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Nicoletta Tiliacos sul Foglio del 5 aprile 2003

Storia di un appello di Bush sr che ora rende diffidenti gli iracheni

IL 15 FEBBRAIO 1991 IL PRESIDENTE USA INCITÒ ALLA RIVOLTA GLI OPPOSITORI DI SADDAM, POI NON LI SOSTENNE. PERCHÉ?

La spada di Damocle sospesa sulla testa di tutto l’Iraq è la memoria del marzo 1991, quando l’insurrezione del popolo del sud iracheno fu repressa senza pietà, e a Bassora con particolare brutalità. Se Saddam Hussein è riuscito a sollevarsi dalla tomba nel 1991, quali garanzie hanno gli iracheni che non faccia altrettanto in questa occasione?”. Così Kanan Makiya, iracheno di nascita e membro dell’American Enterprise Institute, spiegava sul Washington Post del 30 marzo scorso l’assenza di quelle manifestazioni di giubilo che in molti si aspettavano all’arrivo delle forze angloamericane, e il prevalere, anche tra chi è ostile a Saddam, di un’atteggiamento di “ambiguità ed esitazione”. Le forze della coalizione non hanno ancora mandato “chiari e inequivocabili segnali al popolo iracheno” e, “a differenza del 1991, stavolta non possiamo aspettarci che scoppino rivolte prima che il regime di Saddam sia definitivamente rovesciato”.

Sarebbe quindi impensabile, oggi, una riedizione dell’appello che George Bush padre rivolse agli iracheni il 15 febbraio del 1991. Quel giorno, in un discorso all’American Association for the advancement of science, e riferendosi agli sforzi degli alleati per ottenere la resa incondizionata irachena e la liberazione del Kuwait, il presidente affermava: “Esiste un altro modo per fermare lo spargimento di sangue. Ed è che i militari e la popolazione dell’Iraq prendano la questione nelle loro mani e costringano Saddam Hussein, il dittatore, a farsi da parte”. Impressionato dalle scene di esultanza nelle strade di Baghdad alla notizia che da parte irachena sarebbe stata avanzata un’offerta di pace, il capo della Casa Bianca aveva aggiunto all’ultimo momento, di suo pugno, la fatidica frase al testo del discorso.

Ma solo due giorni dopo, il 17 febbraio, sia il segretario di Stato James Baker, sia Brent Scrowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale, gettavano acqua sul fuoco, escludendo categoricamente che “tra gli obiettivi di guerra delle forze alleate” rientrasse la caduta di Saddam, anche se il primo la definiva “desiderabile” e il secondo aggiungeva che la permanenza al potere del raìs avrebbe “complicato di molto la definizione degli assetti strategici del dopoguerra”.

Sotto questi (quantomeno contraddittori) auspici scoppierà quindici giorni dopo, all’indomani della disfatta di Saddam Hussein e subito dopo il “cessate il fuoco” del 28 febbraio 1991, quella che passerà alla storia come la rivolta di Bassora, e che interesserà tutto il sud iracheno. Scrive Pierre- Jean Luizard ne “La questione irachena” che “l’intifada del marzo 1991 in territorio sciita, benché in parte occultata dall’esodo dei curdi, è stata senza precedenti, sia per la partecipazione che per la rapidità con cui si è propagata”. Gli sciiti si impadroniscono delle principali città del sud, da Bassora alle città sante di Najaf e di Kerbala. Ma il contemporaneo e altrettanto veloce disimpegno delle forze alleate, e la via di fuga lasciata a disposizione della Guardia repubblicana irachena, darà via libera alla riscossa dei fedelissimi di Sad- dam. Decine di migliaia di vittime (centomila secondo alcune fonti, almeno cinquantamila secondo le valutazioni più prudenti) e centinaia di migliaia di rifugiati saranno il prezzo pagato dalle popolazioni insorte.

La sollevazione parte da Bassora, il 2 marzo, quando i reduci dell’esercito iracheno in rotta si riversano nella città. Il governatore viene ucciso, la sede del partito Baath è data alle fiamme. Contemporaneamente si accendono focolai di insurrezione anche a Baghdad, nel quartiere di Saddam City, a maggioranza sciita. Tra il 3 e il 4 marzo, a Safwan, al confine tra Iraq e Kuwait, il comando militare iracheno firma la resa senza condizioni. Nello stesso giorno, ribelli curdi conquistano Sulaimaniya. Il 7 marzo la rivolta è ancora in corso, sia a Nord che a Sud, ma i fedeli di Saddam cominciano a passare al contrattacco. Il comando delle operazioni di repressione è affidato a quello stesso Alì Hassan al Majid (cugino e genero di Saddam, responsabile del Mio, il programma industriale militare iracheno, ed ex governatore del Kuwait occupato), che nel 1988 aveva gasato decine di migliaia di curdi a El Halabja. Anche Bassora, Najaf e Kerbala conosceranno devastanti attacchi chimici, oltre all’artiglieria che la Guardia repubblicana userà in palese violazione della tregua. Nel frattempo, un primo contingente di forze americane lascia il Golfo. Il 14 marzo la rivolta di Bassora sarà completamente domata. Il giorno prima, a Beirut, si era concluso con un nulla di fatto il vertice di tre giorni delle opposizioni anti-Saddam (ventitré sigle, trecento delegati), che doveva dar vita a un parlamento e a un governo in esilio.

Dick Cheney dichiara che “le nostre truppe resteranno nella parte di Iraq ancora occupato, finché la situazione non si sarà stabilizzata”, ma da parte americana non si nasconde il pessimismo sull’esito finale della rivolta. Il 15 marzo anche Kerbala torna sot-to il controllo dei fedeli di Saddam, che per stanare gli insorti non esiterà a far bombardare i luoghi di culto.

