DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Dalla Global Agenda de L'Economist 

Martedì 29/3/2004 

Coi paesi arabi nella confusione ed il primo ministro di Israele, Ariel Sharon, di fronte a crescenti problemi legali, può il Presidente George Bush rilanciare il processo di pace in Medio Oriente? 

Digrignando i denti e tentando di usare un linguaggio diplomatico, l'Egitto ha espresso il suo “stupore e rammarico” per la decisione della Tunisia nel fine settimana di rinviare il vertice della Lega araba solo 36 ore prima della sua apertura programmata. Il litigio sul vertice annullato ha mandato in pezzi la sottile facciata di armonia che la Lega tenta di mantenere, rivelando i dissensi sottostanti. Il Cairo, che ospita la sede centrale dell'organizzazione di 22 paesi, ha insistito per riorganizzare un vertice nelle prossime settimane. Non voi, ma noi, ha replicato Tunisi. 

La ragione principale del caos sembra essere l'incapacità dei paesi arabi ad accordarsi su di una risposta ai recenti appelli del Presidente George Bush per la democrazia nel Medio Oriente. L'agenzia stampa ufficiale Tunisina ha affermato che il governo del Presidente Zin el-Abdin Ben Ali avrebbe voluto che il vertice facesse una esplicita dichiarazione per la democrazia ed esprimesse un rifiuto dello “estremismo, del fanatismo, della violenza e del terrorismo”, e che il vertice era stato annullato perché alcuni paesi hanno rifiutato di accettarlo. Comunque, alcuni diplomatici hanno rimarcato che i paesi erano vicini ad un accordo su di un compromesso. Il presidente della Tunisia (che non è proprio un esempio di valori democratici, essendo uno dei regimi più repressivi della regione) ha detto di essere stato disturbato dal fatto che alcuni leader del Golfo abbiano deciso di non presentarsi, inviando in loro vece dei deputati. 

Al di là delle differenze sulle riforme democratiche, i leader arabi erano in difficoltà su come rispondere all'assassinio da parte di Israele, la settimana scorsa, dello Sceicco Ahmed Yassin, il leader di Hamas, uno dei principali gruppi di militanti palestinesi. Dopo l'uccisione, ci si aspettava avrebbero usato il vertice per rilanciare il piano di pace proposto nel 2002 dal Principe ereditario dell'Arabia Saudita Abdullah. Secondo il piano, i paesi arabi avrebbero riconosciuto formalmente Israele in cambio del suo ritiro dal West Bank e dalla striscia di Gaza. Ma così immediatamente dopo l'assassinio, alcuni leader arabi erano riluttanti nel fare qualcosa che poteva sembrare una apertura al primo ministro Israeliano Ariel Sharon. 

I leader arabi erano anche di fronte alle difficoltà su come rispondere alla proposta di Sharon di ritirarsi unilateralmente da Gaza e rimuovere alcune dei molti insediamenti ebraici nel West Bank. Il governo di Sharon ha insistito che queste mosse non ostacolavano l'implementazione della “road map”, il piano di pace appoggiato internazionalmente che prevede la formazione di un stato palestinese con confini provvisori nel West Bank e a Gaza dall'anno prossimo. Comunque, i leader palestinesi sono preoccupati che Sharon usi il suo piano di ritiro come una copertura per mantenere il controllo di grandi parti del West Bank (annettendone anche alcuni). 

Rappresentanti di Sharon stanno parlando con lo staff di Bush per tentare di ottenere l'approvazione americana per il ritiro, prima di un summit tra i due leader il 14 aprile. Bush incontrerà anche due dei più solidi alleati arabi dell'America — Il Presidente Hosni Mubarak dell'Egitto, il 12 aprile, e Re Abdullah della Giordania, il 21 — per discutere del piano. Rappresentanti della Casa bianca parlano del piano di ritiro da Gaza come un passo provvisorio potenzialmente “storico”, mentre la "road map" resta (se tutto va bene) valida, dopo i successivi attacchi e contrattacchi di militanti palestinesi e delle forze israeliane. 

America e Israele vogliono assicurarsi che il ritiro da Gaza non permetta ad Hamas di consolidare la sua presa sulla  striscia trasformandola in un porto di terroristi. L'Egitto ha offerto di rendere sicuro il suo lato del confine con Gaza, che è un percorso regolare per l'infiltrazione di contrabbando di armi per gruppi di militanti palestinesi. Molti israeliani, inclusi i capi delle forze armate, sono preoccupati anche che il ritiro non incoraggi i Palestinesi a pensare che sia stata la violenza a riuscire ad estromettere Israele. Nell'ordinare alle sue forze di eliminare lo Sceicco Yassin, Sharon ha forse tentato di lanciare il segnale che Israele non stava indietreggiando sotto il fuoco. 

Per quanto duramente Sharon colpisca Hamas, due dei quattro partiti di destra della sua coalizione di governo, il Partito Religioso Nazionale e l'Unione Nazionale, di estrema destra, molto probabilmente lo abbandoneranno se il ritiro da Gaza dovesse procedere. Sharon dovrebbe quindi invitare l'opposizione del Labour nel governo o indire nuove elezioni. 

Tutto questo presuppone che Sharon sia in grado di resistere alle crescenti pressioni su di lui perché si dimetta a seguito di una serie di scandali. Domenica, il Procuratore generale di Israele ha raccomandato di incriminare il primo ministro nel cosiddetto “affare dell'isola greca” nel quale è accusato di avere ricevuto regali da un uomo d'affari. Lunedì, la Corte Suprema ha ordinato a Gilad Sharon, il figlio del primo ministro, di consegnare dei documenti relativi a questo caso e ad un altro scandalo riguardante accuse di contributi illegali alla campagna elettorale. Il primo ministro ha negato ogni addebito. 

Sta adesso al Ministro della Giustizia Menachem Mazuz decidere se muovere accuse contro Sharon. Mazuz potrebbe non dichiarare le sue decisioni per un paio di mesi. Se dovesse muovere accuse, Sharon finirebbe per subire forti pressioni a dimettersi. Nel frattempo, la minaccia di possibili imputazioni pendenti su Sharon può rendere Bush prudente nel fare aperture al primo ministro israeliano sul piano di ritiro da Gaza. 

Così il pericolo è che sia l'America, sia le litigiose nazioni arabe si trattengano dal fare quelle ferme pressioni su israeliani e Palestinesi necessarie a riportarli al tavolo dei negoziati. Quindi Sharon (se resta in carica) può continuare a presumere di riuscire a spingere i Palestinesi all'acquiescenza rinchiudendoli dietro il muro in una serie di ghetti. Ed è probabile che i militanti palestinesi continuino a presumere che l'eventuale vittoria dipenda dal continuo spargimento di sangue. In queste circostanze, il Medio Oriente continuerà ad andare avanti come fa da decenni, con molti piani di pace, ma senza la semplice e preziosa pace.


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