DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Come ho cambiato parere sull'Iraq, di Michael Ignatieff

LE MONDE | 20.03.04 | 13h11 • aggiornato il 20.03.04 | 13h33 

Un anno fa, ero un sostenitore poco entusiasta, ma convinto, della guerra in Iraq. Un anno più tardi, le armi di distruzione di massa non sono state trovate, gli iracheni trovano la morte sulla strada della moschea, la democrazia è rinviata all'anno prossimo ed i miei amici mi chiedono tutti se ho cambiato parere. 

Chi potrebbe fare diversamente? 

Ho cominciato a cambiare parere al momento del dibattito dell'anno scorso. Pensavamo di stare discutendo dell'Iraq, ma la ricerca della migliore opzione per i 25 milioni di iracheni non aveva spazio nella discussione. Come al solito, parlavamo di noi stessi: di ciò che è l'America e del modo di utilizzare il suo potere spaventoso nel mondo. 

Il dibattito si trasformò in una disputa sulle ideologie travestite da storia. I repubblicani conservatori ci hanno raccontato l'America liberatrice; i liberali ci hanno raccontato l'America sorniona che sostiene dirigenti scellerati e che rovescia quelli che sono stati eletti democraticamente. 

Nessuna di queste storie era falsa: il piano Marshall ha mostrato veramente che l'America poteva fare buone cose. 

Il rovesciamento del presidente Allende in Cile ed il sostegno agli squadroni della morte in America latina ha mostrato che l'America poteva provocare gravi torti. 

Comunque sia, i precedenti e le ideologie erano fuori questione, perché l'Iraq era l'Iraq. E si è scoperto che nessuno sapeva poi gran che dell'Iraq. 

Un anno più tardi, l'Iraq non è più un pretesto né un'astrazione. È un luogo dove degli americani, e degli iracheni anche, muoiono in numero crescente. Quello che rende queste morti particolarmente ossessive, quello che nessuno può dire onestamente - o almeno non ancora - è se saranno riscattate dall'emergere di un Iraq libero oppure rese inutili dall'esplosione di una guerra civile. 

Ho sostenuto la guerra come la meno peggiore delle opzioni possibili. Il contenimento - tenere Saddam Hussein chiuso in una scatola - avrebbe potuto rendere la guerra inutile, ma la scatola ha mostrato delle crepe. Hussein sfuggiva alle sanzioni, si arricchiva con le vendite illegali di petrolio e, almeno è ciò che pensavo all'epoca, cominciava a ricostituire i suoi programmi di armamento che erano stati distrutti dagli ispettori delle Nazioni unite. Se acquistava delle armi, si poteva dissuaderlo dal servirsene, ma si rischiava che fosse capace di passare delle tecnologie omicide a kamikaze impossibili da dissuadere. Questa eventualità sembrava forse lontana ma, dopo il 11 settembre, sembrava imprudente non metterla in conto. 

Tuttavia, mi dicevo, la forza deve essere l'ultima risorsa. Se Hussein avesse ubbidito agli ispettori, non avrei sostenuto l'invasione, ma evidentemente, almeno fino al marzo 2003, continuava a fare il solito gioco. Perché smettesse di giocare a questo gioco, occorreva una prova di forza credibile, ed i francesi, i Russi ed i cinesi non erano pronti ad approvare l'opzione militare. Il disarmo passava dunque per un cambiamento di regime. Dove vivo - nel Massachusetts liberale - questa idea non era affatto popolare. 

Sono dopo tutto sorpreso che si sia scoperto che Hussein non aveva armi, ma questo non cambia il mio punto vista sulla domanda essenziale. Non ho mai pensato che il problema chiave fossero le armi che possedeva realmente, ma piuttosto quali fossero le sue intenzioni. 

Essendomi recato a Halabja nel 1992, ed avendo parlato coi superstiti dell'attacco chimico che ha ucciso 5.000 curdi iracheni nel marzo 1988, pensavo che, se potevano esserci dei dubbi sui mezzi di Hussein, non se ne poteva avere nessuno sulla malvagità delle sue intenzioni. È vero che le intenzioni malevole non mancano nel nostro mondo, ma Hussein aveva realmente utilizzato delle armi chimiche. 

Se si guardava all'avvenire, una volta cadute in desuetudine le sanzioni, quando gli ispettori sarebbero stati abbindolati e quando i redditi del petrolio avessero cominciato ad aumentare, si poteva essere certi che, presto o tardi, avrebbe fatto coincidere le intenzioni con i mezzi. 

