DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Ricordo di una sconfitta

Vittorio Foa, "Il Cavallo e la Torre. Riflessioni su una vita", Einaudi, Torino 1991


Le elezioni del 1948 davano vita alla prima assemblea legislativa del postfascismo. Due anni prima, alle elezioni per l'assemblea costituente, i due partiti di sinistra, i socialisti e i comunisti, si erano presentati divisi, ciascuno col suo simbolo, e avevano dato alla sinistra più del 40 per cento dei voti. Adesso i due partiti si presentavano uniti in un fronte democratico popolare sotto l'effigie di Garibaldi. Il risultato fu catastrofico, la Democrazia cristiana ottenne la maggioranza assoluta dei deputati alla camera. La campagna elettorale era stata preceduta da uno scontro finale. Il pericolo comunista fu agitato a piene mani dai partiti di destra e di centro; la scomparsa dei socialisti come forza autonoma diversa dai comunisti, favoriva l'immagine, che sarebbe presto diventata realtà, di una sinistra integralmente allineata con l'Unione Sovietica. Già alla fine del 1946 l'iniziativa politica era stata nelle mani di De Gasperi, capo della Democrazia cristiana. Gli americani e il Vaticano, quest'ultimo attraverso il segretario di Stato monsignor Montini (il futuro Paolo VI), premevano su De Gasperi perché licenziasse i ministri socialisti e comunisti e allineasse rigidamente l'Italia al blocco occidentale. Eravamo in un pianeta che stava spaccandosi in due sfere, quella americana e quella sovietica. De Gasperi consigliava prudenza: prima di mandare le sinistre all'opposizione egli aveva bisogno del loro appoggio per includere nella Costituzione il Concordato del 1929 con la Santa Sede (egli poi ottenne il voto dei soli comunisti) e per l'approvazione del trattato di pace. Ottenuti questi due risultati nel maggio 1947 De Gasperi sciolse il governo di coalizione e diede vita a un governo centrista, con l'alleanza dei liberali conservatori di Luigi Einaudi. De Gasperi si inserì allora decisamente nel trend della guerra fredda e trasse tutti i possibili vantaggi dalla radicalizzazione del conflitto. Da una parte c'era la diffusa paura nei confronti dell'Unione Sovietica e dei paesi comunisti, che in tutta l'Europa orientale si allineavano alla politica sovietica, distruggendo i partiti socialisti e democratici e reprimendo ogni forma di dissenso: dall'altra parte vi era l'aiuto americano nell'immediato e per la ricostruzione, così in Italia come in tutta l'Europa occidentale. Da un lato il Cominform, dall'altro il piano Marshall. 

Con una forte radicalizzazione polemica dei rapporti politici Alcide De Gasperi riuscì a compattare attorno a sé le forze intermedie laiche e socialdemocratiche e anche a dividere profondamente l'opinione del paese. In quella situazione era chiaro che le sinistre avrebbero dovuto tentare di disarticolate il blocco conservatore che si andava consolidando e quindi presentarsi divise alle elezioni e in generale sulla scena politica, facendo risaltare le differenze specifiche di ogni partito. Per rompere o almeno per ridurre la polarizzazione della guerra fredda si doveva rendere credibile l'ipotesi di un partito di sinistra che non fosse legato, sul piano sociale come su quello diplomatico, al blocco comunista, cioè all'Unione Sovietica. Si può discutere se questo fosse allora possibile per il Partito comunista, così fortemente condizionato dal Cominform cioè dall'autorità di Stalin (ma proprio allora maturava il forte esempio di autonomia della Jugoslavia di Tito). Incomprensibile è invece la scelta "frontista" del Partito socialista diretto da Pietro Nenni e Rodolfo Morandi. Fra i socialisti non mancarono esponenti di rilievo come Sandro Pertini e Riccardo Lombardi (con il quale allora concordavo completamente) che sostennero che dovevamo presentarci alle elezioni in ordine sparso, per fare emergere anche nella sinistra posizioni di forte rilievo democratico. Lo stesso segretario del Partito socialista, Lelio Basso, era molto incerto. Il fronte popolare elettorale fu voluto dai comunisti in obbedienza alla linea fissata dal Cominform, cioè da Stalin, per subordinare tutte le opposizioni di sinistra in Europa all'egemonia comunista, alla politica sovietica. Per superare le resistenze socialiste si disse allora che l'iniziativa del fronte elettorale era stata di Pietro Nenni, segretario del Partito socialista, che confermò questa bugia per non apparire penosamente trainato. E' probabile che Togliatti fosse in fondo al suo cuore dubbioso su quella operazione elettorale; dopo tutto egli era l'uomo del "partito nuovo" del 1944, del più serio tentativo di dare al Partito comunista una configurazione democratica e occidentale. E' probabile che egli fosse dubbioso su tutta la politica del Cominform. Ma la sua scelta fu allora senza esitazioni. E nessun comunista espresse in quei giorni la minima riserva. 

La campagna elettorale fu segnata da uno straordinario entusiasmo popolare; la partecipazione ai comizi fu molto superiore a quella delle elezioni del 1946 per la Costituente e per il referendum su monarchia o repubblica. Alla luce dei miseri risultati conseguiti quella grande partecipazione sembra strana. Ma i sostenitori del fronte erano tutti in piazza, i suoi avversari erano rimasti a casa, ma non per questo rinunciavano a pensare e a votare. Non si trattava della cosiddetta maggioranza silenziosa; si trattava di forme diverse di partecipazione cui allora non eravamo preparati. Nella intensa partecipazione popolare possiamo però leggere anche una "replica" interiorizzata a livello di massa: "Il papa e gli americani ci hanno cacciato dal Governo? Ebbene il voto popolare ci rimetterà in gioco". Meno spiegabile è il fatto che i capi politici della sinistra si siano fatti prendere essi stessi dal meccanismo della "replica" al punto di perdere il senso della realtà. Essi finirono per credere seriamente che la vittoria fosse a portata di mano. Togliatti, appassionato della montagna, disse in un comizio che aveva preparato gli scarponi chiodati per applicarli dopo il voto alla schiena di De Gasperi. Lelio Basso, nel comizio finale a Torino, invitò il popolo ad accendere i fuochi della vittoria. [...] 

La sconfitta elettorale della sinistra fu così grave da dare vita a una specie di "costituzione materiale" che escludeva permanentemente i comunisti, cioè il maggior partito di opposizione, dal governo. I socialisti uscirono distrutti e ridotti a vivacchiare per circa trent'anni: fra l'altro, per il gioco delle preferenze dentro un'unica lista, quella del Fronte, molti voti socialisti andarono a eleggere deputati comunisti con seguito di rancori; io stesso non fui eletto solo per questa ragione, ma senza rancore. I partiti laici, gettati nelle braccia della Democrazia cristiana, furono essi pure schiacciati dal maggior vincitore.

 

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