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DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale

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New York Times - Editoriale

Europa, la grande illusione

PAUL KRUGMAN

Pubblicato il 1° luglio 2012

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Negli ultimi mesi ho letto una serie di valutazioni ottimistiche sulle prospettive dell'Europa. Stranamente, tuttavia, nessuna di queste valutazioni sostiene che la formula, imposta dalla Germania all'Europa, di una redenzione attraverso la sofferenza abbia qualche possibilità di funzionare. E' invece motivo di ottimismo il fatto che un fallimento - in particolare, un crash dell'euro - sarebbe un disastro per tutti, compresi i tedeschi, e che alla fine questa prospettiva indurrà i leader europei a fare qualunque cosa possibile per salvare la situazione.

Spero che questo sia un valido argomento. Ma ogni volta che leggo un articolo su queste cose, mi ritrovo a pensare a Norman Angell.

Chi è Norman Angell? Nel 1910 Angell pubblicò un famoso libro intitolato 'La grande illusione', sostenendo che la guerra era diventata obsoleta. Il commercio e l'industria, sottolineava, non lo sfruttamento dei popoli soggetti, erano le chiavi della ricchezza nazionale, quindi non c'era nulla da guadagnare dagli enormi costi di una conquista militare.

Sosteneva inoltre che l'umanità stava cominciando ad apprezzare questa verità, e che le 'passioni  patriottiche' erano in rapido declino. Non disse per la verità esplicitamente che non ci sarebbero più state guerre importanti, ma dava questa impressione.

Sappiamo tutti cosa succederà poco dopo.

Il punto è che la prospettiva di un disastro, non importa quanto ovvia, non è una garanzia che i paesi  facciano quello che serve per evitarlo. E questo è particolarmente vero quando l'orgoglio e il pregiudizio rendono i leader non disposti a vedere quello che dovrebbe essere ovvio.

Cosa, questa, che mi riporta indietro alla estremamente disastrosa situazione economica dell'Europa.
E' una specie di shock, anche per quelli di noi che hanno seguito la storia dall'inizio, dover rendersi conto che sono passati più di due anni dal momento in cui i leader europei si sono impegnati sulla  loro attuale strategia economica, una strategia basata sulla nozione che l'austerità di bilancio e la  'svalutazione interna' (fondamentalmente, il taglio dei salari) possa risolvere i problemi dei paesi  debitori. In tutto questo tempo la strategia non ha prodotto nessun successo; il meglio che possono fare i difensori dell'ortodossia è far notare un paio di piccole nazioni baltiche che hanno visto parziali recuperi da un crollo a livello di depressione, ma che sono ancora molto più povere di quanto fossero prima della crisi.

Nel frattempo la crisi dell'euro si è metastatizzata, diffondendosi dalla Grecia alle economie di gran lunga più grandi della Spagna e dell'Italia, e tutta l'Europa sta chiaramente scivolando nuovamente in recessione. Ma ancora oggi le ricette politiche provenienti da Berlino e da Francoforte non sono affatto cambiate.

Ma aspetta – direte voi - l'incontro al vertice della scorsa settimana non ha forse prodotto qualche cambiamento?

Sì, è così. La Germania ha concesso un piccolo spazio, approvando sia prestiti a condizioni più convenienti per l'Italia e la Spagna (ma niente acquisti di titoli da parte della Banca centrale europea) e un piano di salvataggio per le banche private che in realtà potrebbe avere qualche senso (anche se è difficile dirlo in mancanza di ulteriori dettagli). Ma queste concessioni restano molto piccole rispetto alla dimensione dei problemi.

Cosa ci vorrebbe davvero per salvare la moneta unica europea? La risposta, quasi sicuramente, avrebbe dovuto coinvolgere sia grandi acquisti di titoli di stato da parte della Banca centrale e la  volontà, dichiarata dalla Banca centrale, di accettare un tasso di inflazione po' più alto. Ma anche con  politiche come queste, gran parte dell'Europa si troverebbe in una prospettiva di anni di disoccupazione molto elevata. Ma almeno ci sarebbe un percorso visibile per la ripresa.

Ma è davvero, davvero molto difficile vedere come tale un cambiamento di politiche possa succedere.
Parte del problema è il fatto che i politici tedeschi hanno trascorso gli ultimi due anni a dire ai loro  elettori una cosa che non è vera, vale a dire che la crisi è tutta colpa dei governi irresponsabili nell'Europa meridionale. Ma in Spagna - che ora è l'epicentro della crisi, lo stato aveva in realtà un debito basso ed eccedenze di bilancio alla vigilia della crisi. Se il paese è ora in crisi, questo è il risultato di una grossa bolla immobiliare che le banche di tutta Europa, comprese quelle tedesche, hanno contribuito a gonfiare. Ma oggi questa falsa storia ostacola qualsiasi soluzione praticabile.

Ma gli elettori disinformati non sono l'unico problema; anche le opinioni della élite europea devono ancora fare i conti con la realtà. A leggere gli ultimi bollettini provenienti da istituzioni 'esperte' basate in Europa, come l'ultimo emesso dalla Banca dei regolamenti internazionali, si ha la sensazione di entrare in un universo alternativo, nel quale non si considerano né le lezioni della storia, né le leggi dell'aritmetica, un universo in cui l'austerità funzionerebbe se solo tutti avessero fede, e in cui tutti possono tagliare contemporaneamente le spese senza produrre una depressione.

L'Europa potrà dunque salvarsi? La posta in gioco è molto alta, e i leader europei non sono, in generale, né cattivi né stupidi. Ma lo stesso si sarebbe potuto dire, che ci crediate o no, dei leader europei nel 1914. Possiamo solo sperare che questa volta vada diversamente.


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