I detrattori della guerra dicevano che tutto ciò era fuori causa. La vera questione era il petrolio. Ma hanno sottovalutato l'importanza del petrolio. Se l'America si fosse preoccupata solamente del petrolio, avrebbe fatto il leccapiedi a Hussein, come in passato. Il petrolio era un fattore importante nella guerra, ma esattamente perché erano i corrispondenti redditi a rendere diverso Hussein dagli altri dittatori malefici. Era il fattore decisivo che gli avrebbe permesso, presto o tardi, di acquistare le armi necessarie ad essere in grado di attaccare di nuovo i Curdi, di finire l'annientamento degli sciiti, di minacciare l'Arabia saudita e di continuare a sostenere i kamikaze palestinesi, così come, forse, anche Al-Qaeda. 

Non credo ancora oggi che i dirigenti americani e britannici abbiano deformato le intenzioni di Hussein, né che abbiano mentito sulle armi che credevano in suo possesso. Nelle sue recenti Memorie, Hans Blix precisa bene che egli stesso e gli altri ispettori delle Nazioni unite pensavano che Hussein nascondesse qualcosa, e tutti i servizi di informazione che essi hanno consultato pensavano lo stesso. 

Se la menzogna non era il problema, lo era invece l'esagerazione, e nessuno di quelli che sosteneva la guerra riesce a percepire il modo in cui "un pericolo grave e crescente" - secondo i termini prudentemente usati da Bush per qualificare il regime di Hussein nel suo discorso alle Nazioni unite nel settembre 2002 - si è trasformato lentamente in una minaccia "imminente." 

L'argomento legittimo della guerra era la "prevenzione" - impedire ad un tiranno dalle intenzioni malevole di acquistare degli strumenti omicidi o di trasmettere questi strumenti ad altri nemici. Ma l'argomento che abbiamo realmente ascoltato è stata la "prelazione" ["prehemption" n.d.t.], cioè fermare un tiranno che possedeva già delle armi e costituiva un pericolo imminente. 

Per me, il problema è che se si fosse usato l'argomento legittimo - quello di una guerra preventiva opposto a quello di un guerra prehemptive - la guerra sarebbe stata ancora più impopolare di quanto già non fosse. Ma questo è un problema anche per gli oppositori. Se pensano che l'argomento a favore di una guerra preventiva questa volta non è stato provato, cosa potrà mai convincerli la prossima volta? Salvo minacce imminenti, i popoli democratici non vogliono battersi, ma se aspettano l'imminenza delle minacce, il tributo della guerra rischia di diventare terribile. 

La prossima volta che un presidente americano spiegherà la fondatezza di una guerra, per rispondere ad una minaccia supposta di armi di distruzione di massa, quasi tutti, ivi compresi i membri del Consiglio di sicurezza, crederà che stia gridando al lupo. E se questo non fosse il caso? E se l'esempio dell'Iraq portasse l'elettorato ed i politici a rispondere troppo lentamente al prossimo tiranno o al prossimo terrorista? Anche se pensavo che l'argomento in favore di una guerra preventiva era corretto, non era però decisivo. Si poteva sostenere ancora che la minaccia non era imminente e che i rischi del combattimento erano troppo grandi. Sono stato a favore di questi rischi, perché ero convinto che Hussein dirigeva un regime particolarmente odioso e perché la guerra offriva l'unica vera chance di rovesciarlo. Era un argomento un po' opportunista in favore della guerra, perché sapevo che l'amministrazione non considerava la liberazione dell'Iraq dalla tirannide che come un obiettivo secondario. 

Il 19 marzo 2003, la notte in cui sono iniziati i bombardamenti, ero con un esiliato iracheno (sì, lo so, ma alcuni di loro sono delle persone onorevoli e coraggiose), e lui mi ha detto: "Vedete, nella mia vita, questa è la prima e unica opportunità data al mio popolo per creare una società decente". Quando ho detto che questo era un argomento essenziale in favore della guerra, alcuni amici si sono messi a ridere. Non sapevo che l'amministrazione se ne infischiava bellamente del fatto che l'Iraq fosse decente, purché fosse stabile ed obbediente? Ho risposto che se i buoni risultati dovessero aspettare le buone intenzioni, bisognerebbe aspettare in eterno. 

