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I tabù che la zona Euro ha paura di infrangere.

lexpansion.lexpress.fr

Di Laura Raim - pubblicato il 01/04/2011 alle 17:58

Qui il testo originale

E se si ristrutturasse fin da oggi il debito della Grecia? E se si finanziasse il debito con l'inflazione? Ecco alcune delle domande che i dirigenti europei preferiscono evitare, ma che farebbero bene a rivolgersi.

REUTERS/Francois Lenoir

La Grecia e l'Irlanda non rimborseranno tutto il loro debito

Ufficialmente lo si crede: La Grecia e l'Irlanda rimborseranno il loro debito astronomico. In pratica, sempre più economisti di tutte le tendenze fanno appello a guardare in faccia la realtà : "In tutta la storia dell'economia, i paesi con un debito colossale l'hanno azzerato con la svalutazione e l'inflazione", ha spiegato poco tempo fa a Expansion.com l'economista Jacques Delpa. Questo non è però possibile nella zona euro, la quale tenta dunque di uscirne accatastando misure di rigore. Questo rigore non impedisce tuttavia ai mercati di esigere alti tassi di interesse per prestiti a 10 anni, probabilmente perché sanno per certo che le misure di rigore non faranno che inchiodare i paesi alla recessione riducendo in questo modo quel gettito fiscale che si suppone permetterebbe di rimborsare il debito...

I creditori privati detentori di obbligazioni sovrane devono farsene una ragione: perderanno del denaro. "Dopo tutto, secondo la più ortodossa dottrina del capitalismo, una delle funzioni principali dei detentori degli attivi finanziari è di assumersene i rischi, ed è esattamente per questo che pretendono un prezzo per il rischio, spiega Dominique Plihon, professore di economia all'università Paris13. La variabile di adeguamento in caso di perdite si suppone vada su di loro, e non sullo Stato e sui contribuenti."

La ristrutturazione può prendere differenti forme: riadeguamento, esonero dal pagamento degli interessi, o riduzione del debito stesso. Gli europei si sono messi di accordo su di un meccanismo che prevede del resto che gli investitori dividano il costo di un eventuale default a partire dal 2013. "Ma questo non fa che segnalare ai mercati che il default è ineluttabile, ritiene l'economista. Perché aspettare? Questo dà ulteriore tempo ai mercati di approfittare della garanzia europea e giocare a fare salire i tassi che impongono agli Stati." Certo, la ristrutturazione non sarà indolore, soprattutto per le banche europee che detengono una parte importante del debito sovrano dei paesi "periferici" della zona euro. Sarà dunque probabilmente necessario che gli Stati intervengano di nuovo e ricapitalizzino con fondi pubblici le banche esposte. Questa nazionalizzazione potrebbe essere parzialmente finanziata dalla BCE.

La BCE deve poter finanziare gli Stati

È questo è l'altro "tabù" nella zona euro: gli Stati non devono potere chiedere prestiti direttamente alla BCE. Non è però sempre stato così. "Le banche centrali sono state create storicamente proprio per finanziare gli Stati, ricorda Dominique Plihon. In Francia è stata creata da Napoleone Bonaparte nel 1800 per questo motivo. E fino agli anni '70 il governo francese chiedeva alla Banca di Francia di dare anticipi al Tesoro pubblico." Gli Stati sono oggi obbligati a finanziarsi sui mercati finanziari. È così in Francia dalla decisione di Giscard d'Estaing nel 1973 e soprattutto è quanto è stato inserito nel trattato di Maastricht.

I divieto di farsi finanziare dalla BCE si giustifica con l'idea che i mercati siano più in grado di disciplinare i bambini discoli. In particolare, se un Stato è troppo spendaccione o troppo indebitato, i mercati lo sanzionano pretendendo tassi di interesse più alti. Salvo il fatto che la crisi ha mostrato che i mercati si sono rivelati essere profondamente destabilizzanti: "le banche europee sono le prime ad avere speculato sulle obbligazioni pubbliche degli Stati fragili, ricorda Dominique Plihon. Bisogna tirare fuori gli Stati della tutela dei mercati e dunque permettere loro di chiedere prestiti a bassi tassi." In realtà, il tabù è stato infranto già parzialmente nel maggio del 2010 quando Jean Claude Trichet ha annunciato che avrebbe temporaneamente riacquistato del debito pubblico sul mercato secondario, vale a dire dalle banche. Certi economisti sono del parere che la BCE possa acquistare anche sul mercato primario.

