DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Pubblicato il 17/02/2011 alle 11:25

Le mie domande alla Rivoluzione egiziana

Bernard Henri-Lévy

La caduta di Mubarak; la folla disarmata, pacifica, che rischia la morte per abbattere un regime mortifero; questa dimostrazione di forza da parte di uomini e donne che dimostra, una volta ancora, che non c'è che una superpotenza a questo mondo ed è quella del popolo unito; la grandezza di questa gente che ritrova nella "fusione" (Sartre) la fonte di un'impensabile energia così come, nella "speranza" (un altro Jean-Paul, Giovanni Paolo, Wojtyla...), l'invito a non avere più "paura"; l'apparizione, uscita dal nulla o meglio uscita, per l'esattezza, da uno spazio che si credeva virtuale, quello delle reti sociali del Web, da questa nuova agorà che è stata, per diciotto giorni, Piazza Tahrir al Cairo; queste rivendicazioni repubblicane e moderate; questa assenza di illusioni liriche; questa maturità politica folgorante anch'essa venuta fuori non si sa da dove; questa discrezione, ancora più stupefacente, degli agitatori islamisti che dapprima hanno taciuto, poi si sono allineati al movimento malvolentieri, e poi, all'ultimo momento, hanno tentato, mano nella mano col poliziotto in capo Suleiman, di rappezzare un regime in via di dissoluzione; il fatto, inoltre, che tutto questo sia accaduto, per la prima volta nella storia araba moderna, senza uno slogan antiamericano o antioccidentale, senza che si sia bruciata una sola bandiera israeliana né che siano spuntati slogan ritriti sull'origine "sionista" di tutte le piaghe d'Egitto; l'incredibile spettacolo, infine, di questi manifestanti che, quando hanno cacciato il tiranno, hanno avuto il riflesso civico e da cittadini di pulire la piazza dove l'avevano assediato e di dire in qualche modo al mondo: "spazzare via l'ancien régime non è una parola d'ordine astratta, lo spazzar via comincia qui, ora, nella vita e nella testa di ognuno", tutto questo costituisce una delle sequenze politiche più commoventi che mi sia stato concesso di vivere; c'è in questo, qualunque cosa succederà, una sequenza di immagini immortali e che si accomunano, nella mia mente, a quelle delle rivoluzioni dell'anno di grazia 1989; ed è il segno di quel prodigio che Maurice Clavel chiamava un Avvenimento e che nessun timore, nessuna riserva, nessun cupo presentimento devono, per adesso, impedirci di applaudire.

Detto questo, una cosa è salutare, celebrare, unirsi a quest'alba d'estate di questa primavera invernale egiziana: una cosa è dire e ripetere, come faccio qui, da settimane, che si sta girando una pagina della storia della regione e dunque del mondo e che bisogna rallegrarsene senza riserve; altra cosa e quella di fare il proprio mestiere tentando di essere non come dice la stampa, dei "partner" dell'avvenimento, ma dei testimoni esigenti che rivolgono le stesse domande che si pongono, mentre sto scrivendo, i democratici egiziani più lucidi ed avvertiti.

La prima di queste domande riguarda le ricadute di questo movimento: che cosa ne sarà, per continuare sulla modalità sartriana, di un gruppo in fusione che ricade nella impotenza pratica? Che cosa ne sarà di questo ordine sulla terra che, come diceva un altro rivoluzionario, cinese questa volta, finisce sempre per succedere al disordine sulla terra? Qual è il prezzo di questa successione? Ci sarà una vendetta, o meno, del reale e della sua prosaicità ? E cosa dell'astuzia di una Stoira che, come diceva Marx, ha più immaginazione degli uomini? E cosa pensare, per esempio, della dichiarazione di Ayman Nour, capo di Hizb al-Ghad e figura storica dell'opposizione che, quando il Consiglio supremo delle forze armate ha annunciato che "i trattati e i patti internazionali" sarebbero stati rispettati, si è pronunciato per una revisione del trattato con Israele?

La seconda riguarda quei Fratelli mussulmani che ripeto sono stati i grandi assenti nella sollevazione, ma che niente permette di escludere che tentino, come la volpe della favola, di recuperarla a cose fatte e che niente autorizza soprattutto ad affermare che siano così cambiati come ci spiegano distinti islamologi che inanellano, da trent'anni, errori su errori d'analisi: cosa infatti dice la leadership della confraternita? Cosa ci rivela, non della sua decisione di passare provvisoriamente la mano, ma sulla sua ideologia profonda e sul suo progetto di società? Ha rinunciato alla sharia? Ha preso le distanze da Hamas? Che cosa di Sayyid Qutb, il teorico moderno della Jihad se non che è, salvo avviso contrario, il suo principale maître à penser?

La terza domanda, infine, riguarda questo esercito che ha, dopo la caduta del Rais, preso la direzione delle operazioni e del quale si prendono per oro zecchino le sue professioni di fede democratica: bisogna ricordare che è il medesimo esercito, comandato dagli stessi generali, che forma, da cinquantotto anni, l'ossatura del regime maledetto? Dobbiamo rammentare che, di questo esercito, le grandi ONG internazionali come Amnesty International non smettono da decenni di denunciare la brutalità e le violazioni ripetute dei diritti umani? Siamo veramente certi di aver a che fare con un esercito come quello di Atatürk o della rivoluzione portoghese dei garofani? E si deve completamente scartare l'ipotesi di un Egitto che si ritrova, alla fine, con un governo che, civile o meno, rappresenta una variante del regime instaurato allora da Nasser e le cui basi non sono fondamentalmente cambiate?

Fare queste domande non è oscurare la propria gioia né, ancor meno, insultare il futuro. E' solo portare il proprio modesto contributo a una rivoluzione che non è che al suo primo atto ed il cui seguito non riguarda evidentemente solo l'Egitto, ma tutto il mondo.


 

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