Così dunque, sostenere la guerra voleva dire sostenere un'amministrazione di cui non approvavo interamente le motivazioni, nell'interesse delle conseguenze alle quali credevo. Non era la sola difficoltà. Dopo la Bosnia ed il Kosovo, era emerso lentamente un consenso attorno all'idea che un intervento con lo scopo di mettere fine alla pulizia etnica o al genocidio poteva essere giustificato come estremo ricorso. Numerosi Stati, tuttavia, sembrano credere ancora che l'aspirazione a liberare un popolo da un regime tirannico è un ragionamento in continua espansione per giustificare l'aggressione americana. 

Inoltre, un cambiamento di regime ha un costo evidente - morti di iracheni e di americani, un'America in disaccordo con molti dei suoi alleati e con le Nazioni unite. Potevo rispettare chiunque sostenesse che questi costi erano troppo alti. Quello che trovavo più difficile da rispettare era l'apparente indifferenza dei miei amici oppositori alla guerra per quello che costava il fatto di permettere a Hussein di restare al potere. Questo prezzo - quello di fare ciò che consideravano come un atteggiamento giusto, prudente e non violento - sarebbe stato pagato dai soli iracheni. Erano gli iracheni a dovere restare rinchiusi in uno Stato poliziesco. Cosa questo significasse non era un'astrazione per tutti quelli che si erano effettivamente recati in quel paese. 

Allora, quando si diceva: "So che è un dittatore, ma... ", il "ma" aveva l'aria di un alibi morale. E quando si diceva: "Ha commesso un genocidio, ma è successo ieri", mi dicevo: da quando in qua i crimini contro l'umanità vanno in prescrizione? Quando infine si diceva: "Esistono numerosi dittatori e gli Stati Uniti sostengono la maggior parte di loro", sentivo questo come un alibi dolciastro per non fare niente. Oggi, un anno più tardi, sento le stesse persone dirmi che sono contente che Hussein sia caduto, ma... 

L'argomentazione dell'amministrazione Bush in favore della guerra sarebbe stata certamente più convincente se avesse riconosciuto la connivenza delle amministrazioni precedenti copn le infamie di Hussein, illustrata per esempio dalla visita amichevole di Donald Rumsfeld a Bagdad nel 1993 come inviato del presidente Reagan, o dal fatto che l'America si è astenuta dal denunciare la sanguinosa invasione dell'Iran da parte di Hussein nel 1980 ed il suo impiego dei gas contro i curdi nel 1988. 

Come Osama Bin Laden, che gli Stati Uniti hanno finanziato negli anni 1980, Hussein era in parte un mostro fabbricato dall'America. L'esperienza dovrebbe insegnarci che due massime della politica estera americana, sedicentemente realista, che datano dall'epoca della guerra fredda, devono essere buttate via. La prima è: "Il nemico del mio nemico è il mio amico", ed il secondo: "forse è un mascalzone, ma almeno è il nostro mascalzone." Questi due principi ci hanno condotto nelle braccia di Bin Laden e di Hussein e degli americani sono morti per liberarci dalla loro stretta mortale. 

Sarebbe bene che, ogni tanto, gli attori della politica estera americana riconoscessero questi errori. Ciò non vuole dire necessariamente, come i liberali sembrano supporre, che a causa della sua storia colpevole l'America ha avuto torto ad andare in Iraq. Le buone azioni sono spesso fatte da persone che hanno una pessima storia. Ed io non vedevo come avrei potuto desiderare il fine - la cacciata di Hussein - senza accettare gli unici mezzi disponibili: l'invasione americana, da sola, se necessario. Un cambiamento pacifico di regime - per mezzo di sanzioni, di colpi di stato fomentati e del sostegno all'insurrezione interna - non ha condotto ad alcun successo. 

Ho dunque sostenuto un'amministrazione di cui non approvavo le intenzioni, pensando che le conseguenze valessero la posta in gioco. Mi accorgo oggi che le intenzioni plasmano le conseguenze. Un'amministrazione che si fosse interessata più sinceramente ai diritti dell'uomo avrebbe compreso che non può esserci questione di diritti dell'uomo senza ordine, e che l'ordine non può essere stabilito dopo una vittoria, se i piani per l'invasione sono dissociati dai piani per l'occupazione. L'amministrazione non ha compreso che fin dal primo istante dove una colonna di blindati si impossessava di una città, bisognava mettere immediatamente sul posto una polizia militare e, immediatamente dopo, degli amministratori civili per sorvegliare i musei, gli ospedali, le stazioni di pompaggio ed i generatori elettrici, per fare cessare i saccheggi, gli omicidi per vendetta ed i crimini. Il mantenimento dell'ordine avrebbe significato l'invio di 250.000 uomini in Iraq invece di 130.000. Questo avrebbe significato il mantenimento e la ripresa dell'addestramento dell'esercito e della polizia irachena, invece del loro scioglimento. Quell'amministrazione che non si stanca mai di dirci che la speranza non è un piano, aveva proprio la speranza come unico piano in Iraq. 

