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Depressione e Democrazia

PAUL KRUGMAN

Pubblicato il 11/12/2011

Articolo originale

È venuto il momento di iniziare a chiamare la situazione attuale con il suo nome: depressione. E' vero, non è l'esatta ripetizione della Grande Depressione, ma è una magra consolazione. La disoccupazione in America e in Europa resta disastrosamente elevata. I leader e le istituzioni sono sempre più screditati. E i valori democratici sono sotto assedio.

Su quest'ultimo punto non sto facendo l'allarmista. Sul piano politico come su quello economico è importante non cadere nella trappola "non sta andando così male come ...". Un alto tasso di disoccupazione non è una buona cosa solo perché non ha raggiunto i livelli del 1933; inquietanti derive politiche non dovrebbero essere trascurate solo perché non non c'è nessun Hitler in giro.

Parliamo, in particolare, di ciò che sta accadendo in Europa, non perché tutto vada bene in America, ma perché la gravità degli sviluppi politici europei non è generalmente ben compresa.

Prima di tutto, la crisi dell'euro sta uccidendo il sogno europeo. La moneta comune, che avrebbe dovuto tenere assieme le nazioni, ha invece creato un'atmosfera di grande acrimonia.

La richiesta di una sempre maggiore austerità, in particolare, senza fare nessuno sforzo per favorire la crescita, ha provocato un doppio danno. Hanno sbagliato la politica economica, peggiorando la disoccupazione senza ripristinare la fiducia; sembra ormai probabile una recessione in tutta l'Europa, anche se il pericolo immediato di una crisi finanziaria è contenuto. E hanno creato un'immensa rabbia, con molti europei furiosi per ciò che è percepito, giustamente o ingiustamente  (o in realtà un po' di entrambe le cose), come un pesante abuso di potere della Germania.

Nessuno che abbia conoscenza della storia d'Europa può guardare a questa recrudescenza di ostilità senza provare un brivido. Eppure possono accadere cose ancora peggiori.

I populisti di destra sono in crescita in Austria, dove il Partito della libertà (il cui leader ha antiche  connessioni neonaziste) è testa a testa nei sondaggi con i partiti storici, e in Finlandia, dove il Partito dei veri finlandesi anti-immigrazione ha avuto notevoli risultati elettorali lo scorso aprile. E questi sono paesi ricchi le cui economie hanno tenuto abbastanza bene. Le cose sembrano ancora più inquietanti nelle nazioni più povere dell'Europa centrale e orientale.

Il mese scorso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha rilevato un forte calo nel sostegno per la democrazia da parte dell'opinione pubblica nei “nuovi” paesi UE, le nazioni che hanno aderito all'Unione europea dopo la caduta del muro di Berlino. Non sorprende che la perdita di fiducia nella democrazia sia stata maggiore nei paesi che hanno subito il crollo economico più grave.

E in almeno un paese, l'Ungheria, le istituzioni democratiche vengono pregiudicate mentre stiamo parlando.

Uno dei maggiori partiti dell'Ungheria, lo Jobbik, è un incubo sbucato fuori dagli anni trenta: è anti-Rom (zingari), è antisemita, e ha anche avuto anche un braccio paramilitare. Ma il pericolo immediato viene dal Fidesz, il partito di centro-destra di governo.

Fidesz ha ottenuto l'anno scorso una schiacciante maggioranza parlamentare, almeno in parte per motivi economici; l'Ungheria non è nell'euro, ma ha pesantemente sofferto a causa di massicci prestiti in valuta estera e anche, per la verità, grazie ad una cattiva gestione e alla corruzione dei partiti progressisti di sinistra allora al governo. Il Fidesz, che ha tirato fuori una nuova costituzione la primavera scorsa con un voto di partito, sembra ormai sul punto di una presa permanente del potere.

I dettagli sono complessi. Kim Lane Scheppele, che è il direttore del Programma Leggi e Affari pubblici di Princeton, e ha seguito da vicino la situazione ungherese strettamente, mi dice che il Fidesz confida in una sovrapposizione di misure per sopprimere l'opposizione. La legge elettorale proposta crea dei distretti progettati in modo da rendere quasi impossibile agli altri partiti di formare un governo; l'indipendenza della giustizia è compromessa, ed i tribunali sono pieni di fedeli al partito; i mezzi di informazione pubblici sono stati trasformati in organi di partito, e c'è un giro di vite su media indipendenti; una proposta di emendamento costituzionale potrebbe inoltre effettivamente criminalizzare il principale partito di sinistra.

Nell'insieme, tutto questo porta al ristabilimento di un dominio autoritario, sotto un sottilissimo velo di democrazia, nel cuore dell'Europa. Ed è solo un esempio di che cosa potrebbe accadere su scala più ampia se questa depressione dovesse continuare.

Non è chiaro cosa si possa fare contro la deriva autoritaria dell'Ungheria. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, gliene va dato credito, si è occupato molto del caso, ma si tratta essenzialmente di un problema europeo. L'Unione europea ha mancato la possibilità di evitare la presa del potere agli inizi, in parte perché la nuova costituzione è stata tirata fuori mentre l'Ungheria aveva la presidenza a rotazione dell'Unione. Sarà molto più difficile invertire la deriva ora. Eppure, i leader europei avrebbero fatto meglio a provarci, invece di rischiare di perdere tutto ciò per cui hanno lavorato fino ad oggi.

E devono anche ripensare ai loro errori di politica economica. Se così non fosse, ci saranno ulteriori ricadute sulla democrazia, e il dissolvimento dell'euro potrebbe diventare l'ultima delle loro preoccupazioni.

 

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