"Sotto l'influenza della Germania, c'è tuttavia una certa diffidenza riguardo gli stati: si pensa che se gli si dà la possibilità di finanziarsi facendo girare la stamperia dei biglietti di banca, finiranno per abusarne, e l'aumento della massa monetaria genererebbe inflazione, spiega Dominique Plihon. Questa è però una visione monetarista dell'inflazione completamente smentita dai fatti: la massa monetaria è esplosa nel mondo in questi ultimi dieci anni senza portare inflazione. E' quella che è stata chiamata 'la grande moderazione'."

Bisogna ridurre i debiti con l'inflazione

Se c'è un tabù su questo argomento, o meglio una fobia, è da parte dei tedeschi. Traumatizzata dall'episodio di iperinflazione degli anni 20, la Germania ha accettato di unirsi alla zona euro solo a patto di essere sicura che l'inflazione sarebbe stata controllata. Questa è dunque l'unica missione della BCE: restare al di sotto del 2% di inflazione. Ecco allora che, quando Olivier Blanchard, capo economista del FMI, si azzarda a scrivere in una nota nel febbraio 2010 che mirare al 4% potrebbe essere di beneficio per l'economia, si alza un polverone. Un po' d'inflazione in più aiuterebbe tuttavia secondo lui a risolvere la crisi, poiché da una parte farebbe diminuire il valore del debito pubblico, e dall'altra le banche centrali avrebbero più margini di manovra per abbassare i loro tassi di interesse primario ed iniettare liquidità nell'economia. Questo permetterebbe anche di riempire le casse dello stato la cui principale risorsa, l'IVA, sale assieme ai prezzi. L'inflazione ha peraltro altre virtù: contrariamente ai luoghi comuni, i salariati non perdono in potere di acquisto poiché il loro stipendio nominale tende ad aumentare in periodo di inflazione mentre il valore dei loro debiti diminuisce.

Come in Islanda, bisogna fare pagare i creditori privati delle banche

Se il deficit irlandese ha raggiunto la follia del 32% del PIL, è perché lo stato è andato in soccorso delle banche devastate dallo scoppio della bolla immobiliare. Se gli irlandesi subiscono oggi un piano di austerità senza precedenti, è per dare un colpo di spugna ad un debito generato da una crisi puramente bancaria. L'ingiustizia di questa situazione spinge a chiedersi se Dublino non avrebbe potuto fare diversamente. A questo riguardo, il caso dell'Islanda è pieno di insegnamenti.

I due paesi hanno numerosi punti in comune: sono tutti e due paesi piccoli la cui economia si basava su di un dumping fiscale o regolamentare e soprattutto su di un settore bancario sproporzionato che si era indebitato massicciamente sul mercato interbancario internazionale. Quando è arrivata la crisi finanziaria, le banche sono state squassate. A quel punto l'Irlanda e l'Islanda hanno seguito vie diametralmente opposte. "L'Irlanda ha convertito il debito privato delle banche in debito pubblico, l'Islanda ha lasciato il debito privato regolarsi nel privato", riassume Benjamin Coriat, professore di economia all'università Paris13. "Bisogna dire che Reykjavík non aveva veramente altre scelte: gli attivi bancari rappresentavano l'800% del PIL, una cifra al di fuori della sua portata." L'Islanda ha ricostituito nuove banche a partire dalle tre banche precedenti, trasferendo lì tutti gli attivi da proteggere, vale a dire i depositi. Quanto alle vecchie banche, queste sono state semplicemente liquidate, con la sola eccezione di Icesave.

"È difficile valutare le perdite che hanno subito i creditori privati, a causa delle fluttuazioni del tasso di cambio e del valore degli attivi, ma si stima che la liquidazione delle prime due banche sia costata loro 20 miliardi di euro", afferma l'economista. In ogni caso l'Islanda ne è uscita oggi molto meglio della sua "gemella" irlandese: il suo tasso di disoccupazione resta sotto l' 8% ed il suo deficit pubblico si limiterà quest'anno al 6,3%. Gli altri paesi possono ancora ispirarsi al modello islandese? "Per l'Irlanda è quasi troppo tardi: la maggioranza dei titoli delle banche è garantita dallo stato - deplora Benjamin Coriat - ma la Spagna, il cui il settore bancario è anche lui fragile, potrebbe trarne ancora qualche lezione."


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