La speranza ha impedito una riflessione lucida, ma l'immaginazione ha fatto altrettanto: ha fatto credere che gli sciiti che George Bush padre ha incoraggiato a sollevarsi nel 1991, accontentandosi poi di aspettare e di assistere al loro massacro, avrebbero accolto i loro traditori di quell'epoca come liberatori, ed ha fatto credere che una minoranza sunnita privilegiata si sarebbe adattata con entusiasmo ad un status minoritario permanente in un Iraq sciita. Quando l'immaginazione governa i piani, ne viene fuori il caos. 

L'amministrazione ha supposto di prendere la direzione di un Stato che funzionava e si è accorta, quando i saccheggiatori hanno arraffato tutto negli uffici, e quando i funzionari del partito Baas sono andati a nascondersi, che l'America aveva ereditato da parte sua uno Stato in fallimento. L'amministrazione è entrata in Iraq supponendo che la sua sfida fosse umanitaria. Ha scoperto, svegliandosi, che la sfida era la resistenza armata. Tutti gli interventi comportano una certa dose di illusione, ma se queste illusioni sono necessarie affinché un'amministrazione voglia rischiare un intervento, bisogna intervenire meno spesso in futuro. 

Adesso che siamo là, il nostro problema non è più la speranza e l'illusione, ma la disperazione e la disillusione. La copertura mediatica di Bagdad è così fosca che è difficile ricordarsi che un dittatore è caduto, che il petrolio è di nuovo pompato e che la costituzione interinale proposta contiene importanti garanzie per i diritti dell'uomo. Non sembriamo in grado di riconoscere noi stessi la libertà quando la vediamo: centinaia di migliaia di sciiti che camminano a piedi nudi nella città santa di Karbala, iracheni che vengono alle riunioni comunali cimentandosi per la prima volta nella democrazia, giornali e stampa libera che spunta dovunque, manifestazioni quotidiane nelle vie. 

Se la libertà è il solo obiettivo che riscatta le numerose morti, c'è oggi più libertà in Iraq che in qualsiasi altro momento della sua storia. E perché dovremmo supporre che la libertà sia qualcosa di diverso dal disordine, dal caos, o addirittura spaventosa? Perché dovremmo essere sorpresi che gli iracheni utilizzino la loro libertà per dirci di tornare a casa? Non faremmo noi la stessa cosa? 

La libertà da sola non basta, naturalmente. La trasformazione della libertà in ordine costituzionale a lungo termine dipende dalla possibilità che una resistenza accanita, che non esita a spingere musulmani contro altri musulmani, l'Iraq contro l'Iraq, possa spingere un'amministrazione, che teme per la sua rielezione, a ridurre la presenza militare americana. Se gli Stati Uniti esitano adesso, la guerra civile diventa totalmente possibile. Se esitano, tradiranno tutti quelli che sono morti per un avvenire il migliore. 

L'intervento si rifaceva a ad una promessa: abbiamo promesso che avemmo lasciato il paese in uno stato migliore di come l'avevamo trovato; abbiamo promesso che quelli che sono morti per arrivare a questo risultato non sarebbero morti invano. Queste promesse non sono state mai tanto difficili da mantenere quanto in Iraq. L'internazionalismo liberale che ho sostenuto durante gli anni 1990 - gli interventi in Bosnia, in Kosovo, a Timor est - sembra  in confronto un gioco da ragazzi. Queste azioni erano una scommessa, ma una scommessa con una "garanzia di immunità": se non ci fossimo riusciti, il prezzo dell'insuccesso non sarebbe stato comunque molto pesante. In Iraq, la partita si gioca sul serio. Non c'è più "l'immunità". Delle brave persone muoiono e nessun presidente, democratico o repubblicano, può permettersi di tradire questo sacrificio. 

Michael Ignatieff è direttore del Carr Center alla Kennedy School of Government dell'università di Harvard (Cambridge, Massachusetts). 

Tradotto dall'inglese (Stati Uniti), da Florence Lévy-Paoloni. ©The New York Times Company. 

• Articolo apparso nell'edizione del 21.03.04

 

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