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Punti di vista

Avviso di burrasca sull'Unione Monetaria

di Heiner Flassbeck

Heiner Flassbeck è stato viceministro delle finanze tedesco ed è Direttore della divisione sulla globalizzazione e le strategie di sviluppo alla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo a Ginevra.

LEMONDE.FR | 05.03.10 | 12h32

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Nel diluvio di commenti e di posizioni sulla Grecia pubblicati nella stampa europea in queste ultime settimane, molto pochi sono quelli che si sono occupati degli stretti legami tra la zona euro e la crisi. La maggioranza dei commentatori trattano i problemi interni della Grecia e degli altri paesi meridionali dell'Unione Monetaria Europea (UME) come se fossero totalmente indipendenti dal commercio internazionale, tanto all'interno quanto all'esterno della UME. Sono molto pochi colori che si sono occupati degli enormi squilibri commerciali nel seno della UME e del fatto che generano una situazione di bilancio insostenibile. Nessuno si è cimentato in una valutazione equilibrata dei problemi in seno all'Unione monetaria né ha identificato le loro cause. Non c'è nessun dubbio sul fatto che i deficit di bilancio creino un grosso problema. Ciò non toglie che sono gli squilibri esterni quelli che potrebbero condurre ad una dissoluzione della UME, se non si prendono rapidamente dei provvedimenti draconiani. Ebbene, non sarà possibile nessuna forte azione politica fintanto che queste evidenze resteranno dei tabù perché gli stati membri dell'Unione, politicamente forti, non vogliono rimettere in questione la teoria tradizionale sulla flessibilità del mercato del lavoro.

La Grecia non è che la punta dell'iceberg. Nel 2007, il deficit delle sue partite correnti aveva già raggiunto quasi il 15% del suo PIL, per poi diminuire lievemente con il calo delle importazioni dovuto alla recessione.

Cos'è andato storto?

Tra il 2000 e il 2010, le esportazioni nette della Grecia hanno ristagnato mentre la sua domanda interna è aumentata al rispettabile tasso annuale del 2,3 %, secondo le stime della Commissione Europea. I redditi reali del lavoro sono aumentati dello 1,9 % per addetto all'anno, un po' meno della produttività. Il costo unitario del lavoro, la più importante misure della competitività entro una unione monetaria, è aumentato del 2,8 % all'anno, per raggiungere il livello di 130 nel 2010 (base 100 nel 2000).

La maggiore economia dell'Unione, la Germania, accumulava contemporaneamente un enorme surplus delle sue partite correnti, arrivando all'8 % del suo PIL nel 2007.

Cos'è andato dritto?

Tra il 2000 e il 2010, le esportazioni nette della Germania sono esplose mentre la sua domanda interna stagnava, con un insignificante tasso di crescita dello 0,2% l'anno. Un crescita quasi nulla dei redditi da lavoro - solo lo 0,4% l'anno, molto al di sotto dell'aumento della produttività – spiega il rallentamento della domanda interna, mentre la compressione salariale non ha condotto alla attesa creazione di posti di lavoro. In questi ultimi dieci anni i costi unitari del lavoro in Germania sono cresciuti solo marginalmente, raggiungendo un livello 105 nel 2010.

Questo significa semplicemente che un bene o un servizio che era prodotto allo stesso costo da tutti i membri della UME nel 2000, e poteva essere dunque venduto allo stesso prezzo, costa oggi il 25% in più se è prodotto in Grecia invece che in Germania. La differenza è dello stesso ordine di grandezza per la Spagna, il Portogallo e l'Italia. E' comunque del 13% per la Francia anche se questo è l'unico paese dove il costo unitario del lavoro ha seguito strettamente l'obiettivo dell'inflazione del 2% stabilito dalla BCE.

Secondo il Presidente capo degli economisti della BCE, alcuni responsabili ritengono che questa differenza non sia significativa perché la Germania soffriva di svantaggi assoluti prima della creazione della UME, a causa del costo della riunificazione tedesca. La logica tuttavia li smentisce. Se stringere la cinta si limitasse ad eliminare gli svantaggi assoluti, non ci si ritroverebbe poi con dei vantaggi assoluti. Ebbene, questo è proprio quello che avviene in Germania. E' l'unico grande paese europeo che ha potuto stabilizzare la sua quota di mercato mondiale in questi ultimi dieci anni quando tutti gli altri, compresa la Francia, l'hanno vista diminuire fortemente.

Questo conduce all'ultima linea di difesa tedesca, secondo la quale il dumping salariale tedesco sarebbe giustificato da una elevata disoccupazione, e continuerebbe ad essere così. Altro errore: la disoccupazione in Germania è diminuita ma resta a livello di quella prevalente in Francia e altri Paesi, dato che la debolezza della domanda interna compensa il dinamismo della domanda esterna. Inoltre, i paesi che desiderano esercitare una pressione verso il basso sui salari per ragioni interne non dovrebbero entrare in una unione monetaria se non vogliono o non riescono a convincere gli altri membri a fare la stessa cosa. Ancor peggio, la Germania è entrata in una Unione monetaria con un obiettivo di inflazione vicino al 2 %, non con un tetto del 2%. Di fatto, l'inflazione e i costi unitari del lavoro, che gli sono fortemente correlati, si sono evoluti molto al di sotto di questa norma del 2%. Cosa questa che costituisce una evidente violazione, da parte del governo Tedesco, dell'obiettivo di inflazione comune fissato dalla UME, ed esercita in questo modo una enorme pressione sulle contrattazioni salariali che si sono concluse con un aumento del costo della mano d'opera vicino a zero.

I dirigenti europei hanno torto nel credere che ci sarà un'uscita dalla crisi greca, spagnola, portoghese o una qualsiasi soluzione nazionale all'interno della UME. Se la Germania continua a stringere la cinta, e tutto lo fa credere, questi paesi e la Francia saranno costretti ad abbassare i loro salari in termini assoluti. Ne risulterà una deflazione e una depressione in tutta l'Europa che non potrà rinascere dalle sue ceneri fintanto che la sopravvalutazione delle monete non sarà corretta da una svalutazione. La crisi europea non è una tragedia greca. Se l'Europa non trova un accordo su di una azione concertata, prendendo decisioni chiare sull'evoluzione dei salari nell'arco di molti anni, per non dire decenni, con lo scopo di riequilibrare il suo commercio, allora tutti i paesi dell'Europa del sud, inclusa la Francia, dovranno considerare di uscire dall'Unione monetaria. Nessun paese al mondo può sopravvivere economicamente se tutte le sue imprese hanno svantaggi assoluti di fronte ai principali partner commerciali.

 

 

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