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New York Times, 2 Giugno 2011

L'errore del 2010

PAUL KRUGMAN

All'inizio della settimana, la Federal Reserve Bank di New York ha pubblicato un post in un blog sullo “Errore del 1937”, la fine prematura degli stimoli di bilancio e monetari che fece abortire la ripresa economica che era in atto e prolungò la Grande Depressione. Come dice Gauti Eggertsson, l'autore del post (con il quale ho fatto lavori di ricerca), le attuali condizioni economiche – con il prodotto che aumenta, qualche prezzo che aumenta, ma con la disoccupazione ancora alta – ha una forte somiglianza con quella del 1936-37. Gli attuali uomini politici stanno dunque facendo lo stesso errore?

Eggertsson dice di no, che gli economisti adesso hanno maggiori conoscenze. Sono però personalmente in disaccordo. Di fatto, sotto diversi importanti aspetti abbiamo già ripetuto l'errore del 1937. Chiamiamolo l'errore del 2010: uno spostamento di attenzione dall'occupazione ad altre preoccupazioni, la cui erroneità è sottolineata dai recenti dati sull'economia.

Per la verità, le cose potrebbero andare peggio, e c'è una forte probabilità che andranno effettivamente peggio.

Quando gli stimoli iniziali di Obama del 2009 sono stati messi in atto, alcuni di noi hanno avvertito che erano troppo piccoli e di troppo breve durata. Gli effetti degli stimoli, in particolare, avrebbero cominciato a diminuire nel 2010, e dato che le crisi finanziarie sono in genere seguite da prolungate recessioni, era inverosimile che ci sarebbe stata una vigorosa ripresa dell'economia fin da quel momento.

Fin dagli inizi del 2010 era già evidente che queste preoccupazioni erano del tutto giustificate. Ma ecco emergere una sorta di schiacciante consenso tra responsabili politici ed esperti sul fatto che non si dovesse fare più nient'altro per creare posti di lavoro e che, al contrario, si doveva dare una svolta verso una politica di austerità di bilancio.

Questo consenso era alimentato da racconti paurosi su una incombente crisi di fiducia dei mercati riguardo al debito USA. Ogni piccolo rialzo dei tassi di interesse veniva interpretato come il segno che le “sentinelle dei bond” erano all'attacco, e questa interpretazione era spesso riferita come fosse un fatto, e non un dubbia ipotesi.

Per esempio, nel marzo del 2010, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo dal titolo “Le paure sul debito fanno salire i tassi”, riferendo che i tassi di interesse a lungo termine erano saliti e affermando – senza fornire nessuna evidenza – che il rialzo, di circa il 3,9 %, rifletteva preoccupazioni sul debito pubblico. In realtà, rifletteva probabilmente una sequenza di diversi mesi di discrete statistiche sul lavoro, che hanno temporaneamente alimentato l'ottimismo sulla ripresa.

Ma non importa. In qualche modo è diventata opinione comune che il deficit, non la disoccupazione, sia il Nemico Pubblico No. 1, un luogo comune sia riflesso, sia rafforzato, da un radicale cambiamento nella copertura delle notizie sulla disoccupazione verso le preoccupazioni sul deficit. La creazione di posti di lavoro è effettivamente uscita dall'ordine del giorno.

Allora, a che punto stiamo nel bel mezzo del 2011? Come stanno andando le cose?

Ebbene, le sentinelle dei bond continuano ad esistere solo nella fervida fantasia dei falchi. Gli interessi a lungo termine hanno fluttuato assieme all'ottimismo e al pessimismo riguardo all'economia. Una recente ondata di cattive notizie li ha fatti scendere a circa il 3 per cento, non lontano dai minimi storici.

E le notizie sono state, effettivamente, cattive. Con il declino degli stimoli, sono declinate le speranze di avere una forte ripresa economica. E' vero, sono stati creati un po' di posti di lavoro, ma ad un ritmo appena in grado di compensare la crescita della popolazione. La percentuale di americani adulti con un posto di lavoro, che è crollata tra il 2007 e il 2009, ha da allora appena tenuto. E le ultime cifre suggeriscono che anche questa modesta e inadeguata crescita di posti di lavoro stia barcollando.

Come ho già detto, abbiamo ripetuto una nuova versione dell'errore del 1937, ritirando gli stimoli di bilancio troppo presto e prolungando così un'alta disoccupazione.

E ancora, pessime cose possono presto accadere.

Dal lato del bilancio, i repubblicani pretendono tagli di spesa immediati come compensazione dell'innalzamento dei limiti sul debito e per evitare il default degli USA. Se questo ricatto avrà successo, darà un'altra botta ad un'economia già debole.

Nel frattempo, un rumoroso coro pretende che la FED e le sue controparti all'estero alzino i tassi di interesse per tenere testa ad un supposto pericolo di inflazione. Come sostiene l'articolo della FED di New York, la crescita dell'inflazione dei prezzi al consumo nei recenti mesi, che sta già mostrando segni di rallentamento, è il riflesso di fattori temporanei, e l'inflazione sottostante resta bassa. Economisti intelligenti come Eggerstsson lo sanno molto bene. Ma la Banca Centrale Europea sta già alzando i tassi, e la FED è sotto pressione per fare lo stesso. Ulteriori tentativi di aiutare l'espansione economica sembrano fuori questione.

E così all'errore del 2010 può seguire un errore ancora maggiore. Anche se non dovesse accadere, resta il fatto che la risposta politica alla crisi era e resta grandemente inadeguata.

Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla. Lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo. Quello a cui stiamo andando incontro può non essere la ripetizione esatta della Grande Depressione, ma questo è di ben poca consolazione per le famiglie che soffrono di una recessione che sta continuando a progredire.

PAUL KRUGMAN.

 

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