Il giorno dopo, a Safwan, c’è un nuovo incontro per fare il punto sul rispetto della tregua. Nonostante il parere contrario del comandante delle forze saudite e del capo di stato maggiore dell’esercito egiziano, gli iracheni ottengono dal comandante delle forze alleate, Norman Schwarzkopf, il permesso di usare gli elicotteri. Il generale ammetterà, una decina di giorni dopo, di essersi “fatto fregare. Mi chiesero di usarli per assicurare i collegamenti con la capitale e per portare soccorso alle località più devastate. Acconsentii, purché non li usassero in battaglia”. A fare le spese di quella che oggi appare come un’incredibile apertura di credito verso Saddam saranno, oltre agli sciiti del sud, i curdi insorti nel Nord del paese: le città di Tous, Khormato e Kirkuk , capitale petrolifera del Kurdistan, per tre giorni consecutivi saranno bersagliate con bombe al napalm e acidi corrosivi dagli aerei e dagli elicotteri di Saddam

Il 27 marzo, a quasi un mese dalla fine della guerra, va in onda la famosa intervista, rilasciata sette giorni prima al giornalista televisivo David Frost, in cui Schwarzkopf stigmatizzava apertamente la decisione di interrompere le operazioni di terra a soli tre giorni dal loro inizio: “Altre ventiquattr’ore di avanzata e avremmo eliminato Saddam una volta per tutte”, recrimina il generale, pur riconoscendo la buona intenzione di Bush, di “salvare vite americane”

A smentire Schwarzkopf (“era d’accordo con noi”), non sarà direttamente la Casa Bianca ma il ministro della Difesa Cheney. Sempre il 27 marzo, il New York Times rivela che sul tavolo di Bush giace da giorni, trasmessa attraverso Schwarzkopf, una disperata richiesta di aiuto da parte di leader sciiti e curdi. Opinione pubblica e Congresso sono scossi. La televisione trasmette le immagini dei curdi in fuga sulle montagne, donne, vecchi e bambini stremati dalle marce nella neve e ammassati in precari accampamenti alla frontiera turca (dall’impressione per quella sofferenza inconcepibile, se si considera che Saddam era stato trionfalmente sconfitto, nascerà l’iniziativa che porterà alla creazione, nel Kurdistan iracheno, della no fly zone). Ma il portavoce del presidente, Marlin Fitzwater, assicura: “Non ci lasceremo coinvolgere nella guerra civile irachena”, sottolineando che la conservazione dell’integrità territoriale dell’Iraq è interesse “del Golfo Persico, dell’intero Medio Oriente e degli Stati Uniti”. La stessa argomentazione è il fulcro di un articolo di Daniel Pipes, pubblicato dal Wall Street Journal dell’11 aprile 1991 e intitolato: “Perché l’America non può salvare i curdi”. Ironizzando sulla romantica speranza, da qualcuno coltivata, di vedere uno “Schwarzkopf pascià” insediato come governatore a Baghdad, Pipes ricorda che la posizione americana, fin dall’inizio, escludeva che “la rimozione di Saddam Hussein fosse un obiettivo politico o militare” dell’operazione Desert Storm. E conclude, auspicando un’azione di assistenza umanitaria per i profughi curdi e la creazione della no fly zone: “Il Wall Street Journal pensa che l’attuale tragedia nasca dal non aver inseguito abbastanza lontano l’esercito di Saddam Hussein. Io penso, invece, che sia il risultato di un eccesso di entusiasmo verbale da parte del presidente Bush”

L’appello del 15 febbraio “all’esercito e al popolo dell’Iraq”, per quanto estemporaneo (o forse proprio per questo), è ormai morto e sepolto: l’America rimarrà neutrale di fronte alla guerra civile, nella speranza che a deporre Saddam sia un colpo di stato. Secondo Luizard, “ironia volle che, per favorire un colpo di stato, Bush incoraggiò l’intifada, che impedì al colpo di stato di realizzarsi”, perché di fronte all’avanzata sciita gli ufficiali iracheni si ricompattarono attorno al regime

Nella storia del mancato appoggio all’insurrezione entrano in gioco molti fattori

Quelli ufficiali sono la volontà di scongiurare la probabile scissione dell’Iraq in tre entità (sciita, sunnita, curda), di disimpegnare al più presto le truppe nel Golfo, di rimanere nei limiti del mandato Onu, di favorire la stabilità in Medio Oriente. Influirono certamente le forti pressioni internazionali, soprattutto di Cina e Urss, oltre che della Turchia, preoccupata dalla possibile nascita di uno Stato curdo, e di altri paesi dell’area (Giordania, Siria, Egitto, Arabia Saudita)

Sono i giorni in cui il Papa invia al segretario generale dell’Onu, Perez de Cuellar, un messaggio in cui, senza nominare mai né Saddam né l’Iraq, chiede che nessuno esca dal conflitto “eccessivamente” umiliato

A valutare col senno di poi le conseguenze della decisione di “graziare” Saddam nel 1991, nessuno dei motivi addotti sembra adeguato. Potrebbe allora aver ragione chi suggerisce una suggestiva “pista sovietica”: il consigliere per la sicurezza nazionale dell’epoca, Brent Scowcroft, racconta che Gorbaciov aveva chiesto a Bush di lasciare al potere Saddam, perché i suoi generali (che già preparavano il golpe dell’agosto successivo) non gli avrebbero perdonato la caduta del regime iracheno. L’ordine di Bush di fermare l’avanzata verso Baghdad sarebbe stato quindi motivato soprattutto dalla necessità di salvare il pericolante Gorbaciov

Fantapolitica? Sta di fatto che, oggi, non è facile dar torto agli iracheni che aspettano per decidere se fidarsi o no dei liberatori angloamericani . 

 

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