suoi membri su 26 hanno già delle forze in Iraq. Colin Powell, il segretario di stato, e Donald Rumsfeld, il ministro della difesa, "stanno esaminando la possibilità di un ruolo più formale" dell'organizzazione atlantica, ha detto, precisando che vorrebbe "ottenere un'altra risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite" se ciò dovesse facilitare l'impegno dell'alleanza in quanto tale.
Il Memo del 6 Agosto 2001
Invitato a fare un esame di coscienza a proposito del periodo che ha preceduto gli attentati dell'11 settembre 2001, Bush non ha riconosciuto nessun errore. "Non eravamo sul piede di guerra, mentre il nemico era in guerra con noi", ha detto per giustificare l'assenza di iniziative di grande respiro contro Al-Qaeda. Del resto, ha notato, l'opinione pubblica mondiale "sarebbe stata sbalordita" se gli Stati Uniti avessero deciso "di agire unilateralmente in quella parte del mondo", in Afghanistan, allora alleato del Pakistan, per eliminare i campi di addestramento di Osama Bin Laden, prima degli attentati di New York e Washington".
Quanto alla sintesi di informazioni che gli era stata presentata il 6 agosto 2001, questa indicava che "70 inchieste sul terreno" erano state condotte negli Stati Uniti dall'FBI, (Ufficio Federale di'Investigazione), Bush ha lasciato capire che questa informazione, la cui validità sembra oggi dubbia, era di natura tale da tranquillizzarlo.
Pur affermando che la campagna elettorale non è ancora all'ordine del giorno, Bush ha dato un'indicazione precisa della posizione che intende sostenere di fronte a Kerry. La questione, ha detto, è quella del "buon uso della potenza americana", e lui l'ha riassunta così: "Abbiamo il dovere di accettare o di evitare le nostre responsabilità"?

Patrick Jarreau

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John Kerry: "nessun piano preciso"

Il candidato democratico alla Casa Bianca John Kerry ha criticato il presidente George Bush per non avere proposto un piano di stabilizzazione dell'Iraq, durante la sua conferenza stampa teletrasmessa. "Questa sera, il presidente aveva l'opportunità di dire al popolo americano quali misure avrebbe preso per stabilizzare la situazione in Iraq. Purtroppo, non ha proposto nessun piano preciso", ha dichiarato Kerry in un comunicato pubblicato martedì sera 13 aprile.

"Al contrario, il presidente ha fatto ben intendere che ha l'intenzione di aggrapparsi ostinatamente alla stessa politica che presenta un enorme rischio per le truppe americane ed un costo molto elevato per i contribuenti americani", ha proseguito Kerry. "Abbiamo bisogno di internazionalizzare lo sforzo e di mettere un termine all'occupazione americana. Dobbiamo aprire la ricostruzione dell'Iraq agli altri paesi. Abbiamo bisogno di un reale trasferimento del potere politico all'ONU", ha spiegato il candidato democratico. - (AFP)

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La violenza in Iraq frena le Nazioni unite

Esprimendosi prima della conferenza stampa del presidente George Bush, martedì 13 aprile, il segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan, ha ritenuto che il rigurgito di violenze in Iraq stava impedendo alle Nazioni unite di inviare "in tempi prevedibili" un'importante delegazione nel paese.

Annan ha precisato che il deterioramento della sicurezza in Iraq già stava disturbando il lavoro della piccola squadra dell'ONU che lavora sotto gli ordini di Lakhdar Brahimi alla formazione di un governo di transizione ed alla preparazione delle elezioni nel 2005.

"Certamente, tenuto conto del deterioramento della situazione e della violenza, anche questa missione è relativamente difficile, ha detto. L'insicurezza costituirà in un futuro prevedibile per noi un vincolo importante. Non posso dunque dire al momento che stia per dispiegare in Iraq una delegazione importante." L'ONU ha ritirato in ottobre il personale che aveva dispiegato teoricamente in modo permanente. - (AFP)

• Articolo apparso sull'edizione del 15.04.04

 


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