DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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New York Times, 20 Novembre 2011

Editoriale

Noiosi, spietati romantici

PAUL KRUGMAN

C'è una parola che sento ultimamente ripetere spesso: “tecnocrate”. Talvolta è usata come dispregiativo: i creatori dell'Euro, si dice, erano dei tecnocrati che non hanno tenuto in considerazione i fattori umani e culturali. A volte in senso elogiativo: gli appena installati primi ministri della Grecia e dell'Italia sono descritti come tecnocrati che saliranno più in alto della politica e faranno quel che si deve fare.

Io dico che è un errore. Conosco i tecnocrati, e talvolta lo sono anche io. Queste persone, coloro che hanno spintonato l'Europa perché adottasse una moneta comune, coloro che stanno spintonando sia l'Europa sia gli USA verso l'austerità, non sono tecnocrati. Sono piuttosto degli inguaribili romantici privi di senso pratico.

Sono, statene certi, una specie particolarmente noiosa di romantici, che parlano, invece che in versi, in una prosa  carica di retorica. E le cose che vogliono sulla base delle loro visioni romantiche sono spesso spietate, implicano grandi sacrifici per i normali lavoratori e le famiglie. Ma resta il fatto che queste visioni sono guidate da sogni su come le cose dovrebbero andare anziché da una fredda analisi di come le cose stiano veramente.

E per salvare l'economia mondiale dobbiamo tirare questi romantici giù dai loro scranni.

Iniziamo dalla creazione dell'Euro. Se pensate che questo sia stato un progetto basato su di una attenta valutazione dei costi e dei benefici, ebbene, siete stati male informati.

La verità è che il cammino dell'Europa verso una moneta comune è stato, fino dall'inizio, un improbabile progetto non fondato su di una obbiettiva analisi economica. Le economie del continente erano troppo diversificate per funzionare bene entro una unica politica monetaria, troppo facilmente esposte ad andare incontro a “shock asimmetrici” nei quali alcuni paesi affondano mentre altri vanno nel boom. E a differenza degli USA, i paesi Europei non sono parte di un'unica nazione con un bilancio unificato e un mercato del lavoro tenuto unito grazie ad una lingua comune.  

E allora, perché questi “tecnocrati” hanno spinto con tale forza verso l'Euro, trascurando i molti avvertimenti degli economisti? In parte per il sogno dell'unificazione europea, che l'élite del continente riteneva così attraente da scartare ogni obiezione pratica. In parte è stato un atto di fede economica. La speranza, pilotata dalla volontà di credere, nonostante le evidenze contrarie, che tutto sarebbe andato per il meglio purché ogni paese praticasse le virtù Vittoriane della stabilità dei prezzi e del rigore di bilancio.

Le cose non sono purtroppo andate come promesso. Invece però di prendere atto della realtà, questi sedicenti tecnocrati hanno alzato la posta, ad esempio insistendo che la Grecia avrebbe potuto evitare il default con una austerità selvaggia, quando chiunque avesse fatto due conti avrebbe potuto fare meglio.

Occupiamoci in particolare della Banca Centrale Europea (BCE), che si suppone sia la suprema istituzione tecnocratica, e che si è fatta particolarmente notare per rifugiarsi in fantasticherie quando le cose vanno male. L'anno scorso, per esempio, la banca ha proclamato le sua credenza nella favola della fiducia, ovvero la pretesa che i tagli al bilancio in un'economia depressa avrebbero promosso l'espansione, facendo aumentare la fiducia di imprese e consumatori.

Strano a dirsi, ma non è successo da nessuna parte.

Ed ora, con l'Europa in crisi, una crisi che non può essere frenata se la BCE non fa dei passi per interrompere il circolo vizioso del collasso finanziario, i suoi leader ancora si aggrappano alla nozione che la stabilità dei prezzi cura tutti i mali. La settimana scorsa Mario Draghi, il nuovo presidente della BCE, ha dichiarato che “bloccare le aspettative di inflazione” è “il miglior contributo che possiamo dare ad una crescita sostenibile, alla creazione di posti di lavoro, e alla stabilità finanziaria.”

Una dichiarazione veramente fantastica nel momento in cui l'inflazione europea attesa è a dir poco troppo bassa, e quando quel che agita i mercati è il timore di un più o meno imminente collasso finanziario.  Una cosa assai più simile ad un proclama religioso che ad un'analisi tecnocratica.

Sia chiaro, questo non è una pronunciamento anti-europeo, dato che anche noi abbiamo i nostri pseudo-tecnocrati che distorcono il dibattito politico.  In particolare, sedicenti gruppi di “esperti” al di sopra delle parti – il Comitato per un Bilancio Federale Responsabile, la Concord Coalition, e così via – hanno avuto successo nel fuorviare il dibattito di politica economica, spostando l'attenzione dall'occupazione al deficit.

Dei veri tecnocrati si sarebbero chiesti che senso abbia una cosa del genere in un momento nel quale il tasso di disoccupazione è il 9% mentre il tasso d'interesse sul debito USA è solo il 2%. Ma come la BCE, i nostri sproloquiatori fisssati col bilancio raccontano la loro storia su cosa sia importante, e ci restano attaccati qualunque cosa i dati dicano.

Sono dunque contro i tecnocrati? Niente affatto. Mi piacciono i tecnocrati, i tecnocrati sono miei amici. E abbiamo bisogno di competenze tecniche per affrontare le nostre sventure economiche.

Il discorso è però malamente distorto da ideologi e “wishful thinker[coloro che scambiano l'essere col dover essere, NdT], spietati e noiosi romantici, che fingono di essere tecnocrati. E' arrivata l'ora di sgonfiare la loro presunzione.

PAUL KRUGMAN.

 

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